Pieter Bruegel, Adorazione dei Magi nella neve

5 Gennaio 2026

Sono lì, avvolti nei loro pastrani che niente distingue, nella bufera, da quelli di altre figure del loro seguito o che si sono semplicemente messe in coda per vedere anche loro, curiosi attratti dalla fila, da quelle figure esotiche, che se sono venute a visitare qualcuno o qualcosa in quella capanna semidiroccata, sarà certo importante, straordinario, bello, e comunque meritevole. E allora perché no anche loro? Ce ne sono anche che il pastrano se lo sognano, come molti dei paesani che popolano la piccola tela (cm. 35 x 55), intenti alle loro necessità, raccogliere legna, attingere acqua da un buco fatto nel ghiaccio del ruscello, cercare un riparo. Hanno tutti un copricapo impolverato di neve, tranne i due inginocchiati in basso a sinistra, sulla soglia della capanna: uno, biondo con i capelli lunghi, davanti a una donna seduta con un fagotto in grembo, certo un bambino, ben coperto (e vorrei vedere!), l’altro come in attesa del suo turno, osservati, e come sorvegliati, da una figura in piedi accanto alla donna, un po’ arretrato, discreto, come fanno in genere i servitori, umile. 

Bruegel, dettaglio

 

 

Ma si tratta di una scena defilata, certo non così importante per la lunga fila che si snoda fino al palazzo diroccato in alto a destra, con soldati, famigli e palafrenieri con i loro animali che trasportano le salmerie, e soprattutto per la gente del villaggio che manco ci fa caso a tutti questi estranei piovuti da chissà dove. C’è persino un bambino che gioca sul ghiaccio seduto in una specie di barchetta fatta con la mascella di un cavallo. Ma la gran parte si ripara dalla bufera, se ne stanno piegati in avanti per non ricevere il vento e i fiocchi negli occhi, le braccia strette al corpo intirizzito, affrettando il passo per raggiungere un riparo. Sono tutte queste scene, e le case, il paesaggio, e soprattutto la neve che sembrano interessare maggiormente il pittore, i fiocchi di neve che cadono fittissimi a coprire ogni cosa e in parte a nasconderla, a velarla, assorbendo tutta la scarsa luce, quasi togliendo consistenza alla loro materialità. Gente ignara, presa dai propri bisogni, dalle necessità della sopravvivenza, sfuggendo quanto possibile ai disagi, ai rischi di qualche malattia o accidente, al composito male che vivere comporta, tanto più in inverno, al gelo.

Non è però che il pittore ha rappresentato in un angolo l’evento più importante perché quello che gli premeva veramente erano lo spazio, l’ambiente, la vita minuta, gli effetti del clima, la sua luce, non la neve ma, più difficile e affascinante, il nevicare, come facevano molti artisti fiamminghi e olandesi del periodo che avevano bisogno di una scusa, di un aneddoto edificante per far transitare il loro oggetto principale d’attenzione, la natura, il paesaggio. E nemmeno che volesse giocare a una specie di indovinello con lo spettatore, come si era divertito a fare in altre occasioni, nascondendo qualche significato o simbolo particolare (sempre quelli, limitati, che una volta scoperti insegnano poco o niente, lasciando tutto come prima, a parte la piccola soddisfazione di averli scovati, un contentino alla vanità). È che è proprio in un angolo discosto da tutto, marginale, quasi invisibile, insignificante, per quanto importantissimo, ciò che di decisivo sta accadendo, il punto di origine dove si aggruma qualcosa di inaudito di cui si comincia qui a dare testimonianza, a diffonderla. Niente di speciale lo segnala, se non quella gente che sbuca dalla bufera del mondo, nella speranza che cessi.

Si parte da sinistra, in basso, dalla donna con il bambino. Tutto comincia lì. Poi si sale, ci si sposta a destra e si scende in basso sul ruscello con i tronchi imprigionati nel ghiaccio, per finire con un altro bambino, che gioca, in tutta innocenza, come se niente fosse.

 

 

Pieter Bruegel il Vecchio, Adorazione dei Magi nella neve, 1563, cm. 35 x 55, Collezione Oskar Reinhart Am Römerholz, Winterthur, Svizzera

 

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