Alessandro Carrera poeta in viaggio

23 Ottobre 2026

I libri di Alessandro spaziano dalla narrativa alla poesia, dalla filosofia alla teoria letteraria e musicale, da reportages e riflessioni sulla società alla cultura pop, specie americana, tanto che può sembrare difficile, se non impossibile, afferrarlo e farsene un’idea unitaria, ammesso che sia importante o solo utile. Ogni volta infatti che si legge un suo testo o libro, di qualsiasi genere sia, si è catturati in modo convincente e autonomo, senza bisogno di decifrare riprese o differenze, echi, richiami, radici o collegamenti peraltro molto numerosi e ricchi, a misura anche della sua vastissima cultura. Ogni volta va bene, e basta, quello che c’è, qualsiasi territorio lui decida di esplorare o senta la necessità di esprimere. È come Proteo, ma un Proteo che è compiuto in qualsiasi forma prenda: nessuna però che sia un’illusione, ciascuna che è quella particolare voce o identità assunta di volta in volta, non per sfuggire alla presa, ma per essere quello che ogni volta è, e solo quello, restando sempre Alessandro Carrera, tutto in ciascuna. Quello che accade per l’insieme delle sue opere, lo ritroviamo, come in un frattale, anche all’interno del suo ultimo libro, che riunisce una significativa scelta della sua opera poetica: Il vagoncino rosso (Crocetti, 2026), che condensa nelle sue quasi duecento pagine quarant’anni di poesia, scelta tra sette volumi e con un’ottava sezione inedita (Leggende).

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Alessandro Carrera.

Sono quasi tutti libri strutturati, con un progetto, o quanto meno dei forti leganti anche stilistici: il verso libero, lungo, a volte narrativo, se non prosastico tout court; l’ironia che a volte tracima in sarcasmo; un lirismo trattenuto, pudico quasi, se non riluttante, ma intenso; la propensione diffusa alla riflessione, teorica e etica, che in certi casi diventa, con esiti anche folgoranti, formula gnomica, che peraltro lo scrittore, in I poeti sono impossibili, Luca Sossella editore 2016, definisce come “la sola vitamina poetica in genere”, che non ha “smarrito del tutto il contatto con le origini del discorso oracolare”.  Quindi nella scelta autoantologica, slegate dal contesto di ogni libro, le poesie rischiano di perderci un po’, ma d’altra parte se una poesia non tiene da sola, non sarà il suo macrotesto a salvarla. E quelle di Carrera non solo tengono, ma trasportano, e spesso colpiscono e lasciano il segno, differenti ad ogni successiva lettura.

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Carrera ha iniziato a scrivere poesie a nove anni e ha sempre continuato, ma quando si è trasferito negli Stati Uniti, il faldone che le raccoglieva gli è stato rubato, obbligandolo così, in un certo senso, a ripartire da capo. Ottima cosa, peraltro, non avere il fardello degli esordi e trovarsi a ripensare e ricostruire quel poco che ricordava della produzione più recente non per cruccio filologico, ma per il desiderio di recuperare ciò che gli sembrava di qualche valore, o personalmente importante, con la maturità acquisita nel frattempo. La conquista, o sconfitta, della maturità nel recupero stesso dell’infanzia più profonda, la storia famigliare che precede la nascita e segue le morti, i ruoli famigliari che si intrecciano e sovrappongono e a volte si confondono , il tempo mai concluso del venire al mondo e la condizione dei morti (al padre dice “Ti faccio nascere papà … ti apro in due come un romanzo / di cui so già la fine, e sono io … / Ma siamo nati insieme. Quando sei morto / ho respirato con i tuoi polmoni. / Un giorno risorgerai, / un giorno mi sentirò mancare il fiato” –  da “Il vagoncino rosso”), sono tra i temi che ritornano e si trasformano in tutte le raccolte, soprattutto in quel particolare dramma in versi che è il recente Il tempo dei morti. Mistero di voci (Moretti e Vitali, 2022).

Da giovane Carrera aveva subito l’influenza di Pavese, forse inscritto nel suo successivo destino americano, e, tra gli altri, soprattutto di Zanzotto, che gli ha insegnato a muoversi liberamente tra le parole, anche se presto abbandona i risvolti diciamo avanguardistici a cui questa strada che non sentiva come sua poteva condurre. La riscrittura, una volta approdato negli Stati Uniti, di parte del faldone rubato, lo introduce a una nuova dimensione che l’incontro con la nuova realtà lo obbliga a raccontare. Non è un gesto di memoria e di nostalgia: è una ripresa che trasforma, e si confronta con le voci del nuovo paese, quelle della letteratura e della musica, che già conosceva, e delle persone, per vari aspetti sorprendenti, che si trova attorno.

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Ne esce il primo volume, La resurrezione delle cose, che l’autore sente ormai un po’ distante ma che segna la nascita di una voce già riconoscibile e contiene poesie significative, come quella eponima e “Nove angeli”. Del resto Carrera non è più un giovanotto quando viene pubblicato: è il 1988 e lui ha 34 anni. Ma è con La ricerca della maturià (Campanotto, 1992) e soprattutto con La sposa Perfetta, che sarebbe poi l’America (Book editore, 1997), che lo scrittore consolida un linguaggio nuovo, più asciutto, meno legato alle scuole italiane, condottovi anche dal contesto americano, dove, scrive nella poesia d’esordio (la più commentata tra le sue), “sento i suoni e non capisco le parole / capisco i suoni e dico sempre sì / certo, ho capito benissimo / dico sempre sì al suono dei suoni”. È ciò che accade, non solo quando si arriva a vivere in un paese straniero e si conosce la lingua appena, o si credeva di conoscerla bene ma poi i suoni attorno ti dicono di no, e sei spaesato e affascinato, ma anche quando si legge poesia, o, immagino, anche quando la si scrive: si ascoltano i suoni, e le parole si capiscono poco, e non importa, magari si capiscono dopo, in parte, in modi sempre diversi, ma quello che conta è dare ascolto ai suoni e dirgli sempre di sì. Imparare sempre a abitare dove sei spaesato. E abitarci bene. Abbastanza felici, se si può, alla ricerca della visione, come titola l’ultima poesia, o racconto in prosa, di questa autoantologia. Lasciando sempre qualcosa in tutte le case, ma senza fuggire mai (“Non fuggo mai, ma mi separo / volentieri così come mi unisco” – da “L‘argine lungo il Mississippi”)

Ma anche lì, in questo nuovo paese, così attraente e disorientante, ma soprattutto così vitale, Carrera porta con sé il tempo dei morti, propri e della storia culturale di cui si è nutrito, che come dice in un’intervista è un tempo assoluto, dove tutto accade contemporaneamente, e lo innesta nel nuovo terreno, lo fa dialogare e vivere nel nuovo orizzonte, sempre vario e mobile, in cui si trova ora a vivere, New York, il Canada, Huston, le pianure e le coste, i cieli e gli oceani. Ogni morte è ora, come è ora il tempo della poesia, anche se elegiaca, rivolta al passato, a evocarne memorie personali e storiche, o miti. E ora è il tempo in cui i morti ti rivolgono la parola, non solo come effetto della forma teatrale presa da alcune poesie, ma perché ora, sempre, risuonano nelle parole i loro racconti, le loro paure, le loro tragedie. Come quella dei due bambini nell’orfanotrofio, il padre e il fratellino minore, di cui il poeta eredita il nome, che lì morirà, sepolto non si sa dove. O perché, come le voci dei filosofi antichi, conduce a diversi, illuminanti pensieri con i paesaggi e la vita odierna di luoghi da essi nemmeno immaginati.

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Perché è lo stesso fiume che scorre, quello dove il padre si getta fuggendo da un convoglio (un vagone) che doveva portarlo in Germania e dove lui nuotava nella sua infanzia (l’Adda), e quelli che vede nei suoi viaggi nella nuova patria americana (il Mississippi, lo Hudson) segnati sul “giornale di bordo del caso” (“Il fiume evitabile”). È sempre lo stesso tempo e luogo (il luogo in cui si è, in cui si vive), che non cambia, come dice Parmenide, con cui il poeta dialoga in alcune composizioni, come fa con altri filosofi, anche in luoghi ameni, come i Caraibi con Tommaso d’Aquino, o nei grandi spazi che percorre e racconta, dalla pianura lodigiana dell’infanzia al Canada e agli Stati Uniti dell’età adulta, in aereo, in auto, o in treno, accomodato sul vagoncino rosso che sta in coda, dove i ferrovieri vanno a riposare e a prendere un caffè. Come racconta nella poesia eponima, che ha, come altre, la forma delle ballate dei cantautori americani, in particolare quelle di Bob Dylan di cui Carrera è traduttore e esperto di fama mondiale. Cantautori come è stato lui stesso da giovane per alcuni anni.

Erratico, sempre in movimento e sempre fermo. Come la sua poesia, che sembra avere un’ispirazione molto varia e all’apparenza un po’ errabonda, sempre mutevole, che cerca in sempre diverse forme e tonalità di comporre un’unità mobile che forse non c’è, o che forse consiste proprio in questo esporsi alla molteplicità, nell’abitazione delle forme come ha fatto delle città dove lo ha portato il vivere, viaggiando sul vagoncino rosso in coda al suo treno, pronto a scendere alla prima stazione, all’occorrenza, per poi fermarsi magari a lungo da qualche parte, standoci anche bene, ma senza sentirsi a casa e abbandonando “altr[i se] stesso in ogni casa che h[a] lasciato”, e senza farsi pregare a partire di nuovo se ce ne fosse bisogno, o solo avesse la curiosità e la voglia di cambiare. Lui la strada tra la pianura padana e il West l’ha percorsa tutta, in lungo e in largo, e il lettore della sua poesia in questo libro la percorre insieme a lui.

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