Nella notte dell'Indonesia
Accadde un’estate di tanti anni fa, a Bali, mentre stavamo camminando sul bordo di un anfiteatro naturale, con terrazzamenti coltivati a riso. Lo scenario era grandioso. Rischiarate dalla luce radente di un sole dorato, comparso d’improvviso fra gonfie e bluastre nuvole monsoniche, le terrazze delle risaie, inondate d’acqua, splendevano in una luce edenica, dove il verdolino delicato delle pianticelle di riso tremolava insieme al riflesso azzurro cupo dei nuvoloni che si specchiavano nell’acqua. Spostandosi lungo gli argini o immerse fino al ginocchio nelle terrazze allagate, file di contadine, avvolte in stoffe color rubino e riparate da un cappello conico di paglia, si stagliavano come eleganti e sottili figure di divinità in miniatura, sullo sfondo sontuoso di una foresta smeraldina che cingeva l’anfiteatro delle risaie, per poi perdersi verso monti lontani, a loro volta coperti di boscaglia.

Ci guidava in quest’amena passeggiata un brillante giovane dell’isola: di casta elevata, si faceva chiamare da noi con il titolo onorifico di Ida Bagus, che significa semplicemente “Buon Signore”. Ma, per quanto aristocratico nei modi, vestiva come un hippie della California o un fricchettone australiano: occhiali neri, capelli lunghi col codino, orecchini e bracciali, camicia a fiori. Brillante e spigliato, ci spiegava bene le particolarità dell’isola, ma sapeva anche scherzare, raccontare aneddoti, fare domande su di noi, sull’Europa. E, di domanda in domanda, mentre eravamo lì, nel paradiso senza tempo di quelle fulgide risaie, d’improvviso chiese: “Ma ci sono comunisti in Italia?”. Un po’ stupiti, e forse anche un po’ allarmati, rispondemmo in modo vago: “Be’ sì, ce ne sono: esiste un grande Partito Comunista, con molti iscritti…”. Al che Ida Bagus rispose con calma misurata e un sottile sorriso: “Forse in Italia i comunisti saranno diversi, questo non lo so. Ma io, se incontrassi qui, adesso, un comunista, lo ammazzerei sull’istante”. E siccome noi lo guardammo in silenzio e un po’ interdetti, il nostro “Buon Signore” ci tenne a precisare: “Se in quel momento non avessi con me la pistola, sarei pronto a strangolarlo con le mie mani nude”.
Ci vennero i brividi: capimmo di aver sfiorato un limite pericoloso, qualcosa come il bordo di un “buio indonesiano”, e preferimmo deviare il discorso su altri temi più ameni, cosa che lui accettò subito, con il piglio scanzonato di sempre. All’epoca di quel nostro primo viaggio, sapevamo più o meno che in Indonesia, vent’anni prima, nel 1965, erano avvenuti terrificanti massacri di militanti comunisti. Uccisioni che si erano protratte per uno o due anni, fino all’annientamento totale del non certo minuscolo, bensì enorme, Partai Komunis Indonesia. Decine di morti? Forse qualche migliaio? No, no, spaventosamente di più: centinaia di migliaia, qualcuno sussurrava addirittura mezzo milione di ammazzati, altri si spingevano fino a più di un milione. Ma non se ne parlava mai, se non in modo vago. Per quanto agghiacciante, sconvolgente, la carneficina si era compiuta in una sorta di cupo silenzio: fin da subito la si era voluta soffocare nell’oblio, e lì doveva rimanere. Negli stessi anni di quel nostro primo viaggio, lo scrittore W.S. Naipaul, capitato pure lui da quelle parti, aveva annotato: «Gli indonesiani sono ancora stupefatti per gli avvenimenti del 1965 e degli anni successivi. Quando parlano del 1965 è come se guardassero da lontano a una misteriosa parte di se stessi (…) parlano come se essi stessi fossero un mistero ai propri occhi» (V.S.Naipaul, Tra i credenti. Un viaggio nell’Islam, Rizzoli 1983).
Ma informazioni dettagliate e spiegazioni precise su quella sorta di inconcepibile scannatoio risultava difficile averne. Si sapeva che il generale Suharto, con l’intervento massiccio dell’esercito e l’appoggio indiretto degli americani, aveva allontanato dal potere il grande e rinomato presidente Sukarno, in quanto giudicato pericolosamente vicino al PKI, il potente Partito Comunista Indonesiano. E si sussurrava, più o meno, che a partire da quel colpo di stato militare, e poi nei mesi successivi, i militanti comunisti erano stati sterminati “tutti”, compresi i famigliari. Nel frattempo Suharto aveva preso il potere. Proclamato Presidente della Repubblica, al posto del vecchio Sukarno, tutto era tornato “tranquillo” in ogni parte dell’Arcipelago, e l’argomento non andava sollevato, ma lasciato fra le ombre di quella notte indonesiana. Del resto le notizie non erano circolate molto neanche in Occidente. Non si era creata nessuna epica del comunismo indonesiano, niente di simile al racconto della Lunga Marcia cinese, o alla guerriglia dei Vietcong. Solo vaghezza. Tant’è che, almeno fino alla deposizione stessa di Suharto (avvenuta però molto tempo dopo, nel 1998), se si cercava qualche ragguaglio sui giornali europei o nelle nostre librerie, ben poco si trovava.

Ma ora, finalmente, esce un’accurata e ragionata ricostruzione storica del comunismo indonesiano, scritta da un politologo italiano: Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis, 2026. Avendo studiato praticamente tutto quello che sull’argomento risulta pubblicato in lingua inglese negli ultimi anni, Tanno si dimostra in grado di ripercorrere con grande precisione la nascita, lo sviluppo, e infine la catastrofe del PKI, dai suoi esordi nel primo Novecento (durante il dominio coloniale delle Indie Orientali Olandesi); poi negli anni della guerra per l’indipendenza contro i Paesi Bassi; quindi nel lungo periodo della presidenza Sukarno (segnata dalle grandi battaglie anti-imperialiste e dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati); fino alla tragedia conclusiva del 1965. Si cominciano così a comprendere le complesse e inquietanti dinamiche che posero fine all’esistenza del «più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese». Nicola Tanno – ed è un merito non da poco – restituisce così dignità storica a «uno dei più terribili e dimenticati crimini del ‘900».
L’autore fa giustamente notare che, «oltre all’aspetto politico, l’influenza più profonda che il PKI esercitò nell’Indonesia degli anni Cinquanta e Sessanta si manifestò soprattutto nella sfera sociale e culturale, rappresentando il fulcro delle relazioni sociali per la quotidianità di milioni di persone. Per gli operai e i contadini, il PKI rappresentava una speranza di emancipazione economica; per i più umili, la prima occasione di alfabetizzazione; per le donne, un’opportunità di liberazione nella famiglia e nella società; per gli intellettuali e gli artisti, un punto di riferimento culturale che sfidava l’egemonia delle élite tradizionali; per i braccianti e i più poveri una sorta di difesa contro le forze ostili come proprietari terrieri, capi villaggio o funzionari governativi». Tre milioni e mezzo di iscritti: «un’immensa comunità umana e sociale», capace di offrire «assistenza nei momenti di difficoltà materiale», ma anche coinvolgimento in attività sportive, educative, per la distribuzione di cibo ai poveri e protezione nei quartieri più disagiati.
A parte però questo grande impegno sul piano del riscatto sociale, qual era la strategia politica del PKI? Nella prima metà del Novecento, seguendo il sogno prematuro di una rivoluzione bolscevica in Indonesia, per ben due volte, nel 1926 e nel 1948, il partito aveva scatenato velleitari tentativi insurrezionali, subito repressi nel sangue, prima dalla polizia coloniale e poi dall’autorità della neonata Repubblica d’Indonesia. Ma nei primi anni Cinquanta, con la nomina del nuovo segretario generale Dipa Nusantara Aidit, il PKI aveva radicalmente cambiato linea politica, allineandosi sempre più al percorso indicato con gran vigore dal presidente Sukarno. Vicino al pensiero marxista, ma senza mai sposare apertamente l’ideologia comunista, Sukarno aveva capito, fin dagli anni della lotta contro il dominio coloniale dei Paesi Bassi, che per mantenere l’unità di un arcipelago immenso e diversificato come l’Indonesia, occorreva coniugare in un unico progetto politico tre grandi ideali, in parte contrastanti fra loro: il nazionalismo, la religione e la giustizia sociale. Per Sukarno ciò significava innanzitutto rafforzare l’autonomia della Repubblica, liberandola da ogni condizionamento neocoloniale, e quindi privilegiare il nazionalismo, piuttosto che l’internazionalismo proletario. Poi promuovere la religione quale fattore unificante del Paese: non però una confessione in particolare (per quanto l’islam fosse di gran lunga maggioritario) bensì la più generica e onnicomprensiva “fede in Dio”, nella quale tutto il Paese si sarebbe potuto riconoscere. Infine favorire la giustizia sociale, un ideale a cui Sukarno era particolarmente sensibile, ma che andava perseguito – si badi bene – in senso ecumenico e interclassista, evitando qualsiasi forma di lotta di classe, perché questa avrebbe messo a rischio l’unità nazionale.
Il particolare sistema di governo concepito da Sukarno per assecondare contemporaneamente questi tre ideali, fu la cosiddetta “democrazia guidata”: al posto di un regime parlamentare basato su partiti in competizione tra loro, il Presidente diede vita a un esecutivo con i rappresentanti dei principali gruppi di interesse del Paese, i quali – sotto la guida di Sukarno quale Presidente – avrebbero dovuto di volta in volta individuare la sintesi politica migliore per il governo della Repubblica. A questo Consiglio della Nazione vennero dunque chiamati personalità del Partito Nazionalista; quindi dei due principali partiti islamici; poi delle potentissime Forze Armate; e infine del PKI. Quest’ultimo però, malgrado gli strenui tentativi del segretario Aidit, non venne mai pienamente accolto nell’esecutivo, per rimanere sempre in una posizione consultiva e di secondo piano. Come mai? Perché nazionalisti, religiosi e militari non ne volevano sapere, ritenendo sempre i comunisti come il maggior pericolo per l’Indonesia. Non così Sukarno, non solo perché sosteneva gli ideali sociali del PKI, ma anche perché temeva lo strapotere dell’enorme Tentara Nasional Indonesia, l’esercito indonesiano, a sua volta pienamente sostenuto dagli americani in funzione anticomunista.
Insomma un groviglio politico sempre più precario, in quanto lacerato fra le costanti pressioni del PKI per entrare finalmente nel governo, e l’ostilità crescente del Tentara Nasional, pronto anche al colpo di stato per eliminare definitivamente il PKI. Nel settembre del 1965 la situazione era ormai esplosiva e, proprio per bloccare sul nascere il putsch dei militari, paventato come ormai imminente, un ristretto gruppo interno alla segreteria del PKI architettò, sotto la guida di Aidit, una sorta di “minicolpo di stato preventivo”: rapire un gruppo di sei generali giudicati fra i più pericolosi, e consegnarli a Sukarno con l’accusa di aver tramato un golpe. L’idea era che il Presidente, forte della sua autorità, avrebbe così potuto riprendere il pieno controllo delle Forze Armate, e offrire finalmente adeguato spazio politico al PKI. Velleitario e mal organizzato, questo ridicolo “miniputsch” sfociò subito in tragedia. I sei generali, prelevati a forza di notte nelle loro abitazioni private, opposero resistenza e furono tutti maldestramente uccisi, coi cadaveri gettati in un pozzo della foresta. Non solo: venne anche lanciato dai ribelli un confuso proclama alla radio per annunciare la presa del potere da parte di un fantomatico Consiglio Rivoluzionario. Il che però permise alle Forze Armate, guidate dall’abilissimo generale Suharto, di passare sull’istante a un micidiale contrattacco, con arresti e uccisioni di gran parte dei membri della segreteria comunista, mentre Aidit, proprio il “sagace” segretario generale, si dava alla fuga senza più dar notizia di sé.
Dopo aver ammutolito nel giro di un giorno solo, e per di più senza sparare un colpo, tutto il gruppo dirigente del PKI, Suharto mise subito sotto tutela Sukarno, in teoria per proteggerlo, ma di fatto esautorandolo di ogni potere e riducendolo agli arresti domiciliari, da cui non uscì più fino alla morte, avvenuta nel 1970. La giunta di Suharto assunse quindi il controllo totale di tutti i media, e nel giro di pochi giorni fece chiudere ogni programma radiofonico e ogni periodico legato al PKI, il quale si ritrovò di colpo senza voce, senza strategia politica, senza alcuna risorsa per una resistenza armata e senza dirigenti (con Aidit sempre alla macchia, fino a quando non venne scovato nella giungla e giustiziato pochi mesi dopo). Poteva finire qui, visto che la sconfitta politica del PKI era ormai totale. Invece il progetto di Suharto, sostenuto dagli americani – che volevano evitare a ogni costo la trasformazione dell’Indonesia in un secondo Vietnam – si spingeva molto più in là: cancellare dall’Arcipelago ogni traccia del comunismo, annientare il PKI fino alla radice. E così accadde.
Si cominciò col proclamare su tutti i media che i sei generali erano stati barbaramente trucidati da donne del PKI, le quali – in una specie di sabba demoniaco – avevano ballato nude sui loro corpi riversi, per dissanguarli a poco a poco. Si ribadì a ripetizione che non solo i dirigenti del PKI, ma anche i numerosissimi militanti, i membri delle associazioni sindacali e femminili, i simpatizzanti comunisti presenti in ogni parte dell’Arcipelago, erano al corrente del piano eversivo e si tenevano pronti per smembrare l’Indonesia, consegnarla alle potenze comuniste straniere (Cina e URSS in primis), vietare ogni pratica religiosa, distruggere la coesione delle famiglie e le autorità tradizionali che governavano la vita dei kampong, i villaggi. Dilagò così una psicosi collettiva, dominata dal fantasma di un pericolo immane, imminente, e tanto più spaventoso proprio perché indefinibile. E, seminato in questo modo il terrore, le Forze Armate chiesero agli abitanti dei kampong di fermare essi stessi la minaccia, uccidendo tutti i comunisti di loro conoscenza. A questo punto cominciarono i massacri, perpetrati non solo dall’esercito e dalle forze di polizia, ma anche dalla gente comune, tanto più inferocita proprio perché terrorizzata. A incrementare le stragi vennero chiamati anche i preman, i fuorilegge, incentivati a formare milizie private anticomuniste e ai quali venne garantita non solo l’immunità, ma anche un sistema di premi e promozioni.
Come dichiarò apertamente uno di loro al regista Joshua Oppenheimer, che nel 2012 realizzò il terribile documentario The Act of Killing, incentrato sul ruolo dei preman nelle stragi del 1965/66: «Abbiamo infilato legno nel loro ano fino a farli morire. Abbiamo spezzato loro il collo con bastoni. Li abbiamo impiccati. Li abbiamo strangolati con il filo di ferro. Abbiamo tagliato loro la testa. Li abbiamo investiti con le nostre auto. Ci era permesso di farlo. E la prova è che abbiamo ucciso delle persone e non siamo mai stati puniti». Militari e preman irrompevano di notte nei kampong, prelevavano i “comunisti” in mezzo alla gente imbestialita, caricavano sui camion anche donne e bambini di famiglie “comuniste”, raggiungevano la giungla e li sgozzavano sulle rive dei fiumi che al mattino apparivano tinti di rosso… E i rappresentanti delle varie associazioni religiose? I leader dei musulmani, dei cristiani, degli induisti? Non protestarono, anzi a volte si dimostrarono pure loro favorevoli all’annichilimento del PKI.
Così, ecco il risultato: mezzo milione, un milione di vittime, scomparse in silenzio, senza opporre resistenza, in una cappa di terrore, di omertà e vergogna, che si protrasse per anni. Nessuno ne parlava, a meno che non fosse un preman, o qualcuno protetto dal proprio alto lignaggio, come il nostro Ida Bagus, incontrato fra le risaie di Bali. Dunque un “genocidio”? Sì, ha sostenuto con vigore la studiosa Jess Melvin, dopo le sue accurate ricerche del 2018: genocidio non di un popolo, di un’etnia, di una confessione religiosa, bensì di un intero partito politico, precipitato nell’annientamento. Ma com’è stato possibile? Perché non ci fu alcuna forma di resistenza popolare? Certo – come spiega bene Nicola Tanno nel suo libro imprescindibile – la lucidità terribile di Suharto, il contributo delle milizie paramilitari, l’appoggio strategico degli americani… Ma io ho l’impressione che ci sia stato anche dell’altro. Perché non si può annientare un partito di massa, ben radicato nel tessuto sociale e con milioni di iscritti, facendo affidamento solo su forze esterne, fossero pure quelle del possente Tentara Nasional. E infatti si manifestò pure una sollevazione popolare contro il “pericolo comunista”. Maestri di scuola, sindacalisti, operai, furono massacrati dai loro stessi vicini, che quasi d’improvviso videro i membri del PKI come degli alieni infernali. Ma perché?
Come racconta nel già citato Tra i credenti, Naipaul scopre, girando per Giava, che a volte nei kampong si allestiva un’orchestra gamelan per accompagnare i massacri con un adeguato sottofondo sonoro e così «accrescere la bellezza» dell’eccidio. Composta principalmente da strumenti a percussione, tra cui metallofoni, xilofoni, gong e tamburi, la musica gamelan scandisce i ritmi del wayang kulit, il tradizionale “teatro delle ombre”, in cui vengono messe in scena le grandi epopee della storia indonesiana e soprattutto indiana (il Mahabharata, il Ramayana). Durante tale recita sacra – che dura, nella sua forma canonica, per una notte intera – s’instaura fra la mezzanotte e le cinque del mattino la cosiddetta “ora dei demoni”. In questo lasso di tempo il cosmo intero cade in preda del maligno e tracolla nel caos. Le figure dei demoni (che si agitano in controluce sulla tenda del palcoscenico, mentre la musica gamelan, con le sue percussioni da brivido, fa raggelare il sangue), le ombre paurose e allucinate di quelle marionette scatenano senza più freni le forze del male. Certo, si tratta di un tempo limitato, perché alla luce dell’alba subentreranno gli eroi del bene, che con le loro armate sconfiggeranno il male. Ma per vincere occorrerà intraprendere una lotta micidiale contro le potenze demoniache. Si deve dunque dar vita a una sorta di “sacro macello”, proprio per salvare il mondo e restituirlo alla serenità.
Ebbene, io credo che i massacri del 1965 raggiunsero un tale orripilante parossismo proprio perché furono vissuti come un “sacrificio liturgico”, una lotta a cui tanti si sentirono chiamati, proprio per porre fine al “tempo dei demoni”, proprio per scongiurare l’avvento dei “diavoli comunisti”, prima che questi trascinassero l’Indonesia in un cataclisma apocalittico. I comunisti del PKI non erano manifestamente antireligiosi né antitradizionalisti, bensì impegnati nel riscatto sociale. Ma di fatto erano fuori dal sistema religioso, miravano a riformare la gerarchia dei consueti ruoli famigliari, si proponevano di migliorare la posizione delle donne, mettevano in discussione l’egemonia delle élite tradizionali. E, lungo questo percorso, si trovarono di fronte l’ostilità assoluta delle Forze Armate, dei latifondisti, di capitalisti e politici legati agli americani. Ma non sarebbe bastato. Io penso che ad annientare il PKI contribuì in modo determinante la resistenza insormontabile dei religiosi e dei tanti che si sentivano legati alle antiche tradizioni. Quando la via comunista venne percepita non più soltanto come un’alternativa politica, ma come un “rischio cosmico”, si sollevarono pure le masse popolari. E fu allora che per il PKI sopraggiunse la fine. Dopodiché l’Indonesia tornò all’antica, elegante, raffinata quiete, con la meraviglia delle risaie, coi kampong ombreggiati da lussureggianti alberi fioriti, con l’ammaliante musica del gamelan e il fantastico teatro delle ombre. Certo, il regime implacabile di Suharto soffocò da allora ogni minimo dissenso, ma tutto pareva tranquillo, ci si spostava sereni di qua e di là, la vita pareva andare avanti come sempre. E del 1965 nessuno parlava mai: lo si doveva lasciare nel buio della notte indonesiana.
In copertina, Wayang Kulit (teatro delle ombre) Giava