La longue durée di Tiago Rodrigues
In un famoso saggio del 1958, Histoire et sciences sociales. La longue durée, lo storico francese Fernand Braudel afferma che la storia tradizionale ha privilegiato il tempo breve dell’evento, quei momenti apparentemente repentini di rottura, interruzione, transito da uno stato all’altro, che consentirebbero di tracciare una linea di demarcazione netta tra un presunto ‘prima’ e un altrettanto presunto ‘dopo’. L’accadimento spartiacque colonizza la coscienza dei contemporanei proprio perché è percepibile e fragoroso, ma questa visibilità manifesta può essere insidiosa: sotto, dietro e intorno a esso agiscono con ritmi assai più lenti strutture economiche, sociali, geografiche, emotive e mentali. Braudel definisce infatti il ‘tempo breve’ “la più capricciosa, la più ingannevole delle durate”.
La pièce Coro degli amanti – scritta dal drammaturgo portoghese Tiago Rodrigues e portata in questi giorni sulla scena del Piccolo Teatro di Milano (29 settembre-18 ottobre) con la regia dello stesso autore – sembra duplicemente ispirarsi al concetto braudeliano di ‘lunga durata’. Intanto perché Rodrigues ci ha messo quindici anni ad arrivare alla partitura finale in ‘quattro canti’ dell’attuale Coro. La composizione del primo – chiamiamolo ‘canto dell’ansia e della paura’ – risale infatti al 2006, quando l’allora ventinovenne autore viveva ancora a Lisbona, sua città natale, mentre la versione finale in quattro canti (quella vista a Milano, disponibile nel volume Tiago Rodrigues, Teatro, prefazione di Yves Daccord, trad. it. di Vincenzo Arsillo e Valeria Illuminati, il Saggiatore, Milano 2022) arriverà a compimento nell’autunno 2021, in piena covidica pandemia.
In secondo luogo, perché la storia che questo coro a due voci racconta – una storia d’amore coniugale nonché cisgender – è ‘di lunga durata’ al punto da parere senza storia. In scena per un’ora esatta, in uno spazio che ha come unico arredo un tappeto di terra, un minuscolo tavolino e due sedie che verranno variamente spostate, i due protagonisti – la brava Isabella Ragonese e il suo divertito, esuberante comprimario Francesco Alberici – attraversano in forma pressoché liofilizzata le fasi di un’intera monogamica vita di coppia: amarsi, fondersi, riprodursi, temere di perdersi, tenersi, sognare, fare progetti, non realizzarli, accontentarsi del sogno, invecchiare, morire, farsi uno di due anche a morte avvenuta. Una storia che l’Occidente cattolico-patriarcal-capitalistico ha assunto a modello di normalità, plasmando i nostri desideri, le nostre fantasie, i nostri comportamenti, la nostra relazione con il mondo.
Deve essere per questo che, nello spartito teatrale di Tiago Rodrigues, i protagonisti sono un uomo e una donna senza nome, due come tanti, due come noi. E così il coro si fa, per interposta persona, piuttosto numeroso e il modello si rivela apertamente per quello che è: il lavoro d’amore è una funzionale, prosaica impresa a due che troppo spesso rattrappisce la coppia in un’opaca, indifferenziata unità governata dall’abitudine, dal confort degli automatismi, dal vantaggio reciproco. In esso, tuttavia, permane il sogno platonico del ritrovare nell’altro/a la propria parte perduta, rendendoci dipendenti da quel fantasticato ‘intero’ che fa di noi fragilissime, vulnerabili creature in costante bilico tra realtà e illusione, possibilità e fallimento. Su questo crinale scivoloso Rodrigues chiede ai suoi attori di muoversi con precisione metronomica nel ritmo incalzante delle battute. Le dicono quasi sempre all’unisono, con lievi discrepanze pronominali.
Il loro, che non è mai un duetto, non è neppure propriamente un coro (a meno, appunto, che non ci si riferisca al coro di tutti gli amati/amanti che in essi possono riconoscersi). In quel loro dire insieme frasi lievemente diverse aleggia lo spettro della cancellazione, della sovrapposizione, del dire per l’altro. L’intimità, coniugata alla longue durée, può produrre quella meravigliosa invenzione che è l’idioletto d’amore, ma anche l’afasia delle formule trite o del darsi per scontati, del non prestare più ascolto. “So già quel che stai per dire”, “so quel che stai pensando”: pensieri a doppio taglio, che dicono di un sapere che nasce dalla vicinanza di lungo periodo, ma anche della disattenzione indotta dalla consuetudine, nemica dell’incanto e della sorpresa di cui si nutre l’amore.
Nella capsula sincronica in cui Rodrigues rinchiude i suoi attori non c’è tempo per le sfasature. Il ritmo è percussivo, quasi meccanico, totalmente fisiologico. Ragonese e Alberici sono dei maratoneti della parola: non del suo senso, ma del suo movimento. Suono, cadenza, alternanza, una sorta di horror silentii sono – almeno in questa versione italiana – la chiave di volta di un esercizio teatrale che mira a riprodurre il basso ostinato della coniugalità, la sua dimensione statica e vagamente claustrofobica. Il lemma ricorrente, in questi sessanta minuti in corsa, è ‘tempo’: tempo che non c’è, tempo che resta, tempo che passa, tempo che scade, tempo della vita, tempo della morte, tempo del corpo, tempo del ricordo, tempo dell’immaginazione, tempo perso, tempo sprecato, tempo per sé. In forma via via interrogativa, affermativa e negativa.
Il pubblico resiste, coglie al volo le battute che più si prestano a un senso riconoscibile, gli ammiccamenti comici, qua e là ride o manifesta identificazione, aggrappandosi a quanto di sentimentale o di rivendicativo gli pare di intravedere nel flusso delle battute. E la chiusa, magicamente spostata nell’oltremondo di una foresta dove il tempo è quello ciclico degli alberi e delle miti creature del sottosuolo, permette di ricordare la fugacità e al contempo l’eternità dell’umano.
È lì, come scrive il poeta argentino Roberto Juarroz, che amato e amante azzerano il confine tra l’io e il tu e varcano la soglia del tempo:
Guardo un albero
Tu guardi qualcosa in lontananza
Ma so che se non guardo quell’albero
Lo farai tu per me
E tu sai che se non guardi quel che stai guardando
Lo farò io per te.
A nessuno dei due basta più
Guardare insieme
Adesso, se uno di noi
È lontano, l’altro guarderà
Quel che va guardato.
Adesso ci resta solo
Da stabilire con che sguardo
Guarderemo quel che
Tutti e due dovremo guardare
Quando tu ed io non saremo più in nessun luogo.
L’ultima immagine è un ritratto di Tiago Rodrigues, ph. AFP Joël Saget