La scrittura segreta di Robert Walser

2 Marzo 2026

Certo la figura di Robert Walser è molto affascinante, la sua reclusione, se non voluta quanto meno accettata senza resistenze, forse ancora di più, con la diagnosi così dubbia di schizofrenia e un comportamento da uomo tranquillo che aveva rinunciato a scrivere ma sapeva, quando voleva, parlare con grande acume e prontezza di spirito e che forse nascondeva solo stanchezza, prosciugamento, delusione e voglia di passare tranquillo i giorni, di porre un freno alla fatica di vivere e aspettare con calma di morire, anche se, come scrive Bernhard Echte, il suo non è un “silenzio che suggella l’accettazione del dato, bensì un silenzio sovversivo, come sovversiva è la [sua] minimalistica letteratura”. Una figura così ricca di sfumature misteriose e di maschere e di vuoti che può indurre alle più spericolate speculazioni, nonostante l’esplicita diffida preventiva dello scrittore, che aveva ingiunto: “nessuno è autorizzato a comportarsi verso di me come se mi conoscesse”. La tentazione è andata crescendo ancor di più, tanto da avere spesso relegato in secondo piano le opere edite in vita, dopo la scoperta in una scatola di scarpe dei cosiddetti microgrammi. Si tratta, come noto, di 526 foglietti, buste di lettere, cartoncini e ritagli, corrispondenti a oltre 4.000 pagine a stampa, coperti di scrittura a matita talmente fitta e minuscola da aver fatto a lungo pensare che fosse un alfabeto inventato e cifrato, ma che poi sono stati faticosamente decifrati, e pubblicati in una monumentale serie di 6 volumi, che sono stati definiti uno dei più grandi eventi della letteratura del XX secolo. Ora una piccola ma significativa e bellissima scelta di 33 prose e poesie, splendidamente curata e commentata, con la riproduzione degli originali a grandezza naturale, che ne mettono in evidenza gli aspetti formali, verbovisivi e quasi avanguardistici, è stata regalata al lettore italiano da Adelphi (Microgrammi, a cura di Lucas Marco Gisi, Reto Sorg e Peter Stocker, traduzione di Giusi Drago, p. 233). L’enigma di questa scrittura segreta durata una decina di anni – iniziata dal 1924 circa, mentre contemporaneamente Walser pubblicava circa 300 articoli su giornali e riviste e molti racconti poi raccolti in vari libretti, e proseguita anche dopo il primo ricovero a Waldau dal 1929 fino a quello definitivo nel 1933 a Herisau, dove lo scrittore è rimasto fino alla morte nel 1956 e dove non risulta che abbia scritto più niente e si sia limitato a sbucciare piselli, intrecciare canestri e fare passeggiate, da solo o con Carl Seelig durante le sue visite periodiche –, sembra fatto apposta per rinfocolare gli slanci narrativi e speculativi della schiera dei suoi fedelissimi cultori. Tutto bello, e talvolta affascinante e acuto, che però rischia a volte di far passare in secondo o terzo piano ciò di cui parlano questi racconti, “saggi”, scene teatrali e poesie, come sono scritti e i loro legami o le differenze reciproche e con il resto dell’opera, come dovrebbe avvenire, trattandosi di uno scrittore, sia pure un po’ o tanto disturbato, come tutti in varia misura, che è poi l’unico modo di rendergli onore, eticamente oltre che letterariamente. È un lavoro di grande impegno e che sta occupando molti studiosi, i cui risultati si possono intravedere nell’eccellente apparato che curatori e traduttrice hanno approntato per questo gioiello adelphiano, ma che certo non deve intimidire la lettura diretta e ingenua del comune lettore, che anzi vi può trovare moltissimi stimoli.

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Da dove vengono questi testi segreti, molti dei quali peraltro Walser ha ricopiato in bella in vista della pubblicazione, tanto da far pensare a qualcuno che anche gli altri, a causa delle pochissime correzioni, non sono perlopiù che abbozzi, trascurando il fatto che in questo modo Walser aveva sempre scritto, e che le tantissime poesie presenti si direbbero compiute? Walser racconta che attorno agli anni ‘920 gli era venuto un blocco dello scrittore causato a suo dire dall’uso della penna, oltre che da problemi personali e dalla difficoltà di pubblicare i suoi manoscritti, ma forse più ancora dalla difficoltà, sempre sofferta, di “inventare storie”; mentre pochi anni dopo con l’ingresso nel “territorio della matita” le cose cambiano radicalmente. In una poesia di questi microgrammi dell’inverno 1924/25 scrive: “A nessuno auguro di essere me. / Solo io sono capace di sopportarmi: / sapere così tanto e aver visto tanto e / così niente, così niente da dire.”. Come se questo fosse il fondo della desolazione, l’amarezza più profonda. E certo in parte lo è, ma con la scrittura a matita Walser, con la sua meccanica, il ritmo che impone, scopre che non avere niente da dire non è necessariamente il preludio al silenzio, e che non c’è alcun bisogno di inventare storie, perché tutto può diventarlo. Proprio perché non ha nulla da dire, può parlare. Scrivere. E altro che scrivere, seguendo le parole e lasciandosene inseguire, non fa.

In questi foglietti infatti Walser, quasi senza preoccuparsi dello spunto da cui è partito, in genere esile o banalissimo, quando non dettato da una semplice parola o espressione che gli passa casualmente per la testa, si scioglie da qualsiasi resistenza e si abbandona, si direbbe senza inibizioni, al linguaggio, alle derive paradigmatiche che ogni parola può implicare e che il suono e il ritmo stimolano, che vengono tutte tradotte in narrazioni o in divagazioni a volte anche brevissime, che a loro volta germinano in nuove narrazioni o descrizioni o riflessioni, o formule incantate e incantatorie.

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Ogni descrizione o contemplazione è già azione, sinestesia, movimento, del corpo e del pensiero o della fantasia. Sprigionano dal corpo, che nel movimento, principalmente del cammino, trova la sua felicità, nella fatica il suo appagamento. Anche per questo piace a lui e ai suoi personaggi servire: contro la tentazione ricorrente di restarsene a letto in preda all’ozio e alla malinconia, il lavoro a servizio e la fatica li inducono a muoversi, a fare, restando al contempo distaccati da ciò che fanno, che poco o nulla gli importa peraltro, come quasi tutto del resto. Intanto, servendo ognuno a modo suo si stanca e si ricarica attraverso la stanchezza, dissipa e rinnova l’energia. La natura ne è la principale sorgente. Natura spesso antropomorfizzata e comunque sempre vivente. Mai puro sfondo. Ogni cosa o paesaggio ha la sua personalità autonoma, e come tale sollecita, risponde e interpella. Non sta davanti o attorno: sta con.

L’immersione nella natura, la sua esplorazione, il dialogo continuo con essa incluse le condizioni e i frangenti all’apparenza più duri e sfavorevoli, sono le estasi del narratore e dei personaggi, che quasi sempre coincidono, che in genere, in un modo curioso che è una delle peculiarità delle descrizioni di Walser, è insieme adesione totale, dialogo vivente e scambio sentimentale tra esseri simili, se non al fondo identici, e separazione, straniamento, indecidibile ironia. Le descrizioni non tendono mai alla resa oggettiva, ma sono sempre, più che filtrate, intrise, o meglio: plasmate dall’emozione e dal sentimento che l’io narrante esperisce entrando in contatto con ciò che viene descritto e, indissolubilmente, con il linguaggio con cui ne parla. E chi legge, faticando a ricostruirle in modo concreto, è chiamato a immaginarle e a sentirle a sua volta, più che attraverso la memoria di luoghi e spazi e oggetti, nelle parole che percorre nel suo cammino di lettore, nel loro ritmo, nelle curve e nelle asperità della sintassi, nel loro suono e in ciò che evoca.

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La decifrazione del loro senso è spesso incerta, anche a causa della quasi onnipresente ironia, specie nei momenti di maggior panismo, e del ricorso alle buone maniere e a una conclamata innocenza, ma adulta, non facilmente infantile, come macchine di produzione dello straniamento; tanto che il lettore si trova costretto a oscillare tra due opposti che di fatto convivono. L’ironia in linea di massima è orientata verso il lettore, testimone e connivente, per non dire correo, gratificato di una complicità e di un’intelligenza di cui non è garantito che sia effettivamente in possesso, ma è una forma di asservimento anche per lo scrittore, un abbassamento, come se la forza dell’enunciazione e di ciò che viene detto non bastasse, non fosse in grado di reggersi da sola. Certo c’è anche l’ironia oggettiva delle situazioni, delle persone e delle cose descritte, a sprigionare la quale è spesso sufficiente ciò che viene narrato, la tensione o la semplice relazione tra i personaggi e con l’ambiente e il contesto sociale e storico… Praticamente ben poco vi sfugge, e il risultato è spesso divertente, quando non comico. Di fatto però lo sguardo doppio o obliquo dello spettatore e dello scrivente nei suoi confronti non è mai assente. E allora vien da chiedersi a chi e a cosa è rivolta l’ironia di testi che non prevedono lettori, se questo paradosso è pensabile, come si presuppone per la scrittura segreta dei Microgrammi. Oltre che dello scrivente verso se stesso nell’atto stesso di scrivere, e quindi di leggersi, l’oggetto primario dell’ironia nel caso di Walser diventa il linguaggio stesso, nelle sue varie forme e formule, nelle sue declinazioni e pretese, nelle sue occasioni e nei suoi vincoli.

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È qualcosa che ha radice nel romanticismo, come molto in Walser, ma in una versione più moderna, post-kitsch si direbbe, o che dal kitsch è assediata, un romanticismo disincantato ma ancora capace di commozione, che resta nella contraddizione e accetta, e anzi ricerca, non solo l’ambivalenza ma la compresenza dei contrari che tali devono restare, e non in vista di qualche sintesi o superamento, ma solo, al massimo di una convivenza che si vorrebbe il più pacifica possibile, perché le cose stanno così come sono e non c’è niente da fare, anche se sarebbe auspicabile che fosse serena, o addirittura estatica. L’incanto, anche a rischio di imbambolamento. Questo però come desiderio originato proprio dal fatto che è dominato dalla scissione, ogni sua parte conosce il limite delle altre e non le risparmia nessuna ferocia, per quanto dolce possa esserne il tono. “Killing me softly”, evoca il suo stile; dove però l’accento va su “Killing”. Ma chi legge non si toglie dalla testa la carezza del “softly”.

In genere, questi testi non aggiungono molto a quanto già si conosceva di Walser, del suo mondo e del suo modo di scrivere. Sempre belli da leggere, certo, ma poco li distingue da quelli che andava scrivendo in quegli anni per i giornali o in vista della pubblicazione, se non qualche “confessione” più esplicita su temi anche delicati, come la sessualità, o dichiarazioni di poetica più diretta e approfondita, dato anche il citato carattere metaletterario di molti di essi: lo sguardo di chi, mentre si abbandona, non cessa di scrutarsi e di riflettere sulla lingua che sta usando, in modo inesorabile, come lui stesso parlò a proposito del suo stile, come riferisce la bravissima traduttrice Giusi Bravo.

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A volte però il loro percorso è più libero e si direbbe persino sperimentale. Il discorso salta di palo in frasca senza nessuna tradizionale logica, in certi casi persino all’interno della stessa frase, la cui fine può contraddire, senza nessun clamore, candidamente anzi, l’inizio, o l’affermazione immediatamente precedente, le premesse del ragionamento o qualche osservazione ivi contenuta. Regna quasi sempre, comunque, una grande leggerezza, come se l’allentamento della causalità e dei principali vincoli logici, erodesse il peso specifico della scrittura rendendola porosa, più fragile e più fatua all’apparenza, ma aprendo spazi, passaggi, per altro, per l’eterogeneo, per tutte le sue contrade, i suoi continenti dove ritrovarsi liberi di correre e danzare, di abbandonarsi a tutte le seduzioni della fantasia, alle sue infinite scorribande come i tanti vagabondi che abitano le pagine dello scrittore svizzero.

I salti logici però a volte sono proprio vertiginosi. Si fatica a capire come e perché una frase o un’espressione nascano da ciò che precede. Spesso lo seguono soltanto. Poi, quasi sempre, in corso d’opera o semplicemente per acquisita pratica di scrittura, un suo qualche elemento, parola suono o tema, viene ripreso e modulato, ma la connessione resta labile, o assente. Arbitraria. O risibile.

Si veda il motivo della “frusta” nel primo microgramma, “È ora”, che è il perfetto compendio di tutte queste procedure, che lo portano a sfiorare pericolosamente, ma irresistibilmente, il vaniloquio di un chiacchierone. E Walser sembra rendersene conto, dal momento che lo tematizza, sia pure non in riferimento a sé e a ciò che sta scrivendo. Sembra un vero e proprio delirio con il capo, avendo ogni frase un inizio, ma senza coda, che si agita come i lombrichi che l’hanno persa e ciononostante, in attesa di rigenerarla, continuano a muoversi, a mangiare, a digerire, a creare humus.

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Robert Walser.

Oppure “Coloro che la abitano”, dove la prima pagina, quando ancora non si sa che parla di orsi, sembra una specie di Odradek grazioso (e lezioso, come varie pagine di Walser: di un lezioso divertito, ma pur sempre lezioso), poi si passa a parlare degli orsi, dello stemma di Berna che ne contiene uno che “lo attraversa [con calma] ciondolando verso l’alto”, poi di un racconto ambientato nei Carpazi dove si parla di orsi letto tempo prima, il che porta a parlare del libro che sta leggendo ora, che a sua volta conduce a un’espressione idiomatica sulle idee e gli orsi, a una considerazione sulle idee in quanto tali, per passare poi a Lenin che prima di partire è andato a vedere gli orsi e certo ne è stato ispirato, a un cenno ottativo al futuro della Russia e forse del mondo intero, e infine a un auspicio che il saggio sugli orsi abbia successo.

È comunque difficile dire di cosa parlino, perché di fatto la maggior parte non parla di niente. Parlano per parlare; Walser li ha scritti per scrivere. Partono da uno spunto anche di pochissimo conto, “appeso a una visione qualsiasi”, e proseguono sulla sua spinta che, per quanto esile e indifferente, basta a mettere in moto la lingua, a sua volta leggerissima, inconsistente, aerea, che vola via, avanti, su, giù, in qualsiasi direzione la deriva della lingua, dei suoni, del pulsare momentaneo del sangue nella mano e nella mente la porti, seguendo gli imperativi invisibili della sintassi e della punteggiatura. A loro volta impalpabili, ma ineludibili. Ordini ai quali è bello ubbidire. Padroni che è una gioia servire, “inondato da correnti amazzoniche di dedizione”.

Nonostante la sua disinvoltura e la libertà che consente, anche quello della scrittura nel paese della matita è un asservimento volontario. Tramite la scrittura manuale il pensiero trova la sua liberazione. La mano che impugna la matita non esegue, guida. E a sua volta si assoggetta alle parole che scrive e le conduce avanti, dove vogliono e come vogliono, e non c’è percorso sbagliato o errore, è tutto perfetto, tutto parte dell’andare. E così avviene anche a chi legge: abbandonato alle parole, segue il loro ordine, vi si incatena e si sente liberato.

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