Donald contro Leone

17 Aprile 2026

La prima parola scritta tutta in maiuscolo è WEAK, “debole”; l’ultima è LOSER, “perdente”, che nella logica della manoshpere (modesta proposta: in italiano la resa migliore sarebbe “maschiosfera”, anziché il calco “manosfera”) è più o meno un sinonimo di weak, con ulteriore sfumatura denigratoria. Non soltanto non ce la fai, ma le prendi pure. Dopo di che, sempre in aggressivo stile caps lock, segue la firma DONALD J. TRUMP. Nel messaggio pubblicato il 13 aprile sul social Truth come d’atto d’accusa contro il pontificato di Leone XIV, gli altri termini messi in risalto a colpi di tastiera sono FEAR (“paura”), COVID, MAGA, OK e IN A LANDSLIDE, “a valanga”, o anche “schiacciante”, in riferimento a un risultato elettorale. Trump si serve di questa accezione per ribadire l’incontestabilità della vittoria conseguita sulla democratica Kamala Harris. Essendo diventato presidente degli Stati Uniti, adesso decide tutto lui. È persuaso che l’elezione di Robert Francis Prevost sia merito suo, perché – sostiene – la Chiesa aveva bisogno di un papa statunitense per gestire i rapporti «con il presidente Donald J. Trump», cioè con lui stesso. Motivo per cui Leone XIV farebbe meglio a darsi una regolata, magari lasciandosi consigliare dal fratello Louis, che è un tipo con la testa a posto. Un MAGA dichiarato, che altro?

Messe una in fila dopo l’altra, le parole in maiuscolo sintetizzano in modo straordinariamente efficace un programma che, prima di essere politico, è anzitutto culturale: una mentalità che diventa prassi, ma che già in quanto mentalità è di per sé incompatibile con la mitezza del messaggio evangelico. In un mondo dominato dalla paura, non è concesso essere deboli, pena la sconfitta. Vincere non basta, bisogna stravincere. A valanga, schiacciando gli avversari. A quel punto, OK, l’America è di nuovo grande e ci si può mettere la firma. In realtà, un vangelo che proclama questa dottrina esiste, ma non per niente si preferisce conferirgli l’iniziale minuscola. Si tratta del cosiddetto Prosperity Gospel, la buona novella della ricchezza mondana elevata a criterio di salvezza oltramondana. Rielaborazione estrema e pressoché caricaturale di fraintese istanze calviniste mescolate con il più obsoleto darwinismo sociale, il vangelo della prosperità è stato più volte stigmatizzato da papa Francesco. Per Bergoglio, il cristianesimo del XXI secolo è infatti insidiato da due opposte tentazioni ereticali: da un lato lo gnosticismo, che è la pretesa di conoscere Dio per via unicamente intellettuale; dall’altro il pelagianesimo, che al contrario esalta la dimensione volontaristica, facendo delle “opere” lo strumento esclusivo della redenzione personale. Di questa tendenza, il Prosperity Gospel è la versione più popolare, oltre che la più grossolana sul piano teologico.

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In coerenza con le sue premesse, il vangelo della prosperità è annunciato negli USA da uno stuolo di predicatori che sono nello stesso tempo abili manager di sé stessi. Una figura di spicco è Paula White, alla quale il presidente Trump ha attribuito il ruolo di consigliere spirituale della Casa Bianca. White è stata la prima ad accostare il mandato di Trump alla missione di Gesù, suggerendo un paragone poi ripreso dal diretto interessato nella forma dell’immagine – realizzata con l’intelligenza artificiale e diffusa ancora su Truth – nel quale the Donald dispensa guarigioni miracolose mentre veste i panni del Messia, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce, aerei da guerra, soldati adoranti e custodi angelici straordinariamente simili agli Avengers cinematografici. Il fatto che la rutilante fantasmagoria sia stata successivamente rimossa non ne sminuisce il significato e, anzi, lo amplifica, secondo una modalità adottata sempre più spesso dall’attuale presidente degli USA. Anche a costo di sacrificare il principio di non contraddizione (uno dei capisaldi della civiltà occidentale, se proprio di civiltà e di capisaldi vogliamo parlare), Trump dispensa dichiarazioni e controdichiarazioni a ritmo frenetico, riuscendo così a occupare sempre il centro della scena mediatica. Una strategia utile in assoluto e addirittura utilissima quando, come è accaduto in questi giorni, emerge l’urgenza di introdurre un diversivo. Ora, il fallimento dei negoziati di Islamabad e la sconfitta del populista Orbán in Ungheria hanno probabilmente influito sulla tempistica dell’attacco a Leone XIV. Ma il problema fondamentale rimane un altro, ed è appunto la mancata congruenza tra l’agenda del Prosperity Gospel e gli insegnamenti della Chiesa cattolica.

Dal punto di vista storico, il protestantesimo statunitense non ha mai visto di buon occhio i “papisti”, e non solo perché a praticare il cattolicesimo erano immigrati di bassissima estrazione sociale, dagli irlandesi ai latinos passando per gli italiani. L’ostilità ha ragioni ancora più remote, che coincidono con la colonizzazione dell’America del Nord da parte dei “non conformisti”, vale a dire i fedeli delle congregazioni riformate che avevano scelto di non aderire alla Chiesa d’Inghilterra. In comune con l’anglicanesimo, questi “puritani” conservavano tuttavia l’avversione verso Roma, dalla quale è a lungo derivata la discriminazione inflitta ai cattolici anche in ambito amministrativo. La fede protestante, del resto, è uno dei requisiti indispensabili per essere ammessi nel circolo ristretto dell’oligarchia wasp, acronimo di white, anglo-saxon, protestant. A dispetto del suo fascino, il cattolico J.F. Kennedy aveva comunque il difetto di non soddisfare il quarto e ultimo criterio.

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A sessant’anni abbondanti dell’attentato di Dallas, l’ascesa del neoconvertito J.D. Vance alla vicepresidenza si colloca in uno scenario profondamente mutato Sia pure con discreto ritardo rispetto all’elaborazione del piano nei primi anni Duemila, l’autore di Elegia americana ha tutti i requisiti per favorire la convergenza tra le istanze dell’establishment protestante repubblicano e la Chiesa cattolica, che con il suo prestigio è ritenuta capace di attrarre categorie di elettori altrimenti estranee alla visione del Grand Old Party. Le presidenziali del 2024 sembrano segnare l’inizio di questa trasformazione, vagheggiata già all’epoca della presidenza di George W. Bush (un born again, “rinato in Cristo” nella confessione battista), ma impedita da una serie di fattori contingenti, tra i quali va annoverato anche il crollo di credibilità patito dal cattolicesimo in seguito allo scandalo dei preti pedofili.

Nel momento in cui il tandem Bush-Vance si insedia alla Casa Bianca, la Chiesa statunitense ha però riconquistato prestigio e lo sta in buona parte adoperando per assumere posizioni di dissidenza più o meno dissimulata nei confronti di Bergoglio. Questo favorisce il disegno di un’alleanza con i repubblicani e la stessa visita del vicepresidente cattolico a un Francesco ormai prossimo alla fine va interpretata nella prospettiva di una mediazione arrischiata quasi in articulo mortis. Con l’elezione di Leone XIV l’assetto complessivo si evolve nuovamente: anziché contestare il papa, i cardinali statunitensi lo appoggiano in modo aperto e compatto. Anche e specialmente quando il Prevost del Vaticano non la pensa come il fratello rimasto in America.

L’intemerata di Trump è l’indizio più evidente di un’irritazione che trapela, non a caso, dalla presa di posizione dello stesso Vance, per il quale il papa dovrebbe limitarsi a intervenire in materia di morality, una “moralità” generica dalla quale risultano escluse le implicazioni etiche delle questioni di pubblica rilevanza. Questa concezione perbenista dell’agire morale contrasta fortemente con l’impianto della Dottrina sociale della Chiesa, come ribadito anche dal Catechismo del 1992, testo magisteriale peraltro molto amato dai conservatori statunitensi (emblematico l’articolo 2309, che ridiscute e attualizza le caratteristiche della “guerra giusta”). Paradosso per paradosso, resta da segnalare la coincidenza suprema, relativa al momento in cui Trump ha sferrato l’offensiva contro il “debole” Prevost, l’antiMAGA amico dei “perdenti”. Il 13 aprile è il giorno in cui Leone XIV visita Annaba, in Algeria, recandosi in pellegrinaggio sulle rovine dell’antica Ippona. Agostiniano, ritorna sul luogo in cui fu concepito e composto il De civitate Dei, il trattato senza il quale risulta impossibile formulare la nozione stessa di teologia della storia e, conseguentemente, di teologia politica. Il libro non è una novità, risale agli anni tormentati tra il 413 e il 426. Imperi che vacillano, barbari che avanzano, la grazia che silenziosamente agisce nelle vicende dell’umanità. Varrebbe la pena di rileggerlo oggi, smettendola – almeno per un po’ – di smanacciare sui social network.

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