Fresu e Ninfa: fotografia e jazz;

8 Settembre 2026

La prima pagina è occupata da una foto; rigorosamente in bianco e nero. Una foto che ritrae l’immenso Ron Carter (indimenticabile bassista del quintetto con cui Miles doveva avvicinarsi alla coraggiosissima svolta elettrica). Il grande bassista che non ha mai voluto suonare il basso elettrico è qui catturato quasi di spalle; ma relegato nell’angolo in basso a sinistra della pagina. Creando una interessantissima obliquità; ossia, un decentramento dell’azione analogo a quelli che a ognuno di noi capita di sperimentare quando allenta la propria sempre troppo prepotente volontà di verità. Tutto il resto della foto è nero; negazione del colore, della vita e dell’esistere. Ron Carter – l’abbiamo appena detto – è un grandissimo bassista. Il cui compito, come quello del batterista (così si dice), dovrebbe quello di ‘tenere il tempo’. Eppure la foto è un’istantanea; che, affidandosi alla potenza dell’attimo senza durata, buca lo scorrere del tempo. Ferendolo e interrompendone lo svolgimento.

D’altronde, proprio così essa origina un ‘ritmo’; che disegna, sullo sfondo dell’intrascendibile fluire del tutto, una scansione, un respiro; consentendone, per ciò stesso, la “rammemorazione”.

La fotografia, comunque, come ogni colpo ben assestato sulle quattro corde del contrabbasso, accade una sola volta; per questo è proprio ‘come’ il jazz. Lo dice Fresu, nella seconda pagina del nostro volume, spiegandoci sinteticamente, ma con spregiudicata chiarezza, cosa accade tanto con la fotografia quanto con lo strumento musicale da quest’ultima immortalato.

È chiaro: più che con un “solo”, abbiamo qui a che fare con un equilibratissimo “duo”, allestito da Paolo Fresu e Pino Ninfa nella forma di un preziosissimo e intenso volumetto edito nel 2026 da Mimesis e intitolato Solo. Concerto per jazz e fotografia. Gli strumenti utilizzati dai due amici sono la parola e l’immagine. Che non si limitano mai ad alludere, semplicemente, alla musica, ma suonano essi medesimi; e consegnano un ritmo sempre diverso alle pagine. Riuscendo a farlo proprio tramite sospensioni, accelerazioni, note soffiate, note esasperate e ritmi sempre in divenire; e dunque mai uguali a se stessi; eppure capaci di costruire una perfetta unità. Che è proprio essa, peraltro, a spiazzarci; perché non possiamo mai rintracciarne il centro. Proprio per questo ci avvolge e cattura come nient’altro avrebbe saputo fare; anche se sempre per poterci, quando meno ce lo aspettiamo, spiazzarci. Facendoci provare delle vere e proprie vertigini. Quelle che solo il tornare per poter ricominciare sembra in grado di generare. Facendoci sperimentare il nostro stesso non esser mai i medesimi; e facendocelo sperimentare proprio a partire da un incessante bisogno di ri-cominciare. Nel tornare sempre al medesimo punto di partenza. D’altro canto, proprio in quanto mosso da una insopprimibile nostalgia dell’inizio (di cui abbiamo sempre nostalgia, per quanto nessuno riesca mai ad esperirlo), il discorso – proprio come il jazz – ci aiuta a raggiungere terre inesplorate, e quindi a dare inizio a una nuova e sempre inusitata esplorazione.

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Anche perché solo all’inizio si può essere realmente e radicalmente “nuovi” – solo all’inizio diventa cioè possibile vanificare l’illusione che obnubila la mente di chiunque si dimostri convinto di aver finalmente ritrovato la patria perduta (illusione simile a quella sperimentata così a lungo da Odisseo lungo le direttrici imposte da un sempre sorprendente Mare Nostrum). Anche perché solo l’inizio è origine destinata a farsi improgettabile ma sempre riconoscibile ‘novitas’; lo sanno bene i jazzisti. Che sanno anche come quel che più conta sia appunto il “saper attendere”; guai, cioè, a volerlo forzare, il destino! Grande jazzista sarà infatti solo chi si dimostri in grado di pazientare. Chi non ha mai fretta (come non ha mai fretta Miles, quando soffia sul proprio strumento). Non volendo portare mai nulla a compimento. Perché capace di accontentarsi di quel che gli viene gratuitamente offerto dall’ascolto; un ascolto particolarmente attento, concentrato, ma nello stesso tempo libero. Privo, cioè, di aspettative. Dove ogni conquista riesca a farsi vivere quale puro e semplice “dono”; come doni mostrano di essere anche le parole, sempre ‘necessarie’, che impreziosiscono le pagine di questo leggero ma intensamente lirico volumetto. Parole che costringono i due protagonisti di questa originale proposta editoriale – Fresu e Ninfa – a uscire dall’ambito a loro più “familiare”. A uscire cioè dal mondo dei suoni, per quanto riguarda Fresu, e dal mondo dell’immagine, per quanto riguarda Ninfa. Entrambi, infatti, si incontrano proprio là dove il reciproco mettersi in gioco non avrebbe potuto che costringerli ad attraversare un terreno che Freud avrebbe definito: “das Unheimliche”. Perturbante, ignoto, estraneo e per ciò stesso anche angosciante. Ma non di meno esaltante.

Quello della parola.

Dove entrambi riescono a esprimersi senza doversi mai affidare a patetiche ancore di salvataggio. D’altronde, anche le immagini così intensamente sonore di Ninfa escono continuamente dal ‘proprio’ territorio; diventando di volta in volta puro suono, assolo, nota soffiata, nota urlata; contrasto, contraddizione, ma non di meno estatica contemplazione di suoni che vengono dal cielo, dalla terra, dall’acqua e dal fuoco. Ossia, dalla physis; di cui anche noi umani siamo originaria espressione – in quanto tali, chiamati a riconoscere, oltre al significato, anche il timbro, la tonalità, il portamento… e il ritmo. D’altro canto, parlare è sempre un po’ come suonare. Tutti noi, infatti, parliamo a partire da ben precise regole del gioco (indipendentemente dalle quali mai potremmo comunicare ed intenderci) che applichiamo però senza mai sentirci in obbligo di predeterminare il modo in cui verranno applicate. Ognuno di noi, infatti, parlando, improvvisa; ossia, dice cose già dette mille volte, ma in modo ogni volta diverso, e non di rado sorprendente.

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Ogni volta, infatti, articoliamo un discorso il cui senso sembra deciso da piccole sfumature… ossia, da pieghe e scarti che nessun libretto di istruzioni potrà mai trasformare in semplice “manuale”. Così le pagine di questo volumetto, agile ma particolarmente intenso, si muovono libere, imprevedibili e insofferenti nei confronti di qualsivoglia logica ordinatrice. Che pur incarnano, per quanto finendo ogni volta per contraddire e mettere entusiasticamente in scacco. Entrambi, infatti, lasciano emergere quel che la terra, la pietra, l’aria, il fuoco e l’acqua da sempre custodiscono; ossia, un indeterminatissimo melos a cui entrambi si sforzano di prestare ascolto. Lo stesso che risuona anche nei volti degli artisti, delle persone comuni e degli ignoti viandanti qui miracolosamente eternati, e delle cui voci questo volume è in qualche modo preziosa e minuziosa registrazione.

Questo volumetto, insomma, è un po’ come un disco; dove composizione, improvvisazione, ascolto ed enunciazione, rumore e melodia si alternano, dove regolarità ed irregolarità si confondono, senza seguire mai una metrica prestabilita. Unendosi cioè in quella sorta di erotica congiunzione che solo l’arte e la creatività possono forse accogliere e amplificare oltre l’empiricamente udibile. E che ha proprio nel jazz la sua espressione più fedele.

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D’altronde, anche in queste pagine, come nel jazz, per l’appunto, “tutto accade una sola volta”. Che è sempre la prima. In un sacro tripudio di colore e movimento, rito e memoria, cielo e mare; dove tutto si fa “racconto universale non più riconducibile a una specifica geografia”. Dove i confini di un’isola incastonata nei leggiadri flussi del Mare Nostrum diventa specchio di una vicenda addirittura cosmica, in cui gli incontri non si programmano, ma vanno attesi senza fretta. E neppure vanno spiegati. Perciò anche la Sardegna diventa qui metafora di una vicenda nel cui contesto anche il “non accadere ha un senso”. Anzi, forse ha un senso tutto particolare. In quanto sempre foriero di impreviste e ingiustificabili sincronie, di eteree corrispondenze e di attimi in cui il tutto sembra in grado di dispiegarsi senza definirsi. Senza lasciarsi mai né determinare né oggettivare. Lasciandoci così in una incertezza talvolta dolorosa, ma non di rado esaltante. Dove il dolore e la gioia riescono ad assumere una pregnanza che, sola, può sottrarci alle logiche utilitaristiche dominate dal puro dogma dell’efficacia. Dove il tutto riesce a vanificare le nostre aspettative; o quanto meno si spera che le vanifichi, indicandoci sentieri interrotti ma pur sempre rintracciabili sul terreno della storia. Consentendoci altresì di riconsegnare le mescolanze e le confusioni che ingombrano gli itinerari della vita alla purezza di un bianco e nero che, solo, avrebbe potuto affidare i sempre vani scopi destinati a muovere le nostre azioni alla purezza di un “assoluto” impossibile, ma nello stesso tempo realissimo, e proprio per questo, forse, assolutamente necessario. In virtù del quale gli ‘opposti’ (quali sono appunto il bianco e il nero delle fotografie di Pino Ninfa) si sentano legittimati a consegnare determinati momenti – di un concerto o di un rito religioso, di una semplice passeggiata o di un allestimento performativo – al medesimo Principio da cui sono tutti evidentemente vivificati. Sì, l’opposizione assoluta; dove gli opposti si dicono in virtù di una relazione indissolubile che solo l’arte può avere il compito di liberare dalla patina sbiadita e quasi sempre sfocata attraverso cui i medesimi ci vengono consegnati dall’esperienza quotidiana. E che solo lo sguardo attento, libero e innocente del creatore può mettere a fuoco e far risuonare del timbro originario che ad essi compete. Come quello di cui sa farsi testimone e cantore Pino Ninfa, che “disegna pietre e scolpisce suoni” – come rileva giustamente Fresu. E proprio nello ‘stile’ di Paolo; che anche qui, dunque, proprio come avrebbe fatto con la sua tromba, riesce a dare voce e parola alle immagini in movimento catturate dall’obiettivo di Ninfa. Immagini che – e Ninfa ne è pienamente consapevole – “non fanno rumore, eppure suonano. Ché hanno un ritmo interno, come certi silenzi ben tenuti”. Come le mura-partiture di Berchidda, o di qualsiasi paesello sardo; dentro le cui forme sghembe e irregolari potrebbero “stare racconti, o anche semplici appunti”. Come il cappello e il cappotto che attendono il ritorno del contrabbassista, e nel loro silenzio tutt’altro che afono sanno ancora una volta risuonare. Risuonando proprio come le note non suonate cui rinviano le immagini che non si lasciano di fatto mai fotografare; ma la cui eco pervade tutto lo spazio del visibile, continuando a mostrarci e ad imporci sempre e solamente l’invisibile – che non è mai al di là del visibile. Stante che al di là del visibile non può essersi se non dell’altro visibile.

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Lo sanno bene tanto Fresu quanto Ninfa; amici e sodali in un percorso iniziatico da cui sarebbero stati (lo si capisce bene leggendo e scorrendo queste pagine incantate) essi stessi, e per primi, sorpresi. Essi che pur ne sono gli autori. Lo si capisce immediatamente, dopo le prime pagine. Si capisce subito, infatti, che stanno dialogando come due solisti durante una jam session; che stanno improvvisando su una struttura ben precisa (che dà un ordine al volume), ma sempre consapevoli di poterla rispettare davvero solo mostrandosi liberi dalle sue regole e dai suoi diktat. Affidandosi così a un gioco il cui dispiegamento non deve rispondere a nessuna norma imposta dall’esterno; ma che sa sempre deviare e “tornare nello stesso punto senza mai essere lo stesso”. Sì da farci sperimentare una soglia che sarà sempre anche soglia “tra ciò che si vede e ciò che resta fuori campo”. Nella lucida consapevolezza – propria, peraltro, già del filosofo Andrea Emo – secondo cui proprio e anzitutto “le parole non dette (o le note non suonate, potremmo anche dire) si ricordano di noi”.

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