L’immagine e il frammento: leggere Ernaux
Ho scritto una tesi di laurea su Annie Ernaux in tempi non sospetti, anni prima che venisse incoronata con il Premio Nobel per la Letteratura, quando ancora in Italia era considerata un’autrice di nicchia, o meglio, nota nell’ambiente letterario o in un certo circolo editoriale; per cui la domanda che più spesso mi veniva rivolta in quel periodo di studio matto e disperatissimo sul suo lavoro era «Annie chi?». Ero ben felice di rispondere e prodigarmi in spiegazioni interminabili sulla genialità della sua opera, sul fatto che avesse addirittura dato origine a un nuovo genere letterario l’«auto-socio-biografia» e creato un nuovo stile, «l’écriture plate», la scrittura piatta; ma restavo pur sempre una studentessa di Lettere, ovvero colei che la maggior parte della gente comune guarda come una fanatica o un’incorreggibile idealista, quindi spesso mi rispondevano con un sorrisetto appena abbozzato o, nel migliore dei casi, una pacca sulla spalla d’incoraggiamento come a dire «vai».
Ero rimasta folgorata da un suo libro, Memoria di ragazza, che era stato presentato in anteprima da L’orma editore durante un seminario all’Università La Sapienza. Il titolo mi ricordava, per una segreta assonanza, Memorie d’una ragazza perbene di Simone de Beauvoir e, infatti, non mi sbagliavo; più tardi avrei scoperto che l’opera di Ernaux era in qualche modo figlia dei libri di Beauvoir, della lettura di Il secondo sesso – e non solo, c’erano anche Proust, Sartre, Woolf, evocati tra le pagine, mischiati e sminuzzati nel suo pensiero, il che creava un’affinità istintiva, interiore, tra me e la sua scrittura. Libro dopo libro, man mano che la leggevo, si veniva a comporre davanti a me un mosaico, l’universo Ernaux, che inglobava e comprendeva, riflettendo come in un caleidoscopio, ogni aspetto della vita.
Poi Annie Ernaux ha vinto il Nobel e, da allora, il suo nome è divenuto noto al grande pubblico. Dal 2022 gli studi su Ernaux si sono moltiplicati, la sua scrittura e il suo stile sono stati analizzati in ogni minima sfaccettatura, setacciati e osservati al microscopio dai migliori francesisti e docenti universitari. Si possono leggere lavori sorprendenti, capaci di illuminare la sua opera da una prospettiva inedita: è il caso di quest’ultimo saggio Ernaux, edito da Mimesis, con la curatela di Riccardo Panattoni e Rocco Ronchi, che propone una lettura filosofica dell’opera dell’autrice francese.

In copertina il volto di Ernaux in bianco e nero è tagliato a metà e sembra sfidare noi che leggiamo a interpretarlo, a completarlo e, quindi, a vederlo intero. Lei stessa ha più volte affermato di concepire ogni suo libro come «un’opera aperta»: in La scrittura come un coltello, libro-intervista con Frédéric Yves-Jeannet sostiene: «Vorrei che tutta la mia vita diventasse qualcosa di intellegibile e di generale, che si dissolvesse completamente nella testa e nella vita delle persone. (…) Il fine ultimo della scrittura, l’ideale cui aspiro, è pensare e sentire gli altri come gli altri – gli scrittori ma non solo – hanno pensato e sentito in me». Del resto, la scrittura di Annie Ernaux, l’auto-socio-biografia, va dal personale all’universale: chiama in causa il lettore, lo ingloba in un ipotetico «noi» che si manifesta al suo più alto livello nel capolavoro Gli anni (2008), dove a esistere è quell’«Io senza storia» che comprende noi tutti, eternamente trasformati nel tempo che ci trascina.
Vari contributi si alternano in questo libro, tutti redatti da validissimi studiosi che propongono una traversata nell’opera di Ernaux attraverso una lente filosofica o psicoanalitica.
Nel primo saggio Riccardo Panattoni definisce la scrittura dell’autrice francese una sorta di «metabulè», ciò che Aristotele designa come il passaggio da uno stato all’altro, un mutamento, una variazione: «il passaggio di una metabolizzazione priva della capacità di metaforizzare il proprio vissuto, essendone piuttosto il punto di arresto». C’è sempre uno scarto, nei libri di Ernaux, tra l’io che scrive e l’io narrato: spesso lei è «la ragazza della foto» e tra lo scrivente e l’evento si impone un margine, un taglio, una ferita.
Panattoni osserva che la scrittrice, con il suo gesto espressivo, crea delle «immagini-tempo», ovvero «l’apertura di uno spazio che non si chiude e che fa emergere il reale del tempo in quanto tale». Le immagini evocate da Ernaux, osserva lo studioso, ricordano lo scatto di una polaroid, poiché conservano una specie di evanescenza, come se l’immediatezza conferisse loro anche un tratto di fragilità. Panattoni rilegge in particolare Guarda le luci amore mio (L’orma editore, 2022), osservando che il supermercato, narrato nella forma di diario, è il luogo dove il tempo si arresta, in una metafora proustiana: «Il supermercato diventa il luogo della ricerca del tempo perduto».
Preso atto della peculiarità della scrittura di Ernaux, tesa a riprodurre la vita nel momento stesso in cui accade, lo studioso passa ad analizzare uno dei temi cardine della sua opera: la «vergogna», che si esemplifica nella doppia oscenità «sociale e sessuale» in due testi chiave per la lettura dell’autrice francese, La vergogna (1997) e Memoria di ragazza (2016). Nel primo viene trattata la ferita originaria di Ernaux, il sentimento di indegnità sociale, ovvero la percezione di essere una «transfuga di classe» e di allontanarsi, attraverso l’istruzione e la cultura, dal proprio milieu di origine, la classe dei dominati. Nel secondo libro, invece, si prende atto di un’altra specie di vergogna, più sottile e indicibile, la «vergogna di ragazza» che deriva dall’avere un corpo di donna e, quindi, dalla percezione di poter essere puro oggetto di desiderio.
Interessante la riflessione che Panattoni propone su Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, osservando come la filosofa francese fornisca alla scrittrice la chiave per diventare un «soggetto libero», non sottomesso alla volontà e al desiderio maschile.
Annie Ernaux è cosciente di scrivere con una voce di donna: «Moi, j’ai l’histoire d’une femme», afferma in un’intervista con Michelle Porte contenuta in Le vrai lieu, evidenziando una differenza fondamentale che si riflette nella scrittura: un corpo di donna ha una storia diversa dal corpo di un uomo e, al centro dei testi di Ernaux, si pone sempre l’insondabile questione dell’Io femminile. Come osserva acutamente Cristiana Fanelli nello stesso volume: «Un’esistenza femminile è attraversata da micro-momenti sconcertanti legati alla fisiologia, alla vita organica e psichica, al godimento. È tempestata da eventi inaggirabili, di parole irricevibili e destinali (…) Sono tutti eventi che impongono la segretezza come bordo necessaria».
E i libri di Ernaux nascono proprio dal segreto, da un nodo oscuro che la scrittura si propone di sciogliere o chiarificare attraverso il viaggio a ritroso nella memoria, calandosi in profondità, facendosi «etnografa di sé stessa» pur con la consapevolezza che «non esiste un’autentica memoria di sé». Annie Ernaux ha raccontato la vergogna, la sessualità, la malattia, il tradimento, la morte, l’aborto: la sua scrittura si inscrive sempre nel solco di una ferita, non per cicatrizzarla ma per renderla visibile, senza censure, varcando così il confine dell’indicibile.
Matteo Bonazzi nel saggio Godimento e trasformazione, ipotizza un legame tra la scrittura dell’autrice francese e la «riserva indiana» di Lacan: «semplici lettere, staccate, iscritte nel corpo parlante di ciascuno di noi». Bonazzi osserva che nell’opera di Ernaux non c’è una voce narrante, ma una presa d’atto: la vergogna fissa lo sguardo sull’esistenza nuda «Scrivere è fare enigma e tenere aperto l’enigma (…) nella scrittura di Ernaux c’è qualcosa della tonalità emotiva della nostalgia, ma senza rimpianto».
In fondo è questa la differenza fondamentale tra Ernaux e Proust: l’assenza di rimpianto. Entrambi narrano del tempo, che è forse il tema letterario per eccellenza, ma lo fanno da diverse prospettive, come nota Bonazzi: «D’un tratto mi rendo conto che quando scrive degli anni passati in realtà è del presente, se non addirittura del futuro, che sta parlando». La scrittura di Annie Ernaux ci propone «un presente senza storia», un presente di cui noi stessi non siamo consapevoli nel momento in cui lo viviamo.
In Gli anni, libro vincitore del Premio Strega Europeo nel 2016, emerge una visione collettiva della Storia: si tratta di un’opera-mondo, proprio come Alla ricerca del tempo perduto, ma a differenza di Proust che ha l’ambizione di compensare con la letteratura le offese della vita, Ernaux scava nelle ferite dell’esistenza. Il grande autore della Recherche resta, tuttavia, per lei un modello: nel finale di Gli anni fa persino eco a Proust con un rimando attualizzante «La ricerca del tempo perduto passava dal web», la memoria involontaria nel ventunesimo secolo diventa collettiva, non si esercita attraverso le madeleine ma si pratica sui social, archivi dell’istante continuo.
Potremmo definire Ernaux come «l’anti-Proust»: perché se è vero che l’autore della Recherche per la scrittrice francese è un maestro, risulta altrettanto vero che dal suo insegnamento lei si discosta, prediligendo una narrazione frammentata che mira a disgregare il senso anziché unificarlo. Gli anni si apre con una frase apocalittica: «Tutte le immagini scompariranno». In Proust la memoria è salvezza; in Ernaux smarrimento, dispersione, incapacità di riconoscersi nell’altra sé «la ragazza della foto».
Troviamo la riflessione che, in un certo senso, prefigura il progetto di Gli anni proprio in un paragrafo di La vergogna in cui la scrittrice riflette sulla propria visione della memoria in opposizione a Proust: «A me la memoria non porta a nessuna prova della continuità della mia esistenza o della [sua] identità». Sempre in quelle righe allude alla sua «frammentarietà e al mio far parte della Storia», il che anticipa lo schema narrativo di Gli anni, ovvero l’immagine e il frammento.
Nei saggi contenuti in Ernaux ci sono due testi che ritornano di frequente nelle analisi: La vergogna e L’uso della foto. Particolare attenzione viene dedicata al rapporto di Ernaux con la fotografia: Rocco Ronchi coglie nella foto «il senso tragico del tempo», perché l’istante non si estende nella durata, ma ha solo l’intensità; Federico Leoni in Immagini che cadono definisce L’uso della foto «un libro pudico e spudorato, perché è tutto davanti ai nostri occhi, in maniera quasi pornografica, eppure è tutto fuori campo»; Gianluca Solla in Una scrittura fotografica dell’immanenza osserva che Ernaux ha creato un nuovo modo di dirsi «fatto di parole, ma anche di immagini»; infine Silvia Camporesi in Fotografie scritte analizza come proprio la fotografia sancisca la «caducità della memoria, individuale e collettiva» ed è infatti il medium usato dall’autrice nella scrittura nel tentativo di spostare l’orizzonte della visione.
Il titolo della mia tesi di laurea magistrale (in parte pubblicata in formato eBook da Doppiozero nella collana Starter) era Annie Ernaux. Una scrittura fotografica del Reale, derivato dalla dichiarazione di intenti inserita dall’autrice in Diario dalla periferia (1993):
«Ho cercato di praticare una sorta di scrittura fotografica del reale, in cui le esistenze incrociate conservassero la loro opacità e il loro enigma».
In quel libro, nell’originale Journal du dehors, non sono presenti fotografie, le immagini sono tutte scritte o descritte attraverso il procedimento dell’ecfrasi. Durante i suoi viaggi quotidiani sulla RER, che dalla periferia la conduce in città, Ernaux cattura scene di vita, contrasti, pensieri inespressi, riuscendo così a trarre dall’istante l’epifania.
«Io mi sento un luogo di passaggio delle cose», sanciva in quelle pagine, una postura enunciativa, il je transpersonnel, che dischiude la soglia tra privato e pubblico. L’identità espressa da Annie Ernaux è il più audace riflesso dell’io contemporaneo: un Io immerso nelle idee e nelle sensazioni degli altri.
A poco a poco la fotografia si introduce nella scrittura di Ernaux e raggiungerà l’apoteosi in Gli anni, libro in cui l’ecfrasi delle foto occupa uno spazio rilevante e costituisce la trama di fondo della narrazione, capace di scandire la temporalità del testo.
Definire la sua scrittura «fotografica» è la chiave, perché per Annie Ernaux scrivere è un atto politico, una presa di coscienza, una maniera di agire: nell’immagine permane l’istantanea di uno sguardo soggettivo che si è soffermato sul mondo.
Nei testi che compongono volume edito da Mimesis, gli studiosi acutamente si soffermano sul ruolo della foto. Credo che proprio l’uso del frammento e delle immagini costituisca l’impronta contemporanea della scrittura autobiografica di Annie Ernaux, che si situa sulla soglia tra pubblico e privato, alla stregua di un nuovo metodo espressivo di raccontare la vita in una sorta di «presente infinito». L’«autobiografia impersonale» creata dalla scrittrice si pone in continuità con il sentire attuale caratterizzato dall’avvento della narrazione digitale, in cui l’Io sembra essere espropriato dalla propria individualità. Viviamo in un mondo in cui l’esperienza personale entra in relazione e si amplifica in risonanza con quella collettiva; il discorso stesso sull’identità oggi viene messo in discussione dai social network, si sta costituendo una nuova visione dell’«Io» che ingloba il «Noi».
In quest’ottica l’opera di Ernaux rimane «aperta», continua a narrare «l’esistenza di un singolo individuo fusa nel movimento di una generazione», tutti noi lettori possiamo entrare nella sua «auto-socio-biografia» del reale e sentircene parte integrante, come dimostra la moltitudine di studi, di interpretazioni e prospettive che si stanno incrementando attorno al lavoro dell’autrice francese. Ogni libro è un incontro.
Non finiremo mai di leggere e rileggere Annie Ernaux, perché in lei (o attraverso di lei) è noi stessi che leggiamo, la nostra epoca frammentata, contraddittoria e indecifrabile, la sostanza stessa del presente che già sfuma nel passato prima che siamo riusciti a interpretarlo o dargli un senso; ma già l’atto stesso della scrittura e della lettura è un tentativo di decifrare o, forse, di «salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più».
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