Speciale
Contrabbandieri e marmotte danzanti
Si arriva a Ferrere (o Ferriere), in occitano Feriéros, a 1869 metri di quota, lungo una strada impervia, come sospesa, a picco sulla valle Stura di Demonte, provincia di Cuneo. Ferriere è un avamposto isolato, ai margini di uno strapiombo franoso – segnato da spettacolari fenomeni di erosione – verso i valichi e la Francia: la valle dell’Ubaye, Alta Provenza, in direzione del Nizzardo. Come in tante aree della zona con l’industrializzazione nel secondo dopoguerra si è assistito a un graduale spopolamento della borgata fino all’abbandono: gli ultimi residenti stabili andarono via nel 1967.
Era molto tempo che desideravo visitare Ferriere: ricordavo la descrizione che ne aveva fatto Nuto Revelli negli anni Settanta, giunto con un suo ex alpino del fronte russo, Rolando, in Il mondo dei vinti:
“Da lontano appare intatto come un villaggio partigiano nell’imminenza di un rastrellamento, come se tutta la popolazione fosse su nel bosco, nell’attesa, al riparo. Ma più mi avvicino, più mi rendo conto che Ferriere è un paese morto”.
Tetti sfasciati, muri pericolanti, balconi di legno che ciondolano, finestre vuote, spente. Rolando, nativo del paese, ricorda ancora all’inizio del secolo scorso la terra tutta seminata a orzo, segale, grano, patate. Con trecentoventi “anime” che “si rubavano la terra”. Facevano i contratti di notte per non farsi sorprendere. Era il granaio della Valle Stura. L’unica cosa invece per Nuto ancora viva, con i fiori di plastica che coloravano la graniglia, è il cimitero. Anche il tetto della chiesa ha ceduto e quando le chiese crollano, conclude, è proprio la fine (Introduzione p. LXIV). Rolando indica a Nuto le vecchie abitazioni (le caratteristiche mizhoun, nella denominazione occitana, il tetto (l’estal) con la copertura a paglia di segale formata da piccole ardesie inchiodate, ad alto isolamento termico. Ogni casa qui, gli dice, ha la sua storia, dura come le pietre del paese: le guerre, l’emigrazione, la Francia.
Me lo immaginavo un paese ancora abbandonato, invece, scopro che il sentimento di appartenenza e la continuazione della transumanza sui suoi pascoli hanno assicurato, tutt’intorno all’antichissima chiesa di San Giacomo, regolari presenze durante l’estate e la manutenzione delle case: molte oggi, è vero, trasformate in seconde case.
È un paese di confine Ferrere o Ferriere che mi ha sempre colpito per l’identidicazione creativa con le proprie attività, al punto di erigere un Museo del Contrabbandiere che finalmente riesco a vedere. Attività collaterale, ma ordinaria, per le popolazioni frontaliere, era il contrabbando e proprio a causa della sua localizzazione, Ferriere ne era considerata forse la capitale (almeno in valle Stura). Si commerciavano o scambiavano le merci più varie: alimentari, sigarette, capi di bestiame, tessuti, farmaci, persino macchine da scrivere.

È la Mizoun dal Countrabandier, che raccoglie oggetti di uso quotidiano, tra cui quelli impiegati nei viaggi avventurosi e ripropone, insieme, quello che poteva essere un ambiente domestico all’inizio del secolo scorso. Curioso – l’ho fotografato – il Lessico dei contrabbandieri che figura scritto a mano in una locandina nella prima stanza del museo: leggo Lou Toùoine (il padre) La Toùoine (la madre) Lou Lezne (il prete)… parole occitane in parte distorte per non farsi capire al confine francese dalle guardie di frontiera.

A Ferriere si chiamavano in maggioranza Giavelli. Ricordo che me lo raccontava Franca Mascarello, vedova del grande Bartolo, uno dei più raffinati produttori di barolo, punto di riferimento in Langa per tanti, da Giorgio Bocca a Nuto Revelli, da Giulio Einaudi a Lalla Romano. Franca aveva fatto la maestra a Ferriere nell’immediato dopoguerra: era tanta la neve, racconta, che più di una volta aveva dovuto, con gli altri viaggiatori, guadagnare l’uscita lanciandosi dai finestroni della corriera. E a riprova dell’importanza strategica delle corriere per un paese alpino così isolato (a più di sette chilometri dalla strada carrozzabile) è rimasto a lungo, in vista, nel borgo, sotto un cadente arco in pietra, l’imbottito rosso squillante di un sedile biposto. Ricordava, Franca, che a Ferriere in quegli anni si faceva piccolo contrabbando di tabacco e accendini e arrivavano tanti francesi che attraversavano la vicina frontiera per fare scorte di riso.
Ma il Museo del contrabbando non è l’unico elemento creativo del paese (anche se ve n’è qualcuno anche altrove). Tra le case sopravvissute c’è la casa di Giovanna Giavelli che, quando era bambina, andava sulla Costa azzurra a far ballare la marmotta. Quasi per caso sfogliando un libro mi è caduto l’occhio su una sua lontana immagine: lo sguardo un po’ spiritato dei vecchi dagherrotipi, le braccia conserte sul grembiulino bianco. È in compagnia di un ragazzino, il fratello Andrea. Il bambino si sorregge a un bastone. Guardo meglio e sul bastone è arrampicato un piccolo animale, una marmotta come si deduce dalla scritta in basso in occitano: “Danso marmoto” (danza della marmotta) e prosegue, quasi una ingenua invocazione “si tu dànses pas encui iou mangi pas deman”(se tu non danzi oggi io non mangio domani).
Il ballo delle marmotte era un espediente per le ragazzine di sostentarsi, facendo il giro della ricca Provenza e della Costa Azzurra a chiedere l’elemosina. Giovanna ha incominciato a far ballare la marmotta da bambina quando la madre morì. “Ero io – racconta ancora orgogliosa – la maestra delle marmotte, con un bastoncino le addestravo, le facevo ballare e fischiare. Le battezzavo anche, ogni marmotta aveva un suo nome… Andavamo in Francia, a la sado, a chiedere la carità” (Il mondo dei vinti p. 223).
Giovanna aveva raccontatto la sua vita quando era all’ospedale di Demonte, già anziana: trasportata d’urgenza da Ferriere nel duro inverno del 1963 con il concorso di Angelin (manco a dirlo Giavelli) che si fece strada nella neve “fino al petto” per andare incontro al medico e ai carabinieri che venivano a soccorrere l’ammalata. Al ricovero di Demonte Giovanna, strappata al suo paese incantato, si sentiva in prigione: “La notte quando sogno – confessa – sogno lassù la mia casa, la prima, dove sono nata. È una casa tutta nera ma mi piace. Se socchiudo gli occhi vedo Ferriere, lo vedo un deserto, ci sarà l’aquila lassù”.
Da allora a dire il vero qualcosa è cambiato. Il paese delle croci, sono tantissime, anche incise nella roccia (penso alle pagine solenni di Paesaggio e memoria di Simon Schama con la riproduzione della Croce di montagna di Caspar David Friedrich) sta riscoprendo una nuova vita, virtuale, si potrebbe dire, almeno d’estate. Ma dall’antico borgo le storie escono comunque quasi naturalmente illese: liberano un tempo nuovo – ho pensato tante volte –. Sono le storie che vibrano ancora nell’aria a fare di un abitato un luogo: uno spazio che è reso tale dal carico di memorie, sentimenti, drammi che gravano intorno alle sue pietre.
In copertina fotografia di Lorenzo Volpe.
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