Alberi e frutta. Ciliegio

3 Settembre 2026

Verso aprile cominciano ad apparire in mezzo al verde chiaro delle macchie bianche. Sono i ciliegi selvatici che punteggiano le colline, e salgono a quote maggiori, fino a che non sono assorbiti dal fitto fogliame del bosco che li nasconde e include. Nessun altro albero è così perfetto come il ciliegio, scrive Giuseppe Barbera. Ha ragione. Il suo tronco è dritto e cresce fino a 30 metri, il color rosato piace ai falegnami e agli ebanisti, e a chi ha avuto la fortuna di acquistare un mobile tratto dal suo fusto. In autunno poi le foglie, spuntate appena dopo i fiori, con la loro forma ovale e a punta si colorano di un rosso che tende all’arancione, vestito vegetale altrettanto bello dei fiori primaverili nivei. Ma oltre ai fiori sono i frutti di questo albero antico, le ciliegie, che catturano l’attenzione. Il colore rosso-nerastro attira lo sguardo di tutti, volatili compresi, che gradiscono molto: giustamente il nome scientifico dell’albero è Prunus avium. Del resto, sono stati loro, gli uccelli, a seminare i noccioli in giro per l’Europa occidentale così da diffondere l’albero. Come tante piante che erroneamente consideriamo nate qui, i ciliegi vengono dalle zone del Caucaso, dal Mar Nero e delle terre attorno al Mar Caspio. 

Anche il Prunus cerasus o Prunus acida, il vero ciliegio, secondo Jacques Brosse, porta un nome che viene dal latino ed è rimasto nei dialetti meridionali per indicare il frutto: cerase. Secondo Plinio il Vecchio fu Lucio Licinio Lucullo a portarlo a Roma, dove non c’era ancora nel 73 a.C. Proprio lui, il cui nome è diventato l’aggettivo che ci ricorda il fasto e la ghiottoneria dei banchetti. Sembra che l’abbia preso nel Ponto dove aveva sconfitto Mitridate, altro nome noto. Veniva dalla città di Cerasunte sul Mar Nero dove era coltivato. Centoventi anni dopo l’albero con i suoi doni aveva già raggiunto la Gran Bretagna. In realtà Aristotele e Teofrasto lo citano nel IV secolo a.C.: la città che gli ha dato nome era stata una colonia greca. I ciliegi attuali, da cui prendiamo i frutti, sono nati da incroci vari tra il selvatico e l’agriotto, e ha prodotto ben presto quattro varietà distinte. In un libro di Emilia Valli, Il ciliegio, sono elencati i nomi di 142 differenti ciliegi con le relative impollinatrici più adatte. Perché i fiori dei ciliegi sono sterili, quindi vanno messe a dimora piante diverse le une accanto alle altre. Oggi poi la moderna coltivazione, la sua efficiente scienza, ha creato varietà autofertili che non hanno bisogno di polline estraneo. Così la loro forma slanciata e il cappello largo sono stati ridotti in modo che non ci sia bisogno di scale e piattaforme elevatrici: passano le macchine che scuotono il tronco e i rami, e i frutti cadono su teli morbidi. Restano i ciliegi selvatici nei boschi, ma sono sempre meno. 

j
Cherry Blossoms at Arashiyama, from the series Famous Places of Kyōto Utagawa Hiroshige.

Il loro meraviglioso e seduttivo frutto, la ciliegia, ha un ridotto contenuto d’acqua ed è assai nutriente e saporita, e poi si conserva bene più a lungo in varie forme e con varie tecniche. Sono terapeutiche, come avevano intuito gli antichi, oltre che gustosissime, e possiedono pure virtù depurative, come suggeriva una delle Regole della Scuola Medica Salernitana. Infine ciliegie, visciole o amarene diventano ottime confetture di marmellata. Il ciliegio unisce Occidente e Oriente. In un libro di poesie attribuito a Confucio, lo Shih Ching, del V secolo a.C. si parla del pasto d’agnello con le ciliegie. Anche nell’Egitto dei Faraoni venivano apprezzate. C’è stato un periodo in cui la frutta era caduta in disuso, nel Medioevo, per poi tornare, dopo il Rinascimento, al centro della dieta comune. L’eclissi culinaria è durata grosso modo fino al 1500. Pietro Andrea Mattioli nel 1554 pubblica una dissertazione sul ciliegio commentando gli studi di Discoride, medico greco del I secolo, e recuperando le ricerche di Plinio e Galeno: il ciliegio torna come frutta. Mattioli classifica l’acidulo e il dolce, e stabilisce le capacità curative del frutto. In capo a cent’anni la cerasicoltura fa un bel balzo in avanti, così che nel XVII secolo in Francia l’albero è messo sotto tutela con un editto. Il ciliegio non è infatti solo un albero, rappresenta qualcosa di più. Cosa lo si capisce leggendo quel capolavoro che è il testo teatrale di Anton Cechov, Il giardino dei ciliegi, scritto nel 1904, poco prima della morte del suo autore. Gli alberi da frutta sono il segno più evidente dei sentimenti dei vari personaggi messi in scena dallo scrittore russo. 

L’attenzione verso le piante è ovviamente ispirata dal rapporto tra il clima gelido della Russia e le fioriture dei ciliegi. Sono i fragili e immacolati fiori, a trasformare il ciliegio nel simbolo stesso di una precarietà, o sensibilità, accentuata nel testo dal legame tra i proprietari del giardino e le loro piante. Da un lato, c’è Lopachin, figlio di schiavi e prossimo acquirente del terreno, e dall’altro Liuba Ranévskaia, la proprietaria costretta alla vendita dalla rovina economica: un debito da saldare e l’oggetto è il terreno dove sorgono gli alberi. Sono piante che danno frutta ogni due anni, si dice, mentre invece in quel pezzo di terra su cui sorgono si possono creare subito dei lotti abbinati a villini. Cala il sipario mentre la scure è già posta al piede dell’albero. Come scrive Barbera i ciliegi sono stati le vittime illustri di campagne e boschi: vengono segati per far avanzare case, condomini e ville geometrili. Sono, come ricorda l’agronomo e studioso di piante, simbolo dei pregi della natura, eppure scompaiono da case e giardini, dal momento che basterà andare dal fruttivendolo per ricevere i loro doni succosi. Non sarà necessario salire sugli alberi, come invece accade in Una storia privata di Fenoglio, dove Milton prega Fulvia di scendere dal ciliegio su cui si è arrampicata, o nel Barone rampante di Calvino, dove una banda di ragazzini ladri di frutta si concentra sui ciliegi. Forse le pagine più malinconiche dedicate a questa pianta le ha scritte Mario Rigoni Stern nel racconto Il ciliegio, che chiude Arboreto selvatico. È aprile e lo scrittore si trova a letto e al risveglio s’accorge che la neve inutilmente attesa a dicembre è invece appena caduta, ora che “i tre ciliegi stavano per aprire le corolle”. Nel suo giaciglio pensa ai ciliegi. S’immagina cosa succeda ora ai fiori a Marostica, luogo in cui le si coltiva. Da lì viene ogni anno un amico che a fine maggio gli porta due o tre ceste di ciliegie, le quali sempre gli suscitano meraviglia e golosa tenerezza. 

i
View of Mount Fuji from Koshigaya, Province of Musashi (Musashi, Koshigaya Zai), from the series Thirty-six Views of Mount Fuji (Fugaku sanjūrokkei) Utagawa Hiroshige.

Nella steppa russa sognava le ciliegie e pure nel campo di concentramento. Così ricorda, e nel dormiveglia si rammenta della lettura di Cechov e del primo viaggio da ragazzo organizzato dal prete: in una frazione dove maturano le marasche selvatiche. E ancora nel giugno 1940, poco prima dell’entrata in guerra, in Val d’Aosta, per saziare la fame del rancio scarso, insieme a un amico, ora emigrato in Australia, si nutriva di ciliegie selvatiche lungo la Dora o tra le rovine dei castelli. Le contendevano ai tordi e ai merli e l’amico le inghiottiva con il nocciolo. Poi ci sono le ciliegie secche scoperte in un ripostiglio sotterraneo di un’isba durante il cammino sul Don: “che senso di primavera hanno saputo donarmi in quel gelo fossile quando le bollivo nell’acqua di neve!” Per questo Rigoni Stern ha piantato vicino a casa tre ciliegi domestici e anche dei polloni di marasco selvatico. Che cosa ha di particolare il ciliegio? I colori, la forma, poi quei piccoli frutti che si consumano uno alla volta con gusto infantile. Il racconto si chiude con un altro ciliegio cresciuto sul tetto d’una casa di montagna, non lontano da lui, che ora viene distrutta per far posto a un condominio. Un ricordo che si congiunge con quello del finale del testo di Cechov. Il ciliegio verrà abbattuto per realizzare il parcheggio. È il trapasso dal vecchio mondo al nuovo, riflette lo scrittore. L’albero si è separato dal suo frutto, e il frutto dall’albero. Ora le ciliegie le possiamo comprare confezionate dentro un cellophane al supermercato. Sono buone, ma non è la medesima cosa di prima.

Cosa leggere per saperne di più

A. Cechov, Il giardino dei ciliegi, Einaudi; M. Rigoni Stern, Arboreto selvatico, Einaudi; G. Barbera, Tuttifrutti, Oscar Mondadori; J. Brosse, Storie leggende degli alberi, Edizione Studio Tesi; E. Valli, Il ciliegio. Storia, coltivazione, ricette, Calderini Edagricole.

In copertina, Evening Cherries on Gotem Yama Utagawa Hiroshige.

Leggi anche:
Marco Belpoliti | Alberi e frutta. Castagno
Marco Belpoliti | Alberi e frutta. Melo
Marco Belpoliti | Alberi e frutta. Olivo
Marco Belpoliti | Alberi e frutta. Fico
Marco Belpoliti | Alberi e frutta. Arancio

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).