Làzàr: la Mitteleuropa di un ventenne
«Nulla spaventa lo scrittore più della felicità», scrive il giovanissimo Nelio Biedermann in un passaggio del suo romanzo-rivelazione, «ed è comprensibile, perché scrivere è preservare, registrare, fare ordine, mentre la felicità evita il linguaggio, si sottrae alle parole, si nasconde nella fugacità e si disgrega nel momento stesso in cui si tenta di spiegarla».
Parliamo di I Lázár, uscito in Germania nel 2025 quando l’autore aveva appena 22 anni, in corso di pubblicazione in 23 paesi e dall’8 settembre disponibile anche in italiano (traduzione di Leonella Basiglini, Guanda, pp. 302). Proprio la ripetuta ricerca della felicità, l’angoscia che sfugga o che si perda, oscurata dai drammi della Storia, pervade questa narrazione che, appena uscita, si è rivelata un caso letterario internazionale. Non capita spesso che un autore poco più che ragazzo sforni un romanzo che esplora tre generazioni di un’antica famiglia nobile con decine di personaggi in un arco di tempo che si estende dall’alba del Novecento alla rivoluzione ungherese del 1956.
E che famiglia. Aristocratici dell’Impero austro-ungarico, di prevalente cultura tedesca. Proprietari terrieri residenti in un castello ai margini del bosco, con case a Pécs, a Budapest, a Vienna, prima agiati ereditieri, poi bastonati dalla Seconda guerra mondiale, quindi brutalmente espropriati dai comunisti di Stalin. E infine: l’esilio in Svizzera. Nei pressi di Zurigo è nato anche Nelio Biedermann, a sua volta nipote, per ramo paterno, di nobili ungheresi espulsi dalla propria Heimat. È evidente che la sua narrazione di fasti e tragedie della famiglia von Lázár ha radici storiche reali. Ma come abbia fatto, a soli 22 anni, a far rivivere nomi, episodi, drammi, soprattutto atmosfere, è una domanda che il lettore si pone, stupefatto, sin dal principio. E non mi par facile, giunti al termine della vicenda, trovare una risposta immediata. La curiosità rimane. O, per restare nel clima della storia: rimane un’ombra di mistero.
Il giovane Biedermann ha talento narrativo, su questo non avrei dubbi. È precoce, ha gusto estetico. Ha già una solida cultura letteraria; si intuisce che ha letto molti autori della perduta Mitteleuropa, da Arthur Schnitzler a Morte a Venezia a Sándor Márai. È capace di narrare per immagini e atmosfere, non di rado avvolte nell’ombra, nell’arcano, con un gusto cinematografico. E sa anche ricorrere all’astuzia, quando serve. Qualcuno potrebbe leggervi un esercizio di scrittura postmoderna. La sua è una Mitteleuropa ricostruita a strappi, per episodi, con gusto citazionista e molte strizzate d’occhio. Basti vedere con quale abilità – e astuzia, appunto – è costruita la primissima frase del romanzo:
«Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázar, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre».
In una sola frase ci fa presagire il mistero, il senso della Storia, i segreti di famiglia, la magia della natura, il carico del sogno e dell’inconscio. Ci fa respirare un’aria fascinosa che sa di Freud, di Kafka, di fiaba magica alla E. T. A. Hoffmann…
La saga familiare ha inizio dunque in bassa Ungheria, al Waldschloss, il castello del bosco, con la nascita di Lajos von Lázár, il bambino dall’anomala pelle trasparente. Il padre, barone Sándor von Lázár, ricco possidente, fin dal principio ne prova vergogna; e sospetta di non essere il padre biologico. Conosciamo così questo bambino generato quasi in termini fiabeschi, vicino all’«oscuro bosco» dov’erano morti, in episodi diversi, entrambi i suoi nonni paterni. Conosciamo poi il barone Sándor, uomo tutto carattere e tradizioni, severo, elegante nel vestire, attento alla disciplina, e sua moglie Maria, appartata, umorale e insoddisfatta da un matrimonio che ha perso ardore a vantaggio della forma.
Il piccolo Lájos cresce nel gusto e nei costumi dell’aristocrazia asburgica. È affidato a precettori, educato in casa come la sorella Ilona. Il secondo precettore, tanto per dire quante sorprese di trama ci riserva il testo, è un bel giovane che attrae sia Maria sia sua figlia Ilona contemporaneamente. Lo troveranno morto nella neve, congelato, sfigurato dai corvi (quei corvi che conosciamo da Rimbaud ai fratelli Grimm a Edgar Allan Poe), e la colpa verrà data agli zingari.
Si presenta fin da subito, il metodo Biedermann. Narrazione aritmica, per capitoli brevi. Fulminei cambi di luogo. Focus su singoli episodi, a volte sul confine ambiguo tra realtà e sogno. Attenzione massima alla pulsione sessuale di maschi e femmine, fin dalla prima pubertà. Continuo confronto con il proibito, il minaccioso. Presenza mai nascosta di una vena di nevrosi e di follia nella famiglia von Lázár. In tutto il romanzo, per esempio, appare e scompare lo zio Imre, lo psicotico di famiglia, che davanti al bosco magico smette di parlare, abiterà appartato nell’ala blu del castelletto e finirà rinchiuso in manicomio, come da prassi, non appena l’Ungheria di Miklós Horthy si allea con la Germania hitleriana.
La cronologia dei fatti è discontinua. Con qualche approssimazione possiamo dire che nel primo terzo seguiamo le vicende ancora pienamente austro-ungariche di Sándor, Maria e figlioli, sotto lo scudo protettivo di Francesco Giuseppe Imperatore. Nella seconda parte il matrimonio di Lájos con la bella Lilly, il dopoguerra post 1918, la ricostruzione del benessere familiare tra la campagna e la residenza di città (tradimenti e trasgressioni incluse). Nell’ultimo terzo l’attenzione si sposta su Pista, nomignolo di István, il bambino, poi ragazzo, poi adulto, primogenito di Lájos e Lilly. Pista è misterioso, figlio dell’ombra, ama i colori scuri, quasi il contrario fotografico del padre nato «trasparente». Seguiamo lui e la famiglia fino alla Seconda guerra, all’Ungheria filonazista, alle deportazioni. Inclusa la tragica sorte dell’amata moglie ebrea Matilda. Con la coda dell’Ungheria umiliata da Stalin, l’impoverimento dei Lázár depredati di tutti i beni, e infine la fuga liberatoria verso Occidente cui s’è accennato sopra.
La trama familiare, sullo sfondo dei traumi della Storia, è complicata, e non è il caso qui di anticiparla. Segnalerei invece alcuni talenti dell’autore, e il ricorrere di determinate immagini e visioni. Un suo talento, senza dubbio, sono le descrizioni dell’animo umano: paure, desideri, dubbi, cattiverie. E certamente le descrizioni di natura, che rimandano a una conoscenza della letteratura romantica tedesca (del resto Biedermann è studente di Germanistica all’Università di Zurigo). Il mutare dei boschi e dei cieli, l’emozione del crepuscolo, l’incanto delle notti stellate, il passaggio dalla luce all’ombra (il tema dell’ombra, più ancora del buio, è un fil rouge dell’intero romanzo): tutti questi fenomeni sono descritti con immagini ora delicate ora violente, spesso emozionanti. Poi c’è la presenza degli animali, sia in realtà sia per metafora: storni, cicogne, corvi, cavalli, cervi, ratti, coleotteri. C’è una sorprendente attenzione all’aspetto animale del Creato, forse anche qui di derivazione romantica.
E arriviamo alla tematica sessuale. Disvelata in quasi tutti i personaggi, e con insistenza nelle figure femminili (dalla baronessa Maria ai tempi del Kaiser fino a Eva la sorellina di Pista negli anni Cinquanta). Biedermann narra ripetutamente la scoperta della libido, il turbamento della mutazione del corpo. Non manca quasi nulla, dalla masturbazione al voyeurismo a un certo feticismo. Per arrivare alla famiglia Lázár depredata dai comunisti e costretta a lavorare in campagna, a dormire in un’unica stanza, genitori e figli, a Eva ragazzina che rimane sveglia la notte ascoltando i coiti di papà e mamma, e, rigirandosi nel letto accanto al fratello Pista, s’imbatte nel suo pene in erezione. Il ricorso a queste scene è forse un altro segnale della clamorosa giovinezza dell’autore, attento ai sussurri del dio Eros, com’è naturale nella gloria dei vent’anni. Ma, appunto, alcune descrizioni possono infastidire. All’uscita del romanzo il critico del più autorevole quotidiano svizzero, la «Neue Zürcher Zeitung», ha seccamente deplorato gli episodi «porno-kitsch».
Talentuoso o furbo che sia, Nelio Biedermann ha prodotto quello che gli americani chiamano un page turner, un romanzo che si legge tutto d’un fiato. E questo è un punto a favore. C’è naturalmente anche il fascino, per chi lo sa cogliere, della civiltà mitteleuropea perduta: dall’Impero multietnico e plurilingue alla sua meravigliosa letteratura, come si diceva, da Roth a Zweig, da Kafka al dottor Freud. E non è certo un caso che in questa storia Biedermann infili alcuni personaggi realmente vissuti: lo scrittore Carl Zuckmayer, la famiglia dei ricchissimi banchieri ebrei tedeschi von Bleichröder, nobilitati da Bismarck e amici dei Rothschild, il reggente ungherese Miklós Horthy, il primo ministro Imre Nagy, il comunista Rákosy, e addirittura due pagine spiazzanti su Stalin nella sua dacia, ormai declinante e malato, che si piscia addosso. A volte, ecco, di un po’ di pulp si sarebbe potuto fare a meno.
Dove la giovane età dell’autore si fa sentire è anche il modo in cui tratta l’attività economica della famiglia von Lázár. Ereditieri, proprietari terrieri, produttori di beni agricoli, azionisti di un’industria di motori. Lo stesso ruolo di Lajos nel ricostruire il benessere familiare negli anni Venti, le sue relazioni d’affari e di finanza sono descritti in maniera alquanto vaga e lacunosa. Un punto debole del libro, senza dubbio.
Quanto alla Storia maiuscola, è trattata a episodi. Sempre sullo sfondo, con tutti i nomi giusti, da Francesco Giuseppe all’attendente di Stalin, ma raccontata a sprazzi, o forse a illuminazioni, in maniera selettiva e nervosa. Per fare un esempio, sono molto toccanti le pagine in cui Lajos von Lázár, che troppo a lungo non si è opposto al collaborazionismo della sua Ungheria col Terzo Reich, nel luglio 1944 a Pécs assiste sconvolto alla sfilata di tremilacinquecento ebrei del ghetto, con bambini e madri incinte, verso i convogli diretti ad Auschwitz. Ma nel complesso i cinque anni di guerra, l’impatto devastante del nazismo sugli ex territori della Mitteleuropa sono più riassunti per pochi episodi riguardanti la famiglia che non narrati con autentico respiro di romanzo storico.
No, I Lázár non è un classico romanzo storico. Così come Odissea di Christopher Nolan non è una ricostruzione filologica del poema omerico. A mio giudizio è una fascinosa carrellata postmoderna, citazionista, fortemente atmosferica. Chi ha letto le stupende pagine sull’esilio di Roth, o Zweig, o Hans Sahl, o Arthur Koestler ne avrà un vantaggio, un godimento extra. Chi non le conosce si appassionerà ugualmente. Con i limiti che ho cercato di segnalare. Ma che il ragazzo Nelio Biedermann abbia saputo montare questa ambiziosa struttura narrativa è degno di ammirazione, oltre che di meraviglia. Chapeau, Herr Biedermann di Thalwil, canton Zurigo. E grazie di aver riportato la Svizzera agli onori della letteratura: siamo sinceri, non capita spesso.