Francis Ponge fa la schiuma
Il “sapone è giusto un pretesto” … “un soggetto di modesta importanza che però fa schiuma all’infinito”, scrive Francis Ponge nel libro che ne prende il nome, Il sapone, da poco ottimamente tradotto da Michele Zaffarano per il Saggiatore. Dobbiamo credergli? Perché altrove scrive (Méthodes, Gallimard, 1961, trad mia): “se mi dedico a un certo soggetto, è perché esso mi mette in gioco in tutto e per tutto, perché mi sfida, mi provoca, mi sembra atto a cambiare la mia disposizione mentale, mi forza a cambiare armi e modi, mi rifiorisce infine come un nuovo amore. Ecco perché lo aspetto ai suoi appuntamenti, aspetto che esso gioisca di se stesso, e questo è quello di cui godo anch’io.”
Il sapone si apre convocando subito, con leggerezza, le pietre angolari su cui è edificato: come è fatto, a chi è destinato e come deve essere recepito (letto e ascoltato: a un certo punto diventa un radiodramma per la radio tedesca), il problema della lingua (per orecchie tedesche: che può valere anche per ogni destinatario non madrelingua francese, essendo quella francese, assieme al sapone, il suo oggetto e ambito, la sua condizione e unica fonte) e la pratica della scrittura (le “nebulosità corsivamente inclinate a destra”). Posti lì sulla soglia, questi fattori delimitano lo spazio del libro, in cui tutti trovano forma e esistenza. Anche se poi Ponge scrive: “Non appena il nostro SAPONE sarà messo in orbita, tutti questi vincoli saranno da considerarsi sciolti”. Il che non è vero. È ancora l’ironia di Ponge, sottile e spesso indecidibile? I vincoli saranno ancora più stringenti, nella supposta libertà. Ogni lettore poi fa quello che vuole di ciò che legge. Ma anche ciò che legge fa quello che vuole di lui.
Come ciò che è scritto fa quello che vuole di chi scrive. Che non a caso, una volta iniziato, si porta appresso la sua scrittura, in questo caso, per oltre vent’anni. Le pause non contano. Il libro, l’oggetto, sono sempre lì, che reclamano la ripresa. È vero fino a un certo punto anche questo, certo. Ma fino a quel punto è vero.
Ponge comincia a scrivere Il sapone nell’aprile del 1942, in piena guerra, sfollato a Roanne, dove presto comincerà a collaborare con la Resistenza, in grave carenza di molte cose essenziali, tra cui, appunto, il sapone: “eravamo allora, crudelmente, inconcepibilmente e assurdamente privi di sapone”, scrive nell’estate del ’46, quando riprende in mano il faldone con gli appunti interrotti due anni prima. La guerra è finita; nel 1942 ha pubblicato Il partito preso delle cose e il suo nome, nonostante il conflitto, comincia ad essere conosciuto e la sua opera apprezzata, e a volte fraintesa (come in parte da Sartre, in un famoso saggio che pure contribuisce alla sua fama).
È nel ‘46 che il testo vero e proprio sul sapone viene terminato, ma il libro si chiude con 5 appendici della metà degli anni ’60 quando viene pubblicato (1967), appendici che ne fanno parte a pieno titolo assieme a tutti gli abbozzi e i frammenti compresi nel faldone di lavoro, come è avvenuto e avverrà per altri testi (per es. Le verre d’eau, 1949; Le pain, 1961; Pour un Malherbe, 1965; La fabrique du pré, 1971). Torneremo su questo aspetto.
Ci sono tutte le stesure in qualche modo compiute, gli abbozzi, i primi prodotti grezzi e gli attrezzi per realizzarli, tutti disposti sul tavolo, dove il tavolo (la lingua) fa parte di questi oggetti e strumenti stessi, è il loro ambiente e la loro condizione e la loro stessa, quale che sia, riuscita. Fa pensare a una specie di applicazione creativa della critica delle varianti di continiana memoria. Solo che qui ciascuna variante viene esibita e fatta agire non al posto di un’espressione da sostituire o migliorare o precisare, ma accanto e insieme a tutte le altre, ciascuna riverberandosi, in presenza, sulle altre.

Ormai diventato un classico in Francia, di Ponge in Italia, prima di questo, erano stati tradotti solo Il partito preso delle cose (traduzione e introduzione di Jacqueline Risset, Einaudi, 1997) e una plaquette ormai introvabile Il sole in abisso (a cura di Daniele Gorret, L’obliquo, 2003). Anche in Francia peraltro, come altrove, dove pure è oggetto di studio e riprese editoriali, resta un autore non certo per molti, per poeti e letterati, nonostante il suo dichiarato obiettivo di mostrare che tutti possono fare poesia e farla con ogni cosa, a partire dalla più banale. Ma con tutto questo, come per i veri classici, Ponge continua a ri-guardarci, e a costringerci a riguardarci noi stessi; continua a parlarci in un modo sommesso ma deciso, inflessibile, metodico in quanto aperto a ogni sollecitazione e combinazione e contaminazione, che non dimentica mai il punto di partenza nel momento stesso in cui lo modifica radicalmente e, come il sapone, lo consuma, producendo schiuma, emanando profumo e procurando pulizia e benessere. Non cessa di riguardarci nel nostro ambiente saturo di gigantismo, vistoso, urlante, spettacolare e aggressivo, prepotente e violento, dall’alto, o dal basso, della riduzione che mette in atto, dall’incessante quanto ordinato suo mormorio, che tutto vuole dire di qualsiasi cosa per cui prende partito, meglio se infima: tutto ciò che può essere detto dell’insignificante, che di fatto diventa tanto più parlante e significativo non appena gli si presta attenzione e lo si guarda per quello che è, forma materia colore consistenza peso, durezza e durata, maneggevolezza o resistenza… senza cessare di essere quel quasi nulla che è, quella misera e miserabile cosa, da cui però non finiscono di scaturire parole e immagini, l’infinito rimando del linguaggio che cerca di coglierla.
L’importante è trattare ogni cosa, e parola, con tutta la serietà che merita, per tutto il tempo che serve. Portarla con sé, in sé, e tornare a guardarla, a pensarci, con la maggior attenzione possibile, nella sua singolarità, senza attenuare la presa con l’ironia, con la diminuzione o la negazione che l’ironia comporta, senza svicolare o allentare per dare alla tensione uno sfogo, senza cercare un sollievo o una facile deviazione o distrazione (quelle semmai dopo, per poi tornare con il loro carico al nucleo di partenza). A meno che l’ironia non entri essa stessa nel gioco della serietà e sia piegata a rafforzare la presa e l’attenzione, offrendo loro un diverso supporto, nuove visuali o angolazioni. A meno che l’ironia, cioè, non diventi essa stessa una forma, non necessariamente inferiore, deviata o decentrata, di serietà, quella che dopo che la cosa in questione è stata affrontata sotto tutti gli aspetti come l’assoluto che essa è (che ogni cosa è), al contempo e nello stesso movimento ne mostri anche i limiti e ne evidenzi anche la precarietà, la sua natura infinitamente parziale e effimera.

Il discorso vorrebbe mantenersi rigorosamente al piano denotativo, attenersi alla pura descrizione, anche quella delle sensazioni, non esulare dall’obiettivo di dire semplicemente ciò che è e come è, ciò che si prova come funzionale alla conoscenza della cosa che lo suscita: “la perfezione e la particolarità di un essere-sotto-ogni-profilo-e-sotto-ogni-rapporto”. Eppure tutto, quanto più la descrizione si avvicina al dettaglio microscopico dell’oggetto e della sensazione, tanto più si dirama in suggestioni e allusioni che attingono a tutta la gamma di una retorica abilissimamente manipolata. È una specie di metaforizzazione totale indiretta, cioè non voluta, almeno apparentemente. Chi legge, mentre ammira stupito il dettaglio così banale da non essere mai stato pensato e da diventare quindi meraviglioso, non può fare a meno di pensare ad altro: simboli, allegorie, allusioni, rimandi a catena, diramazioni. È come quando si guarda gli ingrandimenti al microscopio di ciò che sembrava solido e compatto: ci sono mondi, e infiniti spazi vuoti, che a loro volta, ulteriormente ingranditi, rivelano altri mondi e vuoti infiniti.
Ci sono oggetti che si prestano maggiormente a questo esercizio, come il sapone (minerale non naturale, che mantiene la sua forma fino a che scompare, che resiste all’acqua ma ne ha bisogno e la vince anche scomparendo senza confondersi con essa, così da “consumarsi e perdersi nella propria funzione, nel proprio servire” …) nei quali le potenzialità simboliche sembrano essersi depositate in maggior copia, ed è proprio con essi che bisogna stare più all’erta, non cadere nella trappola delle allusioni e delle sovradeterminazioni, lasciando che siano esse, surrettiziamente, a dirigere il discorso fina dall’inizio, a dettarne le finalità; se non che evitare questa trappola non esenta dal cadere nell’altra, forse più pericolosa, della lettera. Perché la lettera non è la cosa, e il linguaggio letterale della cosa diventa il linguaggio simbolico, sovradeterminato, della lingua che si sta usando, tanto che ogni discorso sulla cosa diventa anche un discorso sulla lingua che lo fa, sull’opera che si sta scrivendo. La cosa che si vuole descrivere e conoscere è già nella lingua, e la lingua è già in partenza senso. La tensione è verso la semplicità, ma conseguirla è solo un compito asintotico.

“Il più semplice non è stato ancora detto”, recita una delle frasi più famose di Ponge (in Méthodes), ma, bisogna aggiungere, non semplicemente perché trascurato o disprezzato: il più semplice non è stato ancora detto perché è il più difficile da dire. E anzi è, a propriamente parlare, l’indicibile. Non è ciò che si dà nell’immediatezza, perché l’immediatezza è già costruzione stratificata, e allora bisogna decostruirla, spogliarla, sbucciarla come una cipolla, ma per farlo occorre usare comunque lo stesso linguaggio a cui si imputa la costruzione e la stratificazione, che quindi a sua volta andrebbe sottoposto alla stessa operazione, ma con cosa, se non con il linguaggio stesso? Occorre rinunciare, quindi? La volontà sarebbe di continuare nel compito infinito, che non si porta mai a termine, solo che, a un certo momento, necessariamente il discorso si interrompe, e sembra cessare. Rilancia e si ferma. L’arresto non è la sconfitta, è l’occasione di un nuovo rilancio e di una nuova perdita. La meta è la presa, ma il lavoro è un infinito accostamento. Si prepara, e si include la preparazione al lavoro, perché il lavoro non può essere che preparazione. Per questo la preparazione dell’opera entra nell’opera, diventa l’opera, come già scriveva J. Derrida in “Controfirma”: di “questo “pre” dell’opera in qualche modo, lui ne ha fatto un’opera” (in Points de suspension, Galilée, Paris 1992; citato da Giorgia Bordoni nella sua Introduzione a J. Derrida, Firmatoponge, Mimesis, 2010). L’accostamento alla cosa è un accostamento alla parola, nella quale la cosa acquisisce i caratteri che ne fanno quella cosa lì, e nessun’altra.
L’oggetto viene riattualizzato e costruito progressivamente, inserendo il nome o qualche sua determinazione già acquisita in contesti differenti, dove il già noto, anche in una formulazione identica, acquisisce nuove sfumature, o meglio caratteri, dal contesto, dalla reazione, si potrebbe dire, chimica con il nuovo con-testo, rilanciando a sua volta verso descrizioni o considerazioni o sensazioni inedite. Detto in vecchi termini, l’inserimento in una nuova linea sintagmatica innesca una diversificazione in quella paradigmatica, arricchita di differenti accezioni e potenzialità semantiche, minime forse ma sempre rilevanti, che danno luogo a nuove catene sintagmatiche. Tutto, apparentemente, in presenza. Così Ponge riporta il discorso dove era, ripete, riscrive e intanto qualcosa, anche pochissimo, qualcosa di quasi impercettibile. Quasi. Già ripetere introduce cambiamenti, minimi e decisivi, perché incidono più a fondo il solco del già detto e al contempo lo indirizzano altrove, in un diverso spazio e sistema di allusioni, pur senza mai tradire la letteralità. O la tensione mai conclusa verso di essa. Così fedele al rasoterra che non può, anche chi legge, che farla rimbalzare in ogni direzione, in ogni senso: accanto, sopra, sotto, attraverso, nella contingenza di un tempo attualissimo (come è in quel momento e solo in quello che viene descritto) e insieme fuori dal tempo, in una vastissima costellazione di origini e di durate.

Quando dà un nome a ciò che prima, non avendolo, era insignificante o invisibile, benché costantemente sotto gli occhi di tutti, l’infinitezza del linguaggio si scatena e, anche se prima o poi sembra cessare, cioè di fatto per i più vari motivi si interrompe, prosegue il suo corso interminabile. Basta che una nuova parola, magari dopo, si aggiunga o venga suggerita, che un nuovo sguardo con la sua diversa immaginazione e esperienza e conformazione percettiva e linguistica, come sono quelle di ogni lettore, vi entri in contatto, che, chimicamente, reagisce e riprende il suo corso (a tracciare i suoi percorsi). Tanto che, a volte, il risultato finale, cioè il testo sul sapone, può risultare a volte meno interessante del percorso che vi ha condotto.
Non è un esercizio, o una dimostrazione retorica: è una forma di conoscenza. La conoscenza del singolare. E la meraviglia che alla conoscenza e alla scoperta, al riconoscimento, è legata. Quel ciottolo, quel sapone. Che però è anche un genere, qualcosa di generale, fino alla prossima volta. Il ciottolo. Il sapone. Del semplice, che può essere anche complesso. Il prato. La sua fabbrica. Dove il prato si rivela essere una poesia con quel titolo, e il linguaggio stesso che viene scandagliato e messo alla prova per scriverla, e il senso “una illimitata successione di bolle, che poi lasciamo fuggire via così come sono arrivate”.