Paul Nizan, l’uomo che disse no

10 Luglio 2026

Trovai per la prima volta il nome di Paul Nizan in un romanzo di Simone de Beauvoir, Memorie d’una ragazza perbene, dunque mi apparve come un personaggio letterario prima che come un autore. Imparai così a conoscerlo, a vederlo, come il giovane uomo che indossava gli occhiali di tartaruga, l’amico di Sartre, con cui era stato allievo all’ École Normale e con il quale ancora formava un duo spocchioso, intellettuale e inaccessibile: «non si mescolavano con nessuno, assistevano soltanto ad alcune lezioni eccezionali, e si sedevano lontano dagli altri». Di lui Beauvoir parlava con distacco e una strana forma di soggezione, come ammette lei stessa: «provavo una certa difficoltà a parlargli, a causa della sua aria vagamente canzonatoria». Eppure Simone sarà destinata a essere inclusa nell’indivisibile duo, dal momento che verrà ammessa alla Sorbona, con Sartre e Nizan, a differenza dell’amico Herbaud, che invece non supererà l’esame di ammissione. Il ritratto di Paul Nizan, in ogni caso, non cambia di una virgola nonostante la protratta conoscenza, Beauvoir continua a parlarne con una cauta ammirazione che però, a tratti, sfocia nel biasimo: «Stava scrivendo un pamphlet contro la filosofia ufficiale e uno studio sulla saggezza marxista. Rideva poco, ma sorrideva spesso con ferocia».

In Memorie di una ragazza perbene, Paul Nizan viene descritto ammogliato e sistemato come padre di famiglia, lo ritroviamo infine mentre passeggia per i parchi di Parigi con la consorte e la carrozzina e, di nuovo, Beauvoir ne prende le distanze: «Un giorno al Lussemburgo, vidi Nizan con sua moglie che spingeva una carrozzella da bambini, e mi augurai vivamente che questa immagine non avrebbe figurato nel mio avvenire».

Avevo quindi di Nizan una visione letteraria e distante dal reale, lo conoscevo attraverso gli occhi degli amici: commovente la prefazione di Jean-Paul Sartre per la nuova edizione di Aden Arabia nel 1961, che si distacca in modo netto dalla descrizione di Beauvoir, anche per l’intensità e l’affetto che trapela da ogni riga: «Eravamo legati al punto che ci scambiavano l’uno per l’altro» un legame profondo, suggellato da una promessa fatta nell’adolescenza «avremmo scritto, avremmo fatto bei libri, che avrebbero giustificato la nostra esistenza». Il ritratto che ne fa Sartre nella prefazione di Aden Arabia è carico di contraddizioni e proprio per questo umanissimo. Il suo scopo è rilanciare la figura di Nizan ed esortare i giovani a prestare ascolto alle sue parole con la giusta attenzione – quella che lui, ai tempi, si rimprovera di non aver avuto – e riesce nel proprio intento mostrando l’amico con i suoi pregi e difetti, evidenziandone le debolezze «il suo cinismo e il suo umor nero» ma esaltandone, al contempo, il coraggio e la tenacia, definendolo con una perifrasi calzante come «L’uomo che disse no fino all’ultimo».

Ma chi era Paul Nizan? Per capirlo davvero bisogna leggere i suoi libri, scoprirlo attraverso i suoi occhi e le sue parole. Eternamente giovane (morì a soli trentacinque anni al fronte, nei pressi di Dunkerque), riesce ancora a parlare ai giovani e lo fa con lo stile che gli è proprio, quello della rivolta.

La casa editrice Ago Edizioni ha di recente ripubblicato il suo secondo romanzo, Antoine Bloyé, apparso per la prima volta in Francia per Grasset nel 1933, ora riproposto nell’ottima traduzione di Danilo Cainelli. Definirlo un capolavoro è poco, perché è uno di quei libri, ormai sempre più rari, che si chiudono sentendo di aver compiuto un viaggio, di aver veramente conosciuto un uomo nella sua essenza; si volta l’ultima pagina con un groppo in gola e una vaga sensazione di smarrimento. Sartre definì questo romanzo come «la più bella, la più lirica delle orazioni funebri» ed è vero, perché, al di là dell’opportuna lettura sociologica, Antoine Bloyé è la storia di un uomo: suo figlio, Paul Nizan, lo fa rinascere e poi morire. Inizia dalla fine, ovvero dal rituale del funerale narrato quasi con un tono distaccato e asettico: quando il racconto si apre Antoine Bloyé è già morto, è un corpo senza storia, ma poi ritorna a vivere. E la sua morte, nel finale, davvero ci commuove, lasciandoci esterrefatti e basiti, come se non fosse già stata annunciata fin dalla prima pagina, allora vorremmo ricominciare dal principio – ma non sarebbe più lo stesso.

È una storia che parla al presente, inserendosi perfettamente nella traiettoria dischiusa dalle narrazioni dei «transfughi di classe» che oggi stanno prendendo il sopravvento con autori e autrici che rivendicano la propria appartenenza al mondo dei dominati e sfidano la borghesia servendosi del suo proprio linguaggio o, addirittura, di una nuova lingua, come la premio Nobel Annie Ernaux che si propone di scrivere «contro la letteratura».

Uno dei libri cardine dell’opera di Ernaux, Il posto (1983) che inaugura la écriture plate, è certamente derivato da Antoine Bloyé, nella logica secondo cui libro chiama libro. Entrambi i romanzi si configurano come omaggi postumi alla figura paterna e narrano la storia di un uomo e di un «tradimento», inteso come il rifiuto o il superamento della classe sociale d’origine. Tuttavia differiscono in un punto fondamentale: mentre scrive Il posto, Ernaux cerca di porre rimedio a un tradimento da lei stessa inflitto, come esplicita nell’esergo «scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito»; per Nizan è diverso, scrivendo si sforza di comprendere il destino di un uomo e di annullare il «tradimento di classe» compiuto dal padre, risarcendolo, in un certo senso, del malessere che ha posto fine alla sua vita. In Nizan il tradimento è visto solo dagli occhi del figlio, convinto che il padre sia passato dalla parte del nemico e avverta in sé una lacerazione. Non a caso l’autore fa pronunciare al padre-personaggio queste precise parole: «Mio figlio mi vendicherà». La vendetta sembra essere il sentimento dominante nelle narrazioni dei «transfughi di classe», la scrittura è mossa dal desiderio di vendicare la propria origine.

A differenza di Ernaux, che nella propria scrittura auto-socio-biografica include anche sé stessa mettendo in atto un confronto serrato tra il suo punto di vista e quello del padre Alphonse, Nizan si eclissa, trasfigurandosi dietro il personaggio di Pierre Bloyé, suo alter ego, che tuttavia non ha alcun ruolo di rilievo nella narrazione, se non fare da testimone passivo alla disintegrazione paterna. «Ma più tardi, diventato vecchio, Antoine mormorò un giorno a suo figlio, che aveva finito per aver la stessa statura sua: “Vedi, credo di non aver dato tutto quello che avrei potuto…”»

Antoine Bloyé si inserisce nella tradizione della rivolta, mostrando come il passaggio dal mondo contadino al milieu borghese abbia annientato un uomo portandolo alla nevrastenia e alla morte. Come giustamente nota Sartre, Nizan nello scrivere Antoine Bloyé sta cercando di dare forma alla «guerra civile» che lo abita spaccandolo dall’interno in due classi antagoniste: «Figlio di un operaio divenuto borghese, si domandava cos’era veramente: borghese o operaio?» e trova infine la propria risposta intellettuale aderendo alla filosofia marxista e al Partito comunista, decidendo quindi di stare dalla parte del proletariato.

La morale nascosta nel romanzo è che se il padre fosse rimasto nel mondo naturale della propria gioventù – ritratto da Nizan quasi con toni epici – avrebbe continuato a sperimentare la solidarietà nelle difficoltà e la fratellanza, senza provare quella «misera solitudine» che lo ha poi condannato, giacché «l’unione vera, l’unione che sfidava la solitudine, che già spazzava via la polvere della vita borghese, era l’unione degli operai».

Come osserva tuttavia Didier Eribon nell’illuminante saggio La società come verdetto (L’Orma, 2025, trad. Annalisa Romani), la rivolta di Paul Nizan si compie solo nella sfera delle idee: il figlio è divenuto, di fatto, un intellettuale borghese, uno scrittore, un filosofo, che può permettersi il lusso di credere di rivendicare, attraverso l’adesione al Partito comunista, la vita misera del padre e le proprie origini contadine. Eribon nota che Nizan vuole stare dalla parte del proletariato, eppure è un intellettuale, «operaio con la mente. Ma intellettuale di professione». Anche Sartre, nella sua prefazione a Aden Arabia, sottolinea che Nizan per vendicarsi aveva a disposizione solo le «armi del nemico», ovvero la letteratura e la cultura da lui apprese grazie all’ingresso nel mondo borghese.

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Paul Nizan - Wikimedia Commons.

Il grido di rivolta di Nizan sarà accolto, cinquant’anni dopo, da Annie Ernaux che troverà il modo di scrivere «al di sotto della letteratura» creando un nuovo linguaggio, fatto di pietre e coltelli, come la lingua dei dominati. In Ernaux la ribellione si compie attraverso la lingua e lo stile; in Nizan attraverso le idee. Antoine Bloyé tuttavia può essere considerato un libro generativo per la scrittura di Annie Ernaux, in quanto nel capolavoro di Nizan si compie già quel passaggio maestoso dalla vita individuale alla vita collettiva – appare la voce del «Noi», prima persona plurale, che descrive l’approssimarsi della guerra, della vecchiaia eccetera, inserendo un tempo collettivo che sovrasta il tempo della vita del singolo – e che ritornerà in Gli anni (L’Orma, 2008, trad. Lorenzo Flabbi), pluripremiata opera dell’autrice francese. L’influenza di Nizan su Ernaux è innegabile, non solo dal punto di vista delle tematiche. In Antoine Bloyé si muovono insieme questi due tempi: la vita interiore di un uomo e la vita esteriore del mondo, della Storia, orchestrati come in una sinfonia. A un certo punto viene proposta la domanda capitale «Come invertire il senso della vita?» e chi legge si rende conto che è esattamente quel che sta facendo l’autore scrivendo il romanzo.           

La borghesia viene concepita da Nizan come una trappola: «il mondo era fermato da quelle pareti, da quei racconti, da quel calore, da quella sicurezza da roditori» è questo conforto fallace che attrae Antoine Bloyé come il canto delle sirene e, infine, lo fa cadere nella tela di ragno portandolo a scegliere una donna che non ama, un’esistenza protetta, un sicuro avanzamento di carriera. La metafora del topo torna più volte, come se Antoine dopotutto fosse vittima della sua stessa decisione che lo ha reso prigioniero di un mondo cui non appartiene; così come torna il tema della «collera», la «collera operaia» diventa una «collera muta» ma non si acquieta, anzi, si inasprisce, «era una collera che gli cresceva dentro contro le cose che non si possono accettare, e che forse gli sarebbe rimasta in corpo per tutta la vita».

Nizan ritrae il padre come una figura prestante, dalla potenza smisurata – che ben si addiceva al lavoro contadino e manuale – ma quest’uomo via via si ritira, si incurva, si rattrappisce, vittima di un malessere che nessuno riesce a definire; nel romanzo la diagnosi è «nevrastenia», oggi diremmo depressione. Le pagine finali di Antoine Bloyé sono una profonda riflessione sulla morte e la storia assume una piega esistenzialista, diventa un’analisi sul tempo fragile della vita: «Così Antoine fu inondato dalla presenza della morte (…) Quel giorno Antoine sapeva tutto con certezza, e non più come un adagio che la gente cita; non era più: tutti gli uomini debbono morire, ma Io devo morire».       

È come se narrando della morte del padre, Paul Nizan stesse prefigurando la propria stessa morte. Jean-Paul Sartre scrisse che l’amico era ossessionato dalla morte, quasi la ritenesse «l’illuminazione definitiva della vita» e lo ricorda, ancora adolescente negli anni del liceo, quello studente smarrito che «mi aveva detto che aveva paura di morire».  In fondo il terrore più grande di Antoine Bloyé nel corso del romanzo sfuma nel metafisico, la paura «del volto uniforme della vita» e qui i pensieri del padre si trasfondono in quelli del figlio, è Nizan a parlare attraverso la voce paterna.

Con commozione Sartre, nella prefazione a Aden Arabia, rievoca la morte dell’amico: sappiamo che Paul Nizan, «l’uomo che seppe dire no fino all’ultimo», morì solo, accanto a una finestra, sui gradini di una scala, colpito alla nuca da una pallottola sparata a tradimento. La morte «stupida e feroce», da lui temuta e sempre presentita, l’aveva colto, a soli trentacinque anni, mentre faceva l’interprete per l’esercito britannico.

Un soldato inglese lo seppellirà insieme ai suoi scritti: pagine di diario e il suo ultimo romanzo, La soirée a Somosierra, che aveva quasi terminato. Quando la moglie di Nizan, nel 1945, tentò di recuperarlo recandosi, dietro indicazioni precise, sul luogo della sepoltura, non ne trovò più nulla. Chiosa Sartre: «La terra inghiottì quel testamento».

E forse ancor più inaccettabile della morte di Nizan è l’idea di non poter leggere quei suoi ultimi scritti, scomparsi con lui. Eppure qualcosa resta, quel grido di rivolta, il richiamo imperituro alla giovinezza perduta che apre le pagine del suo primo libro Aden Arabia (1931): «Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita». Lo stesso assillo curiosamente ritorna in Antoine Bloyé (1933): «Che cosa hai fatto della tua giovinezza?». Prima di fuggire nella morte Paul Nizan aveva lasciato una domanda, cui spetta ai giovani rispondere.

Jean-Paul Sartre nel 1961 ribadiva l’attualità dell’opera di Nizan osservando «Lo si credeva annientato: risuscita perché un pubblico nuovo lo esige» e lanciava un guanto di sfida «Ci sono ancora quei nuovi lettori?», l’invito ritorna con una lunga eco mai attutita sino ai giorni nostri e credo che questa nuova pubblicazione di Antoine Bloyé da parte di Ago Edizioni dimostri che ci sono ancora nuovi lettori, che le parole di Paul Nizan, il suo mai placato grido di rivolta contro il destino, contro la morte, vivano ancora e ancora ci interroghino.    

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