Speciale
Anton Čechov Workaholic
Qualche giorno fa mi è capitato di leggere la lettera aperta, diretta a un noto settimanale femminile, di una venticinquenne che ammetteva di non aver voglia di lavorare, in un contesto sociale che pone il lavoro al centro di tutto. Non si trattava di flaccida pigrizia o di sciatto oblomovismo: a essere rifiutata non era l’attività pratica di per sé, ma il fatto che una grande parte del nostro tempo sia votata a guadagnare denaro e non a prenderci cura di noi; sulla scorta di un pregiudizio secondo cui «una vita semplice, lenta e non competitiva sia una vita fallita» (cit.). Opinione condivisa da gran parte della sua generazione, la Z, a detta dell’autrice; che poi illustrava per filo e per segno tutte le complesse sfaccettature di una presa di posizione apparentemente così radicale, prima fra tutte quella del privilegio che fa capolino minaccioso: certo, poche, pochissime, sono le persone che possono permettersi anche solo di immaginare di non voler lavorare! La stragrande maggioranza delle altre deve pensare all’affitto, le spese, la spesa, etc... «Prima lo stomaco, poi la morale» – avrebbe chiosato Brecht. Pochi giorni dopo, la risposta di una esponente della Gen X mostrava comprensione e solidarietà, pur rilevando tra le generazioni una differenza: le donne che hanno iniziato ad affacciarsi sul mercato del lavoro a inizio anni Duemila hanno fatto spesso grevi sacrifici, in nome di una scalata al successo che avrebbe però beneficiato anche la causa femminista. Dallo scambio epistolare sembra emergere che se quella di una volta era una lotta per la parità sul lavoro, oggi la lotta sta nel sottrarsi parimenti alle dinamiche della produzione, e del consumo. Che, da un lato, tolgono tempo libero al sano ozio e alla formazione spirituale del soggetto; dall’altro tendono a identificare il soggetto con la sua attività produttiva. Questione capitale, direi, quella che lega lavoro, tempo e identità – di cui qui sono le donne a farsi portavoce. Cosa che mi ha fatto subito venire in mente le Tre sorelle di Anton Čechov.
Per chi non le avesse mai incontrate, Ol’ga, Maša e Irina sono le figlie del fu generale Prozorov, e vivono nella grande magione paterna insieme al fratello Andrèj. Era questi un brillante pensatore con aspirazioni cattedratiche; ed è oggi invece il triste consigliere di un consorzio agrario, oltre che il tristissimo marito di Nataša, da cui non si sente compreso, ma con cui farà un figlio (sì, capita). Intorno a loro, una serie di amici e ospiti in divisa, lustrini e stellette; chi disilluso, chi pedante, chi innamorato e chi destinato a una brutta fine. Qui, come negli altri drammi dell’autore russo, la trama è semplice e non presenta grandi snodi: sembra che non succeda mai niente, in questi posti sperduti nella vasta campagna tra il Mar Nero e gli Urali. E invece accadono molte cose, ma tutte all’interno dei personaggi: è il loro animo, se non la loro anima, a mettersi in moto. Davanti a noi, un carosello di soggetti in crisi, che si mostrano nel momento problematico di una scelta fallita, di un sogno impossibile, di una speranza irrealizzabile: «A Mosca! A Mosca! A Mosca!», è il celebre motto delle tre ragazze, che però nella grande città non ci vanno mai. Così il tempo passa e Ol’ga, da insegnante di un liceo femminile, ne diventa direttrice; Maša, mal sposata e nullafacente, si annoia da morire; e Irina, la più giovane, cerca disperatamente l’autoaffermazione passando da un impiego all’altro. Per lei, senza lavoro, i giorni sembrano non avere senso, e si ripetono tragicamente in un eterno ritorno dell’eguale, in cui però nessun Übermensch è ancora riuscito a strappare a morsi la testa al serpente; né alcuna Überfrau, a schiacciargliela con il calcagno. Per inciso: le prove per la prima messa in scena al Teatro dell’Arte di Mosca, sotto la direzione di Stanislavskij, iniziarono proprio poche settimane dopo la morte di Nietzsche – che seguiva così il funesto destino che aveva riservato a Dio. Era l’anno 1900.
Come il secolo XX, anche il dramma si apre all’insegna della morte. Quando si alza il sipario, un anno è trascorso dalla scomparsa del padre, e tirare avanti presuppone uno sforzo sovraumano per le protagoniste. Senza un motivo per restare, senza la forza per andarsene, senza uno scopo che dia senso alla sua esistenza, ognuna si interroga sullo status della propria identità, chiudendosi in se stessa, in un dolore tutto personale e quindi difficilmente comunicabile. Ma se un personaggio è essenzialmente ciò che dice e ciò che fa, che funzione può avere un personaggio che non riesce a comunicare e non ha la forza di agire...? Soggetti in via di dissoluzione, queste tre sorelle cercano disperatamente la maniera di ricostruirsi; e la trovano nelle regole del buon vivere, nell’attività pratica, nel sacrificio, nel lavoro. Ci spiega tutto, come al solito, Irina: «L’uomo deve faticare, lavorare fino a far sudare la fronte, chiunque egli sia, e solo in questo stanno il senso e la ragione della sua vita, la sua felicità, le sue gioie». La più giovane delle tre, ventenne, e che quindi possiamo ipotizzare sia nata intorno al 1880, è una tipica esponente della Gen M, quella che nella categorizzazione di Strauss-Howe è definita “Missionary”, caratterizzata da una fede incrollabile nel futuro e da un forte senso di responsabilità sociale, etica e spirituale. E cos’altro potremmo aspettarci da una che dichiara: «Verrà un giorno in cui tutti sapranno la ragione di tutte queste sofferenze, non ci saranno misteri, intanto bisogna vivere... bisogna lavorare, solo lavorare! Domani andrò da sola, insegnerò a scuola e dedicherò tutta la mia vita a chi forse avrà bisogno di me»...?!

Da dove arriva tutto questo stakanovismo ante-litteram? Beh, il lavoro è innanzitutto scansione ritmica delle ore, organizzazione formale del tempo; e, dunque, tempo che scorre: se non si lavora, se non si produce niente, il tempo non va avanti. E non va avanti l’azione, e dunque neanche il dramma – che etimologicamente vuol dire proprio questo: l’agire. E può mai esserci dramma senza azione? Čechov sta formulando qui una domanda paradossale, a cui cinquant’anni dopo risponderà Samuel Beckett, con la sua radicale proposta. Come quelli čechoviani, anche i personaggi dell’autore irlandese sono impossibilitati a portare a termine i loro propositi; non riescono a spostarsi dal luogo in cui si trovano; hanno difficoltà a esprimere quello che sentono; non sanno più bene nemmeno chi sono. E cos’è che aspettano in fondo Vladimir e Estragon da Godot, se non un impiego...? Non è forse il lavoro l’unica cosa che darebbe un senso alla loro attesa e quindi alla loro vita...? Senza lavoro, non sono niente; proprio come Ol’ga, Maša e la nostra povera Irina. Ma se Estragone entrava in scena sentenziando subito «Rien à faire», la più giovane delle Prozorov di fronte al terrore di questo niente da fare si rimbocca le maniche e le prova tutte, fino a rasentare il workaholism. Per lei, lavorare non significa soltanto guadagnarsi da vivere, ma partecipare a un progetto collettivo e contribuire al progresso dell’umanità. Questa concezione emancipatrice del lavoro, tuttavia, si scontra progressivamente con la monotonia della routine quotidiana, frustrante e priva di autentico significato, e con l’impossibilità di realizzare le proprie aspirazioni. Anche il suo progetto matrimoniale, concepito come possibile fuga verso una nuova vita, si infrange tragicamente con la morte del concupito barone Tuzenbach, nel duello che chiude i giochi. Messa di fronte alla reale realtà delle cose, Irina comprende che l’affermazione di sé come soggetto autonomo, da promessa di felicità, si rivela per quello che era veramente: un’illusione, un’utopia.
“Utopico”: così Marx definiva il pensiero socialista delle origini, per distinguerlo dal suo moderno approccio scientifico. Era la linea francese di Saint-Simon e Fourier, che ispirò poi Proudhon e Paul Lafargue, che di Marx sposò la figlia Laura, e che si premurò di pubblicare nel 1883 quel divertente pamphlet dal titolo Il diritto all’ozio. Vuoi vedere che la genuina emancipazione del proletariato non consiste mica nell’appropriazione dei mezzi di produzione, ma nel liberarsi del tutto da essi? Che bello sarebbe stato se il socialismo avesse provato non a cambiare il mondo del lavoro, ma a salvare il mondo dal lavoro... Quantomeno, con simili promesse elettorali, non avrebbe patito il dissanguamento di consenso degli ultimi decenni... Ma questa era, ed è, appunto, solo un’utopia... (giusto? O mi sbaglio?). La verità è che, come Irina, oggi ci troviamo spesso a lavorare sempre di più, e sapendo sempre meno bene il perché. È la nostra condanna, affibiataci nella notte dei tempi e sancita già nei nostri miti della creazione. Dio, dopo aver espulso l’essere umano dall’Eden, gli infligge la peggiore delle punizioni: il lavoro, per l’appunto. E allora l’uomo a coltivare il suolo con sudore e fatica, la donna a coltivare figli con sudore e fatica ancora maggiori – che sempre di travagliare si tratta. Terminata l’età dell’oro, in cui la terra dava spontaneamente i suoi frutti, l’essere umano è proiettato nel ciclo delle stagioni, della produzione e del consumo. È a questo punto – racconta Esiodo – che l’essere umano diviene mortale; e le sue opere e i suoi giorni su questa Terra vengono indissolubilmente legati a stretto filo. Quel filo che le Moire reggono, dipanano e tagliano, giorno dopo giorno, nella loro perpetua attività sovrannaturale. La morte non va mai in sciopero: i Greci vedevano il destino umano incarnato nelle figure di tre operaie tessili. E non sono forse le Moire tre sorelle...?
Le lettere da cui siamo partiti vedevano protagoniste due donne, una della Gen Z e una della Gen X. Come avrete notato, manca una terza, perché dalla Gen Y, cioè i Millennials, al momento non si hanno epistole... Io che appartengo a quella generazione, ma non sono una donna, difficilmente potrei avere un punto di vista obiettivo; e tuttavia mi sento di dire che anche noi siamo stati marchiati e marchiate a fuoco sin dall’infanzia dall’etica del lavoro. Ricordo bene che Marc Lenders si svegliava alle 5 del mattino per scaricare il latte, consegnare i giornali, e poi correva in spiaggia a tirare pallonate a piedi nudi contro le onde di uno tsunami che insidiava le coste nipponiche. O vogliamo parlare di Mimì Ayuhara, costretta a schiacciare ore e ore oltre la rete, con i polsi legati da un nodo gordiano e le caviglie incatenate a palle di ghisa come i fratelli Dalton? E Sara Lovely Sara, che da piccola principessa diventa sguattera del prestigioso collegio londinese a cui era iscritta, che non la sbatte per strada solo a patto che viva in una soffitta e passi il Pronto Legno sui pavimenti a mani nude da mattina a sera...? Questi erano i cartoni animati della nostra infanzia. Possiamo chiederci a questo punto perché siamo cresciuti e cresciute facendo nostro il motto di Irina «Lavorare, non si può che lavorare!»; ma mi pare superfluo.
Però, piuttosto che con l’amaro in bocca, preferisco lasciarvi con un messaggio di speranza: consiglio di andare a recuperare una meravigliosa pellicola del 1931 di René Clair, dal titolo À nous la liberté, di cui vi spoilero qui alcune celebri sequenze. Una è quella che apre il film, in cui alcuni carcerati sono alle prese con la loro attività penitenziaria; l’altra è quella degli operai alla catena di montaggio. Il messaggio è chiaro: c’è differenza tra una fabbrica e una prigione, tra il fordismo e la galera? Per fortuna tutto finisce bene, con i due protagonisti che bighellonano felici nei campi di grano in estate, cantando in duo la canzoncina il cui ritornello dà il titolo all’opera. Potremmo mai, un giorno, vivere così? Chissà se è questo che intendeva il tenente colonnello Veršinin, quando profetizzava come «fra due, trecento, mille anni, comincerà una vita nuova, felice. Noi non la vedremo questa vita, ma oggi viviamo per lei, lavoriamo, soffriamo, la creiamo, e solo in questo sta la ragione del nostro essere, se volete, della nostra felicità»... Intanto a noi, cui è spettata in sorte questa epoca e questa terra, tocca ancora vivere in una repubblica che, come ricorda il primo articolo della Costituzione, è democratica e fondata sul lavoro. Anche se il lavoro, con le disparità che origina, è forse quanto di meno democratico ci sia oggi... Ma probabilmente la vera caratura di questo controsenso la avvertiremo solo fra due, trecento, mille anni, quando «la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà strana e scomoda, priva di intelligenza, non sufficientemente pura, forse addirittura immorale».

Per saperne di più
Il teatro di Anton Čechov è pubblicato in numerose edizioni, che di solito contengono almeno i quattro grandi drammi; in ordine cronologico: Il gabbiano, Zio Vanja, Tre sorelle e Il giardino dei ciliegi, da leggere tutti assolutamente; ma per chi volesse approfondire l’argomento lavoro, Vanja è il più consigliato (e secondo me è anche il più bello – ma non dovrei dirlo). Qui invece il link all’articolo apparso su “d”, settimanale di Repubblica: da accompagnare preferibilmente all’agilissimo Il diritto all’ozio di Lafargue, pubblicato in italiano da Garzanti. Per chi poi volesse riscoprire il capolavoro di René Clair (musicato dal grande Georges Auric) À nous la liberté, su YouTube si trova una versione che porta i segni del tempo, con il sonoro rovinatino; ma almeno è gratuita.
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