C'erano una volta gli anni Novanta
Via Mancinelli è una breve strada di Milano che unisce Casoretto a Leoncavallo. Una strada senza negozi, solo case, una sede del Politecnico di Milano e, dall’altro lato, il lungo marciapiede che costeggia il muro giallo del deposito dei tram. Quando la imbocchi non puoi non notare un grande murales: due ragazzi sorridenti, una stella rossa, pugni chiusi e garofani contro il cielo. Di fronte c’è una piccola lapide, tra i mattoni del retro della parrocchia di Casoretto.
Ogni 18 marzo via Mancinelli è chiusa al traffico e quell’angolo tra la targa e i murales si anima di volti e di corpi, tra musiche, parole e un bicchiere di vin brulè. Giovanissimi in kefiah e orecchini, molti capelli bianchi, ma anche tanti e tante che arrivano in bici appena usciti dal lavoro. Una festa che è insieme ricordo, memoria e lotta, un appuntamento che si rinnova da decenni, quasi cinquant’anni ormai. Da quando Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci vennero uccisi qui, appena diciottenni, da un commando di assassini neofascisti: era il 18 marzo 1978.
Uccisi perché militanti del Leoncavallo, Leo per gli amici e Leonka per tutti gli altri, il più importante centro sociale d’Italia, simbolo di un'ampia, ma non per questo omogenea, galassia di luoghi, gruppi e movimenti di militanza, relazioni e cultura. Sparsi in città grandi e piccole e ospitati in spazi occupati, i centri sociali rispondono ad una sola regola, aurea e liberatoria, quel do it yourself di discendenza punkettona. Lascia perdere istituzioni, partiti, progetti sociali, non restare spettatore del mondo, cavalca l’impermanenza, potremmo dire, metti in atto insieme ad altri compagni una vita che sia capace di prendersi ora, e non domani, le occasioni di lotta e di comunanza.
È proprio dal Leoncavallo, e proprio da Fausto e Iaio, che prende avvio Novanta di Valerio Mattioli (edito da Einaudi), una controstoria culturale, come recita il sottotitolo, del decennio di transizione che chiude il lungo secolo breve. Decennio simbolicamente incorniciato tra l’agosto 1989 – per i centri sociali la data spartiacque del fallito sgombero del Leoncavallo, che galvanizza e sprigiona energia per tutto lo stivale, insieme all’incipiente movimento della Pantera nelle Università occupate – e l’epilogo traumatico di Genova luglio 2001: l’enorme mobilitazione contro i potenti del G8, le manifestazioni, ma soprattutto le violenze, la mattanza, la morte di Carlo Giuliani. 1989-2001. Se allarghiamo un po’ lo sguardo, gli anni tra la caduta del Muro di Berlino e l’attentato alle Torri Gemelle di New York.
Il saggio di Mattioli è insieme politico e generazionale, collettivo e personale, ma in un’epoca di autobiografismo imperante e dittatura narrativa dell’io, l’autore, che quel mondo ha frequentato fin dall’adolescenza e che conosce bene, raramente fa ricorso all’invadenza della prima persona singolare. La sua urgenza è un’altra. Non disperdere la ricchezza di fenomeni, scene, culture e linguaggi – musica, naturalmente, come potrebbe essere altrimenti parlando dei centri sociali?, ma anche arte, teatro, filosofia, fumetto, radio, riviste e fanzine, case editrici, situazionismo, movimento gay e queer…e chi più ne ha più ne metta – che dentro e grazie ai centri sociali è germogliata in quegli anni.
Ricchezza che si è irraggiata intorno, contaminando territori, quartieri, margini e periferie (pensiamo al fenomeno dei rave) e imponendosi via via anche verso il centro del sistema, sia in senso urbano sia in senso simbolico. Nuovi linguaggi, mode culturali – quelle che in sociologia si chiamano subculture minoritarie – emergono in quegli anni nei centri sociali occupati, riuscendo a diffondersi anche nell’industria culturale mainstream. L’elenco sarebbe lungo e dispersivo: dall’immaginario e dalle pratiche smanettone hacker e cyborg, all’impresa multipla e mutevole dei Luther Blisset, da cui scaturirà il collettivo Wu Ming. Del resto, anche fenomeni letterari di successo, come la generazione cannibale, non sarebbero pensabili senza l’apporto enzimatico di ciò che ribolliva intorno ai centri sociali.
La musica è certamente preponderante nel racconto di Mattioli: l'”invenzione” del rap in italiano, e la sua inscindibilità con la lotta politica e sociale nell’Italia delle mille Posse, ne sono l’esempio principale, e il libro offre approfonditi capitoli sulla scena romana, bolognese e del Sud Italia. Storie che si biforcano per poi ricongiungersi, influenze reciproche, ma anche scazzi e divisioni, stili agli antipodi, accuse di tradimento, ma al fondo la percezione comune di appartenere ad uno stesso mondo militante e orgogliosamente altro rispetto al mercato. È dai centri sociali che è passata in Italia l'apertura a suoni nuovi, a quelle basi e a quella musica elettronica che dai ghetti neri USA, e da posti come Bristol, stava incominciando a far sentire la propria voce nel globo. Gruppi come gli Assalti Frontali a Roma, i 99 Posse e gli Almamegretta a Napoli, i Sangue Misto a Bologna, per citarne solo una manciata, incarnano quel mondo in movimento e quell’appartenenza, segnando non solo l’immancabile colonna sonora di manifestazioni e occupazioni – Curre curre guaglió! – ma un salto quantico per una canzone politica ferma agli anni ‘70 e all’uso "cantautorale" della lingua.
Questa urgenza di preservare la memoria di un movimento di per sé magmatico, spontaneistico e territorialmente polverizzato (c’erano centri sociali anche nelle cittadine più sperdute e fuori dai radar…) giustifica le oltre cinquecento pagine del libro, dove a volte forse ci si perde per la quantità di dettagli, ma anche questa vertigine è giustificata: il libro è come una grande mappa di un delta fatto di mille ramificazioni, e non ambisce certo a sistematizzare o ad offrire una lettura storiografica o sociologica del fenomeno dei centri sociali in Italia. Quella che racconta Mattioli è una storia delle storie, una sorta di cronaca collettiva di un’esperienza vitale, contraddittoria e capace di ripensare la politica dal basso e la socialità sul territorio, fuori dai meccanismi fagocitanti del mercato, che sarebbero prevalsi negli anni successivi, e cercando una strada tra la stagione fin troppo mitizzata e ingombrante degli anni ‘70 e il riflusso del disimpegno degli anni ‘80.
La domanda finale è cosa rimanga oggi di quella esperienza. Prima ancora della cesura violenta di Genova, Mattioli ricostruisce come verso la fine del decennio ‘90 in seno al movimento si fossero aperte fratture politiche e di metodo, tra un’ala più radicale, concentrata soprattutto a Torino, e una posizione più moderata, incarnata dal Leoncavallo e dal Nord Est veneto, che cercava il dialogo con istituzioni e con i partiti della sinistra, per uscire dalle secche del berlusconismo. Riferimenti oggi lontanissimi e sepolti, ma che lasciarono un clima tossico (così lo definisce Mattioli) di stanchezza e frustrazione, su cui il trauma di Genova calò come un sudario.
Se vogliamo azzardare una riflessione sullo scenario attuale, sembrerebbe che dopo anni di crescente desertificazione oggi il mondo dei centri sociali dimostri una nuova capacità di rigenerazione, mobilitando nuove generazioni e nuovi soggetti, e anche nuovi approcci alla militanza e all'anticapitalismo (pensiamo alla questione postcoloniale, al transfemminismo, alla giustizia climatica). Le grandi proteste contro il genocidio a Gaza, alle quali i centri sociali sono stati protagonisti, e il recente movimento NO KINGS ne sono la prova più evidente.
Allo stesso tempo, però, come indica lo sgombero del Leoncavallo dell’estate scorsa e più recentemente quello di Askatasuna a Torino, e soprattutto come dimostra la morsa liberticida dei Decreti sicurezza – tra Daspo, nuovi reati, fermi preventivi, tutta la serie di misure repressive che si abbattono sui movimenti sociali e in particolare sui giovani – lo spazio d’azione è stretto e difficile. E la destra non perde occasione per additare i centri sociali, gli attivisti per il clima, persino il solito fantasma dei rave e delle baby gang, come il nemico numero uno da colpire. Basta guardare un qualsiasi titolo di Libero, il Giornale, la Verità, oppure, ma qui ci vuole ancora più coraggio, basta leggere i post in maiuscoletto rilasciati quotidianamente dal nostro sempre garrulo ministro Piantedosi.
Ancora, sempre dall’osservatorio milanese, bisogna riconoscere che il dilagante verbo del divertimentificio, della movida, della cultura come evento – come pure gli innumerevoli spazi ibridi spuntati come funghi in città (una sorta di centri sociali concepiti in provetta, dal mercato e dal terzo settore) – bisogna riconoscere, dicevo, che tutto questo taglia le gambe agli spazi culturali e sociali autogestiti. Perché alimenta la gentrificazione di quartieri e territori, sottraendo materialmente luoghi, espellendo popolazione, ma anche imponendo una concezione della cultura e delle relazioni inscindibile dal consumo.
Insomma, la situazione non è certo rosea, ma ci sono segnali di movimento da cogliere e sostenere. E come dicevano con ironia e saggezza i vecchi punkettoni e gli occupanti di quegli ormai lontani anni ‘90: “finché dura, fa verdura”. Il conflitto sociale è come la fenice, risorge sempre dalle proprie ceneri per trovare nuove istanze e nuove forme di lotta e socialità.