Rosso caldo: la nuova normalità

30 Giugno 2026

Le carte geografiche delle ondate di calore che stanno colpendo l’Europa costellano puntualmente il panorama mediatico di queste settimane: sulla rappresentazione cartografica del continente dominano tinte che vanno dal giallo all’arancione, dal rosso al marrone. Le legende forniscono la spiegazione, secondo canoni di rappresentazione cromatica consolidati: più il colore è scuro, più è alta la temperatura.

Per la cronaca: le ondate di calore di questi giorni stanno portando sul continente temperature medie sostanzialmente più alte delle medie storiche per questo periodo dell’anno, con valori che vanno da + 5° C a +12° C. L’ondata di calore è spiegata dai climatologi con una diffusa penetrazione nel continente europeo di masse d’aria provenienti dall’Africa, in concomitanza con un’alta pressione (il cosiddetto anticiclone africano), che provoca una grande “bolla” di aria calda stagnante sul continente, con effetti cumulativi a catena: l’irraggiamento solare aumenta, le lunghe giornate di luce non facilitano una dispersione del calore di notte, la siccità limita la evapotraspirazione dal terreno e dalla vegetazione (che contribuirebbe a disperdere calore) e così via, in un circolo vizioso che conduce direttamente alla dimensione estrema della situazione di crisi.

Fenomeni climatici come le incursioni dell’anticiclone africano sul continente europeo sono sempre esistiti, ma il riscaldamento climatico sta portando a un significativo aumento della loro intensità, durata e frequenza, con una notevole amplificazione degli effetti conseguenti. Questo aumento, come sostenuto dal report sulle ondate di calore europee di queste settimane pubblicato pochi giorni fa dal World Weather Attribution, è interamente dovuto all’azione antropica. Il WWA è un’iniziativa assai interessante, creata dai due scienziati Geert Jan van Oldenborgh e Friederike Otto nel 2014: si tratta di un coordinamento di centri di ricerca che si occupa proprio di verificare il ruolo del cambiamento climatico indotto dall’umanità negli eventi estremi che si verificano con sempre maggiore frequenza in tutto il mondo. Un centro di ricerca che mette al centro delle proprie analisi la accountability dell’umanità, la responsabilità umana.

Torniamo però alle carte che rappresentano le ondate di calore, e alle loro tinte cromatiche. Il simbolismo segue un codice consolidato, simile a quello adottato dal Ministero della Salute per la classificazione dei “bollini” di allerta per la salute: i quattro livelli seguono la progressione cromatica del verde, giallo, arancione, rosso. Se il verde significa benessere, il rosso segnala il massimo dell’allerta, l’allarme. Non a caso l’automatismo linguistico porta per l’appunto a collegare al sostantivo “allarme” l’aggettivo “rosso”.

La simbologia è anche quella che utilizziamo nella quotidianità per i semafori: verde significa “via libera”, arancione significa “attenzione” e rosso un perentorio “stop”. Vasilij Kandinskij (1866-1944), nel suo scritto Lo spirituale nell’arte (1911), ci ricordava che le varie tonalità di rosso possono suscitare differenti reazioni emotive, dall’eccitazione al dolore al disgusto (per il fatto che l’apparizione di questo colore può evocare per somiglianza il sangue). D’altronde, come afferma lo storico francese Michel Pastoureau (1947-) – che a questa gradazione cromatica ha dedicato il volume Rouge. Histoire d’une couleur, del 2016 (trad. ir. Rosso. Storia di un colore, Ponte alle grazie, 2016) – il rosso è stato a lungo, nella storia dell’umanità, il colore per eccellenza, il più ricco dal punto di vista sociale, artistico e simbolico.

Ecco allora che le carte meteorologiche, con i loro allarmanti colori tendenti al rosso, assumono una valenza comunicativa fortissima. Ma abbiamo davvero bisogno di essere allarmati a proposito di queste ondate di calore? La risposta è inequivocabilmente “sì”. Le conseguenze di queste ondate di calore sono catastrofiche e impattano differenziati campi delle attività umane, a partire da quello prioritario della salute, oltre ad avere pesanti conseguenze su tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi del pianeta. L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha diramato numerosi allarmi sul numero di morti correlabili alle ondate di calore. Il direttore regionale dell’associazione per l’Europa, Hans Henri P. Kluge, in un discorso dell’11 giugno 2026, ha quantificato in circa 200.000 le morti collegabili alle ondate di calore nel continente nei soli ultimi quattro anni (2022-2023-2024-2025). Più delle morti causate da tutti gli altri fattori di rischio naturale combinati insieme (ma ovviamente ci sarebbe da riflettere sulla liceità dell’aggettivo “naturale” per disastri come inondazioni o frane, ecc.; in questa sede basti qui sottolineare che il numero delle morti per le ondate di calore sopravanza quello di tutte le altre categorie).

Ciò che colpisce, nella comunicazione mediatica del fenomeno, è il costante riferimento a una pretesa eccezionalità delle ondate di calore, presentate sempre come qualcosa di “fuori dalla norma”, di inaudito, di straordinario. Il problema di tale distorsione prospettica è di duplice natura. Da una parte i valori che si registrano, per intensità, durata e frequenza delle ondate di calore, sono realmente inediti, mai raggiunti, veri e propri (ma ben poco invidiabili) record; ma al contempo, e questo normalmente si omette, sono anche perfettamente prevedibili, nel senso che si tratta di conseguenze logiche di situazioni e dinamiche misurabili. In questo caso, dunque, l’eccezionalità si accompagna inestricabilmente alla prevedibilità; quest’ultima non contraddice la prima, ma la contestualizza. Visto l’incremento dei gas serra che si sta verificando da decenni a ritmi sempre più vertiginosi, le ondate di calore sono una logica conseguenza; si tratta di un semplice processo di causa-effetto. Torna in gioco la accountability di cui si parlava prima a proposito del WWA: non si fa fatica a trovare il colpevole in questa storia.

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Anomalie nel valore massimo annuale della media settimanale delle temperature massime (a sinistra) e minime (a destra) a confronto con le medie del periodo 1991- 2020. Fonte: qui.

Non ci vorrà molto tempo prima che questi fenomeni che ora etichettiamo come “estremi” diventino la nuova normalità. E qui sta la seconda distorsione prospettica. Questa “nuova normalità”, che è già qui tra noi, è fondata proprio sulla costante crescita di intensità; per cui la “norma” è rappresentata da un aumento di intensità e di occorrenza dei fenomeni, non più dalla ripetizione dei ritmi e delle periodicità che avevano caratterizzato il passato. Occorre un cambiamento culturale per ritarare il nostro pensiero e il nostro giudizio su questi temi, per evitare di continuare a parlare sempre di “eventi eccezionali” (con un implicito scarico di responsabilità dovuto alla misura inedita del fenomeno). Occorre comprendere in profondità che viviamo in una situazione di grande vulnerabilità; situazione che, in certe azioni di possibile adattamento, mostra preoccupanti disuguaglianze sociali, come quella che viene definita “cooling poverty”, povertà di accesso a servizi di refrigerazione (Antonella Mazzone ed altre/i scienziate/i hanno parlato di “cooling poverty sistemica” in un articolo pubblicato nel 2023 sulla rivista Nature sustainability).

Di fronte a questo terrificante scenario, che cosa si può fare? Torniamo alle parole del direttore per l’Europa della OMS. Come ha affermato Kluge, le 200.000 morti avvenute in Europa fra 2022 e 2025 – che peraltro sono solo la punta dell’iceberg di un numero ben più vasto di persone colpite da sofferenze fisiche e psicologiche collegate al fenomeno del riscaldamento climatico – erano evitabili con una migliore gestione politica, tecnica, sociale e culturale del fenomeno. Insieme a sottolineare che il cambiamento climatico costituisce innanzitutto una minaccia alla sicurezza umana, Kluge afferma infatti anche che le soluzioni sono «pratiche, alla nostra portata e applicabili a differenti scale»: aumentare le aree verdi e le ombreggiature nelle aree urbane, de-cementificare e de-asfaltizzare i suoli, organizzare reti di “cooling centres” (letteralmente “centri di raffreddamento”, cioè spazi interni climatizzati accessibili pubblicamente) con orari di apertura adeguati, potenziare i servizi sociali per assistere le fasce deboli della popolazione, informare ed educare capillarmente sul come riconoscere i segnali corporei legati ai colpi di calore, introdurre flessibilità orarie e turni di riposo nelle ore più calde nell’organizzazione del lavoro, rafforzare il personale nelle strutture sanitarie durante le ondate di calore.

Vi invito ora a una riflessione: osservando la vostra realtà abitativa (il vostro quartiere, il vostro paese, la vostra città, la vostra provincia…), quante di queste azioni sono state effettivamente percorse con convinzione? Mi azzardo – senza rischiare troppo… – a predire che le risposte saranno in generale piuttosto negative. Poche, quando non nessuna, azioni adottate, e scarsa incidenza delle eventuali iniziative sul quadro generale (ma al contempo un panorama mediatico che annuncia “Numero di accessi record ai Pronto Soccorso!”; “Frequenti black out elettrici per eccessivo uso dei condizionatori!”; ma chi l’avrebbe mai potuto prevedere…?). Dobbiamo ammettere apertamente che le operazioni di adattamento adottate sono largamente insufficienti. Ricordiamo che con “adattamento” l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), massima autorità scientifica che abbiamo a disposizione su queste tematiche, già in un report del 2018 intendeva “il processo di adeguamento ai cambiamenti climatici attuali o previsti e ai loro effetti. Nei sistemi umani, esso mira a ridurre o evitare i danni oppure a cogliere le opportunità potenzialmente favorevoli”. La strategia di adattamento auspicata dall’Unione Europea (nelle linee legislative già delineate nel 2021) auspicava un adattamento più “intelligente” (smart), veloce, sistemico, collaborativo su scala internazionale.

Proprio alla scala internazionale, già largamente deficitaria nelle strategie di adattamento, è da ascrivere una forte insufficienza anche nel campo della mitigazione dei cambiamenti climatici. La “mitigazione”, lo ricordiamo, comprende l'insieme delle azioni e delle politiche finalizzate a limitare l'entità del cambiamento climatico attraverso la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e l'incremento della capacità dei “pozzi” naturali e artificiali di assorbirli. Su questo fronte le azioni (i cui effetti, comunque, si potrebbero apprezzare pienamente solo tra decenni) sono profondamente insufficienti, con emissioni ancora in crescita quasi dappertutto.

Insomma, il rosso delle carte meteorologiche dovrebbe funzionare davvero come un semaforo, e dovremmo interpretarlo come un segnale che ci obbliga a fermarci: a riflettere, per prima cosa, ma contemporaneamente anche ad agire, e con determinazione. Invece stiamo continuando scientemente sulla linea del “business as usual”, del far finta di niente, mettendo sul tavolo giustificazioni artificiose, deboli pretestuosità, vergognose gelosie, comode abitudinarietà, privilegi e sprechi non avvertiti come tali. Se non addirittura ragionamenti in palese mala fede (o ignoranza), anche da parte di rappresentanti istituzionali. Insomma, al semaforo stiamo passando spavaldamente – e volontariamente – con il rosso. Con tutte le prevedibili conseguenze che di norma ne derivano.

In copertina, L’Europa sente il calore sotto i piedi, Temperature misurate al suolo nella tarda mattinata del 23 giugno 2026, Fonte: Copernicus Sentinel 3 – European Space Agency, Contains modified Copernicus Sentinel data 2026 processed by ESA, ESA Standard Licence.

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Davide Papotti, Cambiamento climatico e disastro ambientale
Davide Papotti, Disastri ambientali
Davide Papotti, Non sottovalutare il sottosuolo

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