La memoria aptica di Amitav Ghosh

21 Ottobre 2026

La storia è un garbuglio. Per districarlo, dimostra lo scrittore Amitav Ghosh nel suo romanzo più recente, L’occhio fantasma (trad. it. di Norman Gobetti e Anna Nadotti, Einaudi 2026), è necessario sottrarsi al monopolio della ragione e  smetterla di affidarsi ai suoi sempre più obsoleti, se non truccati, strumenti d’analisi. La storia, scienza del tempo e dello spazio, non ha centro e neppure vertice e non segue un andamento lineare. Tentare di discernerne il senso, costringendola in una logica fondata sul due – prima/dopo, qui/lì, noi/loro, morti/vivi, passato/futuro, vicino/lontano, causa/effetto, umano/non umano, mente/corpo, memoria/immaginazione… – non può che condurre a un punto cieco. A forza di affermare che A porta irreversibilmente a B e di negare ogni principio di contraddizione, ci si ritrova disorientati e pronti, pur di uscirne, a cedere alla semplificazione, all’apparente nitore delle categorie chiare e distinte, le più ingannevoli, le più insidiose.

Che cosa succede infatti quando una bimbetta di tre anni, cresciuta in una ricca famiglia indù marwari di Calcutta, manda a gambe all’aria l’intero assetto domestico pretendendo con fermezza “riso con pesce”. In casa ci si attiene da generazioni a un vegetarianismo rigoroso e d’un tratto la piccola della famiglia, che del mondo non dovrebbe sapere che ciò che tra quelle mura ha imparato, dice di sé cose inaudite: non è nata lì, non è figlia di quella madre, ha saperi e ricordi che vengono da altrove e soprattutto ha fame di pesce. La sua è una nostalgia sensoriale di cose e luoghi amati e perduti, una nostalgia corporea, perentoria, niente a che vedere con la fantasia o il capriccio.

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Isole Sundarban - Delta del Gange.

Amitav Ghosh, da quel sapientissimo narratore che è, ci cattura fin dalla prima riga del romanzo con un’immagine, anzi con un cinematografico movimento di camera. “Immaginate questo”, ci invita, e zooma su “una maestosa dimora di tre piani in Southern Avenue, esclusivo viale alberato di Calcutta. Casa e terreno sono circondati da un muro alto cinque metri, sormontato da lucenti cocci di vetro. Per i passanti nulla è visibile dell’interno, né i giardini ben curati, né i quattro garage, né il dedalo di stanze per il personale di servizio sul retro. L’ingresso principale è sbarrato da un possente cancello d’acciaio…”. È un incipit perfetto: da fuori a dentro, dallo spazio pubblico a un interno avvolto nel proprio privilegio di classe. In quella blindata, esorbitante opulenza, raggiunta nel giro di due sole generazioni, sta per fare irruzione l’impensato, il totalmente alieno, il perturbante che – come si sa – non viene mai dall’esterno, ma è già e sempre lì, sua negata, tacitata, rimossa zona d’ombra.

Parte da  quell’effrazione, che è al tempo stesso irruzione spaziale e temporale, una sequela avventurosa di colpi di scena che inchiodano chi legge alla posizione del bambino che chiede “e poi?” e non si arrende al sonno finché il narratore non gli dice come va a finire la storia, che ne sarà dei buoni e dei cattivi, del mostruoso pesce serpente solo all’apparenza malvagio, delle capanne aggrappate all’argine del fiume, come si arriverà a capo di quell’intreccio che muove dalla Calcutta del 1969, anno dell’allunaggio statunitense, alla Brooklyn del 2021, anno della pandemia da Covid 19. Episodi spartiacque entrambi – trionfale il primo, catastrofico il secondo – di un dramma che sta trasformandosi in apocalisse.

Ciò che conta e che lascia ancora una volta stupefatti è la capacità di Ghosh di porsi esattamente questo interrogativo, “Come si racconta una storia che pesca nell’oscurità dei nostri (plurali) passati e si proietta su un futuro altrettanto buio?” e di dargli plausibile e godibile risposta. Come fa? Qual è esattamente il suo segreto di storyteller che sembra rivolgersi a un pubblico di ragazzine e ragazzini di cui tenere viva l’attenzione, segnalando al contempo i guasti del mondo, le responsabilità di chi li ha prodotti o permessi e finanche la possibilità di continuare a coltivare non solo a parole la speranza?

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Spezie indiane.

Poiché L’occhio fantasma è, tra le molte altre cose, un libro di cucina, provo a estrarne una sorta di ricetta, fondandomi su quelli che paiono i segreti del ‘cuoco-storico-scrittore’ Ghosh.

Intanto non fidarsi troppo della cosiddette facoltà intellettive. L’intelligenza, quella riproducibile artificialmente, priva della memoria aptica che può venire solo dal corpo, dai suoi godimenti e patimenti, dai suoi tortuosi tracciati sensoriali, non ci consente di orientarci nel mondo, nel tempo e nelle relazioni con l’altro da sé.

Tenere ben presente, insomma, che si ricorda con i sensi e che i sensi sono impastati di saperi esperienziali, nostri e altrui: il  profumo di un fiore, la consistenza di un fungo, il chiarore della luna sui campi, il suono statico delle cicale, la morbidezza del pelo. Quel che si impara con il naso, lo stomaco, l’intestino, la pelle, gli occhi, le orecchie, i piedi, le mani… si trasmette non solo al cervello, ma da una generazione all’altra. Senza quel sapere incarnato la specie umana non sarebbe arrivata fin qui.

Diffidare di chi ci vuol fare credere che una macchina possa rimpiazzare il pensiero umano. “L’IA non fa che imitare il cervello, e non è da lì che ricaviamo i nostri presagi e premonizioni e tutte le altre cose che noi umani riusciamo a sentire… le cose che ci fanno venire la pelle d’oca e rizzare i peli sulla nuca. Tutto ciò viene dal corpo, dalla carne. Il cervello è solo d’intralcio”.

Capovolgere  dunque il paradigma cognitivo occidentale. Guardare da fuori, da sotto, da prima o da un tempo che non si è ancora dato. Osservare dai margini, postazione ampia e privilegiata, capace di rendere insignificante il ‘centro’ e di rivelarne le crepe. Mettere radicalmente in questione il punto di vista e chi lo detiene. Inondarsi di odori, di puzze, di consistenze, di materiali umili, tattili, deteriorabili. Sognare. Interrogare le cosiddette coincidenze. Provare a ricreare l’atmosfera di un paesaggio comparsoci in sogno o il colore tempestoso del cielo quel giorno in cui tutto è finito o cominciato.

Sorprendersi e non stupirsi di niente. Sapere che il tempo è una variabile indipendente, che “siamo il precipitato di quel che i nostri genitori non sono riusciti a dimenticare. Siamo quel che resta. […] Dimenticare è andare all’essenza che perdura. Il nocciolo. Ognuno è tutti senza riconoscerlo”.

Non lasciarsi alle spalle l’infanzia, non diventare uno di quegli adulti disincantati che “cercano conforto in un certo tipo di materialismo storico, soprattutto nella convinzione che non esista nulla che non possa essere verificato con metodi empirici”.

Non avere paura di morire.

L’intelligenza narrativa di Amitav Ghosh, letterato e storico indiano da anni residente a Brooklyn, NY, nasce da lì, dalla sfiducia in un pensiero che non si emoziona, che non attinge alla miniera inesauribile della memoria aptica, che non si affida ai “ricordi immagazzinati nelle mani e nelle dita”. I ‘veggenti’ di L’occhio fantasma sanno che, per lenire i dolori del mondo, non basta spiegarlo. Si tratta di reincantarlo.

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