Karl Marx in carcere a Volterra
Venerdì 31 luglio 2026, ore 18.30, campino del carcere di Volterra. Il pubblico, entrando, si trova davanti la visione surreale di un Karl Marx moltiplicato per ventiquattro. Gran barba e parrucca brizzolata, uniforme da chef bianca, rossa, grigia, beige, se ne sta in posa di tre quarti, disposto su tre file in scala, come nelle foto scolastiche di fine anno. Quel multiplo a prima vista statico, monumentale, vagamente ammuffito si rivelerà di lì a poco pronto a scattare, a dispiegare un’energia allegra e contundente, ilare e dissacrante. Gli ‘altri tempi’ evocati da quella mascherata buffa sono, senza ombra di dubbio, i ‘nostri tempi’. Stesso bisogno di pensare e ripensare i rapporti di potere e di classe, gli angoli sghembi e i coni d’ombra creati dallo sfruttamento della forza lavoro, delle materie prime, dell’ambiente a profitto di pochi. Ciò che non può ripetersi è il già accaduto. Ciò che non serve più è il già pensato, il già detto, il già sperimentato. Si tratta di inventarsi altro, di immaginare altro, ma di ricordare con precisione quel che è stato, per non rimanere aggrappati lì come a un destino. Marx non ci ha forse insegnato la legge del movimento? Scambiare il movimento per progresso è stata la sua principale aporia, ma si sa nessuno è perfetto. E tra Marx e noi c’è stato il magnifico Deleuze con le sue ‘linee di fuga’, il suo perenne ‘divenire’, la sua ansia di ‘un po’ di possibile’ per non soffocare qui, adesso, mentre siamo vivi.
Stacco.
Armando Punzo, drammaturgo e regista, nonché attante e guida di questo primo studio di un’opera a venire intitolata Il capitale umano, invita spettatrici e spettatori a prendere posto davanti a lui, seduti per terra o in piedi. Prima che il gioco teatrale inizi vuole dirci come è nato quel nuovo progetto, come è cresciuto e in quali ostacoli, scoperte e godimenti si è imbattuto. Soprattutto vuole proporci di entrare in un mood leggero e di sentirci parte attiva di quel che succederà di lì a poco: un abbozzo d’opera, una ricerca in corso, un tentativo di rinvenire un non solitario senso nel nostro quotidiano fare.
Tutto inizia da una lettera che ha scritto alla sua compagnia, la Compagnia della Fortezza, nell’agosto del 2025, esattamente un anno prima. In quella pausa estiva destinata al riposo, e che per lui è sempre uno ‘strappo’, una sorta di incongruenza, ha messo a fuoco che «con il nostro teatro, rendiamo fantasma l’altra parte di noi che vorrebbe imporsi con le sue regole e impellenze quotidiane, la facciamo arretrare per far emergere forze e sensibilità sommerse in noi, a volte ancora sconosciute. Tiriamo la corda fino allo stremo delle nostre forze, della nostra capacità di generare e formulare idee. Solo quando siamo sfiniti, arresi, il carro del teatro si presenta e poi svanisce […], lo straordinario appare in questi momenti». E ancora: «Lavoro da sempre soprattutto per creare le condizioni affinché questo si avveri. […] Siamo straordinari insieme, siamo il nostro capitale, il solo che conta, un capitale umano prezioso di cui prendersi cura e da spingere verso zone sempre più estreme di libertà, consapevolezza personale, sensibilità verso sé stessi, gli altri e il mondo nella sua interezza di altre forme viventi, verso tutti gli elementi che lo compongono, verso la felicità nostra e degli altri, verso un bene comune possibile. Quando ci prendiamo cura del nostro capitale primario, di noi stessi, stiamo aprendo zone di possibilità che si trasmettono e si riflettono nel mondo».
L’analisi scientifica di Karl Marx come è andata traducendosi nei vari tentativi storici spesso magnificamente utopici e perdenti di realizzarla, ecco la ‘traccia’ che Punzo propone alla sua compagnia per quella ‘macchina dell’incanto’ che è il teatro come lui lo intende, mai sociale, rieducativo, redentivo, sempre e solo opera e patto di bellezza, necessità, stupore. Alla base di quel teatro c’è un’idea di comunità, di bene comune, di relazione tra pari/diversi in costante intra-azione, ma anche un enorme lavoro di ricerca su di sé, su come incarnare singolarmente e collettivamente personaggi, idee, concetti che hanno avuto un’importanza decisiva per l’umanità.
Il primo ‘scoglio’ è rappresentato da una figura femminile storica, Louise Michel (nome femminile, cognome maschile), la ‘vergine rossa’ assurta a simbolo della Comune di Parigi, esperimento di autogoverno e democrazia dal basso durato esattamente settantadue giorni, dal 18 marzo al 28 maggio 1871. Come la si porta sulla scena? Che voce e che gesti darle? Che forma può assumere la sua intransigenza di intellettuale e comunarda che, processata per tentato colpo di Stato, istigazione alla guerra civile, complicità nell'esecuzione di ostaggi, uso di armi militari e falsificazione di documenti, oltre che per aver indossato abiti maschili, rivendica di essere giustiziata come i propri compagni e invece sarà mandata in esilio per sette anni in Nuova Caledonia, dove imparerà la lingua dei nativi per essere in grado di esercitare tra loro il proprio mestiere di insegnante e di cui nel 1878 sosterrà la rivolta contro il dominio coloniale francese?
Il suo ruolo è affidato a Viola Ferro, la giovanissima, eterea Cenerentola dalla risata zampillante che Punzo ha voluto accanto a sé nell’omonima favola teatrale che oggi sembra far da preludio a questa anamnesi dell’utopia, il non luogo della speranza. La sua Louise è pura negazione, opposizione, esaltazione, fascio afasico di nervi in rivolta. Ma, come ci ricorda una delle infinite scritte vergate sulle pareti del corridoio e delle stanze del carcere in cui Punzo e il suo multiplo Marx ci invitano a entrare e liberamente sostare, «le grandi idee vanno nutrite», perché «ogni atto (di cura) è un atto politico».
Giocando con scherzosa letteralità su questa metafora, eccoci catapultati in una ‘cucina delle cause perse’ dalle pareti istoriate di disegni, citazioni, fotografie, ritagli di giornale. Tegami e pentole in ogni dove. E piatti e bicchieri. Su uno stretto tavolo ciuffi di sedano, peperoni, pomodori, uova. Un’allusione ben chiara: qui non abbiamo a che fare con ideologie astratte, ma con corpi senzienti, che soffrono il freddo, il caldo, la fatica e hanno fame e sete non solo di giustizia. Infatti «questa cucina serve futuri possibili, serve a tenere accesa la fiamma dell’amore».
Mentre lo straordinario Paul Cocian (protagonista, da lì a qualche ora, del monologo Fame, che Punzo ha liberamente tratto dal romanzo omonimo del norvegese Knut Hamsun pubblicato nel 1890) inscena con furore un’altra utopia che ha scardinato la storia del mondo per eccesso d’amore, Punzo – padella in pugno – sfreccia nel corridoio annunciando che va a preparare una frittata. Operazione ‘bassa’, ma non irrilevante, che aggiungerà alla metronomica tessitura musicale creata da Andrea Salvadori, un corposo sottotesto olfattivo.
Notazione: La struttura scenica e narrativa di questo primo studio del Capitale umano impone di rinunciare a vedere e seguire tutto. È il suo dispositivo stesso a prevederlo. Privato come sei della poltrona spettatoriale che ti inchioda il corpo obbligandoti a guardare ciò che si muove davanti a te, non sei più padrone nemmeno dell’ordine causale e temporale. Là fuori (o là dentro) ne succedono di tutti i colori, l’attrito dei corpi è fortissimo e imprevedibile è la loro continua, potenziale collisione. Se non c’è qualcuno a suggerirtelo, rischi di non essere nel posto giusto al momento giusto, rischi insomma di perderti il (o un?) bello, di mancare ciò che irrepetibilmente accade qui e non lì. Io, per esempio, ho mancato la stanza di Louise Michel.
Ho tuttavia ricevuto l’incredibile dono di un momento di abbandono assoluto, molto simile alla pace. Vi è mai capitato di dire “io resto qui”? Ecco, così.
Una delle porte del corridoio su cui affacciano la cucina, lo sgabuzzino/altare di Paul Cocian, la stanza di Viola/Louise, immette in un locale rettangolare, il ‘teatrino’, dotato a un capo e sui lati di alcune sedute che annunciano un possibile stare e un accadere, un tempo sospeso. Mi ritroverò, non credo per caso, al centro di una triangolazione potente: alla mia sinistra Punzo, alla mia destra Cocian, di fronte a noi, alla consolle e alla chitarra elettrica, Andrea Salvadori. Armando ritaglia con determinazione la fotocopia di fotografie della sua infanzia, le scontorna, le guarda, le lascia cadere a terra, me ne porge una di sé bambino con il padre. Paul legge con voce ghiaiosa, arsa e dura un testo in cui sembrano condensarsi tutto il dolore e tutto il possibile contemporaneo. Non il suo, il nostro.

La musica di Andrea incalza, insegue, costringe, libera, amplifica, scorteccia quelle sue parole, impedendo a chi le ascolta di banalizzarle, di ridurle a confessione autobiografica. Quel dialogo di gesti, parole e suoni a tre ci include e non potrà che risolversi in una frase bellissima, «Tu che mi stai sognando, da qualche parte del mondo, ti prego sognami bene» e in una sarabanda festosa e vagamente marziale. Il Karl Marx multiplo si disaggrega, si incolonna, inalbera cornici vuote a inquadrare la propria iconica effigie e sfila come portato da un nastro di Möbius sulle note percussive di una musichetta saltellante. Seguiamo il ritmo con la testa, come automi, ancor prima che Punzo ci chieda di farlo. Impossibile resistere. E poi, d’improvviso, il canto del gallo, ripetuto e sempre più esultante.
Il tempo per il tradimento è scaduto.
Risveglio.
(Milano, 5 agosto 2026)