Cavazzoni e Celati un dialogo senza fine

12 Agosto 2026

È sempre un’emozione leggere storie di amicizia, per chi all’amicizia ci crede al di fuori della retorica e dell’esibizione sentimentale. Non sono molto frequenti recentemente, dopo che nel secolo scorso hanno invece recitato un ruolo importante nel romanzo e nel cinema. Specie le amicizie virili, spesso oggetto, ora, di sospetti e ironie neanche molto velate. Io invece, se è il caso, alle storie di amicizia mi commuovo anche. Come ho fatto con il libro di Ermanno Cavazzoni sulla sua, lunghissima e bellissima, con Gianni Celati (Storia di un’amicizia, Quodlibet, 2026). È stata un’amicizia vera, così complice e priva della benché minima traccia di meschinità o invidia, come potrebbe benissimo accadere a volte, tra due scrittori per fortuna entrambi conosciuti e apprezzati, così affettuosa che è passata senza difficoltà apparente nel libro, dettandone il tono, il passo e l’assoluta assenza di artificio. Tutte qualità che i due amici apprezzavano, ma per niente facili da rendere nella scrittura. Valori, letterari e umani che condividevano senza bisogno di strombazzarli, in modo spontaneo, così scontati da apparire peregrini, persino ingenui, alle odierne legioni di disincantati. Amicizie in cui non c’è bisogno di chissà che confidenze o complicità, c’è sempre il pudore di mezzo forte in entrambi, basta che le fantasie e il sentire siano affini e procedano in direzioni simili, rafforzandosi a vicenda. Con speculazioni e teorie fantastiche, passioni comuni, libri prediletti e da scoprire, qualche viaggio, molte passeggiate e cene e telefonate. E una spiccata inclinazione al cazzeggio metafisico senza ritegno.

Personalmente ho apprezzato soprattutto la grande tenerezza che promana da ogni pagina, che ha giovato anche alla struttura del libro, smorzando le tentazioni al sarcasmo e al paradosso insistito e un po’ moralistico che a volte, poche ma ci sono, si ritrovano nei libri di Cavazzoni, come una formula a cui essere fedeli, una specie di contrassegno. Qui invece la necessità di attenersi ai fatti e il dovere della memoria, tengono ancorato a terra il filo della fantasia, impedendole di partire per la tangente, o riportandola al concreto della cronaca, che pure delle fantasticherie dei due amici è intessuta.

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Cavazzoni è fedele solo a Celati, a Gianni, e la benevolenza si estende al lettore, oltre che a tutti coloro che gli erano amici e condividevano, ciascuno a modo suo, la loro idea di vita e di arte e letteratura e le varie imprese: riviste, riunioni, piccoli spettacoli e film (Luigi Ghirri, Daniele Benati, Ugo Cornia, Jean Talon, per citarne solo alcuni). Perché appunto la letteratura, le storie, e tutta la vita che gli ruota attorno, erano la sostanza e la forza della loro amicizia. L’affinità umana, l’affetto e le avventure condivise ne sono la conseguenza. Cominciare a parlare, a fare ipotesi, a costruire storie, sogni, progetti, e andare avanti senza curarsi di tutto il resto. Parlare e scrivere. E camminare e scrivere. “Prendi appunti” dice Celati quando c’è una storia o un’idea che lo solletica, come fa sempre lui stesso, come lo fa per l’eternità nella famosa foto di Luciano Capelli che lo ritrae mentre scrive su un quadernetto, seduto sul bordo di una strada secondaria accanto alla sua R4, o in quell’altra, di Luigi Ghirri, che lo coglie in piedi su una via di campagna innevata e nebbiosa (se davvero sta scrivendo o non se ne va semplicemente camminando per i suoi sentieri: per i suoi pensieri).

E quando l’amico non c’è più, allora scrivere di lui. Scrivere trasforma in “conservatori del mondo, che lo salveranno dal precipizio”. Salvare qualcosa di qualcuno, soprattutto. Finché dura. Sempre poco, perché poi sparisce tutto, si sa. E Cavazzoni lo sa benissimo. Ciononostante qualcosa si fa. Si deve fare e si fa. Perché si ama quello che si fa e chi e cosa si ricorda. Basta questo. E poi si lascia una traccia. Sarà dimenticata. Va bene, sarà dimenticata. Ma intanto c’è.

Ci sono le opere, uno dice. Ma tra amici le opere vanno bene, l’amico però viene prima. Cioè, magari prima era venuta questa o quell’opera, e poi l’autore è diventato amico; ma una volta successo, l’amico passa davanti. E l’opera viene dietro, è un aspetto dell’amicizia, che magari la rafforza. Anche se a volte ha portato alcuni alla rottura. Non in questo caso comunque. L’amico, quell’uomo che era scrittore, e regista e critico e traduttore, viene prima. Senza contare che anche questa che ne parla è un’opera. Bellissima, a mio parere. Bisogna sempre ricordarsi che è di un libro che stiamo parlando, e quindi del libro si deve dire, e non solo di ciò che il libro dice.

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Fotografia di Luciano Capelli.

È un libro su due amici che amano parlare e anche il modo in cui è scritto richiama l’andamento orale dei vari discorsi, una fluidità affabile, ma di fatto molto elaborata, soprattutto nella sintassi, che è “il legamento interno dell’anima” (scrive Cavazzoni quando narra che Celati comincia a perderla), e che è ciò che, prima ancora del lessico in apparenza semplice e di fatto sempre precisissimo, dà la cadenza al discorso, le pause, le accelerazioni, le armonie e la complessità come quando mentre dici una cosa te ne viene in mente un’altra a latere, e un’altra ancora, o un dettaglio da aggiungere, una piccola illuminazione... Sembra spesso di assistere di persona ai dialoghi dei due amici, tanto che a volte si vorrebbe intervenire, ma è solo una gradevole illusione. E invece è tutto scritto con grande maestria, orchestrato alla perfezione. “Questo scrivilo tu”, diceva a volte Celati. E Cavazzoni l’ha fatto, come meglio non si poteva. Perché non sono tanto i discorsi ad essere riportati, quanto le emozioni da cui nascevano o che essi stimolavano, e l’affetto che sempre li permeava, nelle sue varie sfumature e intensità.

Su tutto predomina l’accordo indefettibile che deriva dai sogni condivisi, finché li si condivide: e tra Cavazzoni e Celati questa sintonia c’è stata per sempre, dal 1985 alla morte di Celati il 3 gennaio del 2022, senza flessioni nemmeno quando le condizioni di Gianni hanno cominciato a deperire, quando alla fine dell’intesa che si stabilisce attraverso il linguaggio, che pure per chi scrive è tutto, si può anche fare a meno, e si può comunicare, ci si può capire anche senza il supporto del senso. Vale anche per l’amore, sembra. Ma l’amore è complicato dai sensi, più che dal senso. Che anzi spesso è d’intralcio. Mentre in più di un caso il silenzio è molto meglio, dice tutto quello che serve, basta la presenza, qualche sguardo, come nello stupendo, asciutto e insieme struggente racconto della lunga veglia di Celati in ospedale presso il padre morente.

Celati era molto facile da amare, ma aveva anche i suoi lati spigolosi. Eccitabile, nell’ira e nell’entusiasmo, fumantino, intransigente, anche se mai acido o rancoroso, disposto a chiedere scusa, se era il caso. Non era l’orgoglio che gli mancava, ma solo quanto a se stesso, a ciò che voleva o non voleva fare, mai come muro opposto agli altri. Si infiammava perché “non poteva trattenersi dal dire la verità, o quella che al momento gli sembrava la verità; poi si pentiva, era fatto così”. “Quanti pentimenti nella sua vita!”, scrive Cavazzoni. Oppure lasciava la contesa, la fonte di disagio, la minaccia di un irrigidimento o di una prigione.

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La porta della fuga era sempre aperta, per lui, come per molti suoi personaggi: fuga dall’Italia per l’America, o per la Normandia, il Senegal, l’Inghilterra; fuga dagli editori, quando incominciano a trattarlo come un cavallo di scuderia; fuga nelle lingue per evadere dall’italiano; e poi nel cinema per scappare dalla scrittura… Tutte però che portavano qualcosa di buono: opere sempre nuove, documentari, monologhi teatrali, sonetti, bellissime traduzioni, anche se l’ultima, quella dell’Ulysses ha forse contribuito a debilitarlo e certo ad amareggiarlo negli ultimi anni, quando la salute, anche mentale, stava già declinando.

Soprattutto non tollerava che qualcuno si atteggiasse o dicesse qualcosa di storto, che barasse con le persone e le parole: allora capitava che a volte trattasse male il malcapitato, o il libro o racconto, come nelle letture delle riunioni di Il semplice, per esempio, cosa che non è da considerare un tratto così negativo, tuttavia; se uno reagisce in quel modo vuol dire che ci tiene, che quelle cose per lui sono importanti, decisive, e questo è bello, anche se fa soffrire. Soffrire per qualcosa che lo merita.

E a Celati le cose che non gli andavano erano molte, soprattutto se avevano a che fare con la letteratura, quella “industriale” da una parte e quella politica o d’avanguardia dall’altra. Senza dimenticare l’allergia per i professori, per i tromboni, i sapientissimi di qualcosa che gli dava, e gli dà, la patente di sentirsi sapientissimi su tutto, che se ne vanno in giro a sparare scemenze a destra e a manca da tutti i pulpiti che si trovano sotto i piedi, nessuno stabile peraltro. E per chi è artefatto e pretenzioso, a partire da come usa il linguaggio, non solo tra gli accademici ma per chi si circonda delle inutili cortine fumogene degli specialismi e delle terminologie gergali e straniere, come nella divertente scena nel loro ristorante preferito, quando cambia di gestione e il compassato cameriere terrorizza i due poveri avventori con la sua asfissiante presenza e la sua parlata “da fucilazione”.

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Però non c’era nemmeno bisogno, con lui, dell’indulgenza che talvolta è necessaria anche tra gli amici, quando l’altro esagera, sbaglia o fa fesserie, perché non c’erano mai furberie o secondi fini: al massimo, qualche volta, un po’ di ansia, la giusta trepidazione; per il resto solo perfetta sintonia.

L’indulgenza, e direi meglio la predilezione di entrambi, andava ai personaggi sbilenchi, falotici, deboli o perdenti che gli capitava di incontrare nelle loro avventure e che sembravano usciti dai loro libri, o destinati ad entrarci, come se fossero emanazioni di Celati, o del rapporto con Celati di Cavazzoni, come se fossero loro creazioni, parole incarnate, ma senza volerlo, che arrivavano a loro per una specie di elettromagnetismo immaginario, e poi diventavano di nuovo parole, ma restando di carne, la carne di sconosciuti diventati, fosse pure per una serata, buoni amici.

E per questo nel libro di Cavazzoni si inseriscono bene, non sono racconti infiltrati nella narrazione come corpi estranei che potevano non esserci o come ornamenti, belli, certo, ma non così necessari insomma. No, fanno parte del libro allo stesso titolo di come hanno fatto parte della loro vita, e per questo raccontarne le vicende è ancora raccontare la loro amicizia, solo in modo indiretto, un po’ di sbieco, con la luce che viene da loro o viceversa, che poi un po’ è lo stesso. Magari non del tutto, ma lo stesso, un po’ o tanto, lo è.

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Le si segue come si fa con le peripezie dei romanzi cavallereschi, da entrambi tanto amati, che non le trovano quando le cercano, ma vengono trovati da esse e vi restano impigliati quando meno ci pensano. Seguirle per il lettore è un altro modo per capire non solo l’amicizia dei due scrittori, ma anche le loro opere.

Un viaggio che ripete quelli che insieme hanno fatto per davvero, come quello alla foce del Po o quello, divertentissimo,  incantato e incantevole, a Copenaghen, per esempio; e quelli ancor più numerosi solo fantasticati: verso la Cina ripercorrendo il percorso di un frate francescano che vi era giunto prima di Marco Polo, un frate manco a dirlo strano e un viaggio senza costrutto, o verso l’India, o in cerca dell’isola di plastica in mezzo all’oceano su cui fare un film o anche stabilirsi, da effettuare tutti preferibilmente a piedi, tutti rimasti lì, campati per aria, ma compiuti per sempre nella loro bellezza. Per chiudere infine con l’ultimo, stupendo e commovente attraverso l’Europa, in treno o ospiti invisibili sulle corriere delle badanti, per incontrarsi dopo morti, loro due e tutti gli amici scomparsi pure nel frattempo, per ritrovarsi e stare insieme a cazzeggiare all’infinito, ombre che pian piano sbiadiranno “fino a diventare impalpabili chiazze traslucide” che continueranno a mandare tenui bagliori, percepibili a fatica, ma sempre visibili se appena si strizzeranno un po’ gli occhi per vedere meglio.

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