FondazionePrada: i confini di Mona Hatoum
Over, under and in between: questo il titolo della mostra di Mona Hatoum in corso a Milano, presso la Fondazione Prada. Un titolo letterale, che corrisponde alle coordinate spaziali delle tre installazioni in mostra, e offre al visitatore una prima chiave di lettura.
L’insieme appare semplice. La Cisterna, costruita in cemento nel 1909 per ospitare tre serbatoi di stoccaggio della distilleria al cui posto oggi sorge la Fondazione, accoglie tre installazioni site specific, di scala ambientale, costruite attorno a motivi che l’artista frequenta da tempo: la ragnatela, la mappa, la griglia. Ognuna occupa per intero una sezione dello spazio.
Nella prima sala si trova Web, una rete sospesa al soffitto composta da sfere di vetro soffiato a mano, incolori e trasparenti. Nella sala centrale, Map (red), si stende sul pavimento in forma di un planisfero composto da oltre trentamila sfere di vetro rosso. Nell’ultimo ambiente, all of a quiver, una torre cinetica fatta di barre di metallo si piega e si risolleva senza sosta, accompagnata da un cigolio metallico che risuona nello spazio.
Il fatto che l’artista senta il bisogno, già dal titolo, di dare al visitatore un’indicazione spaziale dice quanto tenga a coinvolgerlo, trascinandolo in una relazione fisica e personale con le opere. Il corpo, del resto, è sempre stato in gioco nel suo lavoro.
Mona Hatoum appartiene a una famiglia palestinese costretta, nel 1948, a lasciare Haifa per Beirut. Qui il padre, già funzionario civile britannico in Palestina durante il mandato, ottiene un incarico presso l’ambasciata inglese. Nata nel 1952, Hatoum cresce nella Beirut cosmopolita di quegli anni, frequentando prima scuole francesi, poi italiane, poi un’università americana.
Nel 1975 si reca a Londra per un breve soggiorno, che lo scoppio della guerra civile libanese trasforma in un esilio involontario. Bloccata in città, dove finirà per restare, Hatoum intraprende gli studi artistici che la porteranno a diventare una delle figure maggiori dell’arte contemporanea. Oggi vive tra Londra e Berlino.
Durante gli anni alla Slade School of Art, Hatoum si avvicina ai gruppi femministi e all’attivismo politico: un’esperienza che segna profondamente il lavoro di quel periodo d’esordio, orientandolo verso il corpo, la performance, il video. Le opere dei primi anni Ottanta sono caratterizzate da un forte coinvolgimento personale e da una tensione altrettanto intensa: interessata alle lezioni di Bataille e di Foucault, l’artista affronta i temi del controllo e della sorveglianza e la questione delle relazioni di potere, di genere, coloniali, o postcoloniali, nelle loro diverse forme. In queste performance, e nei video che ne derivano, il suo corpo diventa l’espressione di una realtà divisa, assediata.
A partire dai primi anni Novanta Hatoum si dedica alla scultura e all’installazione, spesso di grandi dimensioni, rivisitando oggetti familiari, mobili, utensili, dalle culle ai tappeti, dagli strumenti da cucina alla sedia a rotelle. Li modifica nella forma e nei materiali; talvolta utilizza i propri capelli; più spesso li arma di lame e punte, di coltelli, di barre di ferro, filo spinato. Li ingigantisce. Li trasforma in griglie, gabbie, trappole acuminate; ne fa presenze sinistre, incongrue e contundenti, ostili; dispositivi inutilizzabili, conduttori di tensione. La fisicità estrema di queste opere apre ad associazioni e interpretazioni molteplici, ma sempre parla di un malessere che permea ogni cosa, e di un pericolo esistenziale sempre presente. L’allusione al corpo, quindi alla soggettività, resta costante: gli oggetti quotidiani interessano l’artista proprio perché, nella concreta relazione d’uso, presuppongono consuetudine, prossimità. Salvo poi scardinare questa percezione, lasciando emergere l’inquietudine che serpeggia sotto questa superficie.
Se, nel periodo delle performance, il senso di coinvolgimento del pubblico era stimolato dalla presenza fisica diretta dell’artista, con queste opere la medesima funzione è svolta dal ricorso a oggetti familiari per chiunque.
Negli anni Novanta si moltiplicano anche le sculture elettrificate e le mappe, destinate poi a diventare centrali nella sua produzione: lampadine appese che si accendono e si spengono, tappeti di fili elettrici intrecciati che terminano in bulbi accesi, mappamondi incandescenti, e mappe fatte di saponi di Nablus e di perline, di cera, di sfere di vetro e d’altro ancora.
Parallelamente, diversi lavori rileggono i movimenti dell’arte occidentale del Novecento, dal minimalismo all’arte cinetica: Hatoum riprende la forma geometrica e l’estetica lineare tipiche del minimalismo, ma vi inocula nelle opere una tensione, un senso di instabilità che ne contraddice la freddezza e l’autoreferenzialità.
È in questo percorso che si inserisce la mostra della Fondazione Prada.
Le tre installazioni che la compongono articolano un percorso in tre atti. Ognuna delle opere fa riferimento a un elemento ricorrente nel lavoro dell’artista. Il titolo Over, under and in between indica con precisione le tre posizioni in cui il visitatore verrà a trovarsi, e invita a leggere l’intera mostra come una coreografia di rapporti spaziali tra sé e le opere.
Si comincia con Web: una costellazione di sfere di vetro trasparente, soffiate a mano, infilate su sottili cavi d’acciaio e sospese dal soffitto a formare la sagoma di una ragnatela. Le sfere sono diafane, catturano la luce, proiettano ombre sul pavimento di cemento, evocano gocce di rugiada o una costellazione notturna. L’insieme è seducente. Ma la ragnatela, nel vocabolario visivo di Hatoum, non è mai stata un’immagine innocente. Fin dalle prime iterazioni del motivo, a partire dal 2006, l’artista l’ha usata come ambivalente metafora: struttura di protezione e insieme dispositivo di cattura, bellezza che avvolge e può intrappolare. Di ciò che promette sicurezza, sembra dirci, occorre diffidare.
Alla rete immobile che sovrasta dall’alto succede, nella sala successiva, Map (red): un mondo instabile che si stende sul pavimento e rischia in ogni momento di andare in pezzi. Il materiale è di nuovo il vetro: più di trentamila sfere rosse, di venticinque millimetri di diametro, ricoprono il pavimento di cemento. A prima vista sembra una grande macchia, potrebbe essere sangue; ma basta un attimo perché la sagoma delle terre emerse si riveli. Come modello l’artista ha adottato la proiezione di Gall-Peters, non quella di Mercatore: una scelta significativa, poiché la proiezione di Mercatore ingigantisce da secoli l’emisfero settentrionale a scapito di Africa, Sud America e Sud-est asiatico. In Map non ci sono confini politici, né i nomi degli stati, e non ci sono linee di demarcazione: solo le masse dei continenti. Ma, soprattutto, le sfere non sono in alcun modo fissate al suolo: basta una corrente d’aria, un urto minimo, perché si mettano in moto — l’equivalente di un terremoto geopolitico. La stessa artista descrive l’opera come un “territorio libero e indefinito”, potenzialmente vulnerabile a forze esterne destabilizzanti.
Map fa parte di una serie in continua rielaborazione dal 1998.
Salvo alcune puntuali eccezioni, Mona Hatoum ha sempre rifiutato la lettura univoca delle proprie opere, e l’interpretazione biografica e narrativa del suo lavoro in generale. Ciò non toglie che esso rifletta un contesto storico e una biografia personale che le appartengono. È chiaro che le sue mappe nascono da una riflessione sui confini, sul loro significato, sulla loro mobilità; e dall’esperienza dello scarto tra progetto e realtà, tra confine disegnato e confine vissuto, tra la fissità apparente di pianta geografica e l’instabilità reale delle vite che quella mappa dovrebbe rappresentare.
Il rosso incandescente di Map risulta inoltre particolarmente eloquente in questo periodo di guerre che si moltiplicano, e di attacchi che colpiscono così gravemente il Libano.
La minaccia, sembra dirci la mostra, può venire dall’alto, ammantata di leggerezza, o dal basso; ma può anche pararcisi di fronte. E infatti chiude il percorso, al centro del terzo spazio, all of a quiver: un parallelepipedo rettangolare, alto oltre otto metri. È costruito in tubolari d’alluminio a sezione quadrata che compongono una serie di griglie cubiche sovrapposte. La forma rigorosa, le linee ortogonali, il materiale neutro di origine industriale e la fattura impeccabile evocano chiaramente una scultura minimalista, ma enormemente ingigantita. A intervalli regolari, però, la struttura comincia a muoversi, a piegarsi, accompagnata solo dal cigolio meccanico dei giunti: in un ciclo continuo, la torre s’inclina come sul punto di collassare, poi si risolleva e torna alla propria statica verticalità, ma solo per poco. L’idea di ordine geometrico e l’autoreferenzialità dei materiali, esibiti dagli artisti minimalisti, peraltro quasi esclusivamente uomini, cedono così il campo a un senso di instabilità che si proietta sull’intero spazio espositivo, e oltre.
Imponendo questo slittamento a una forma che avrebbe dovuto risultare impassibile, con il passaggio da una progettualità fredda a una sensibilità esposta a temi esistenziali e geopolitici, Hatoum assesta un colpo all’assertività dell’arte occidentale, e in particolare del minimalismo, che ha a lungo incarnato l’espressione di una cultura convinta di poter imperare sul mondo intero.
C’è di più: quando si presenta eretta, quella forma dalle proporzioni monumentali, con le sue griglie di ferro, evoca decisamente una torre di guardia, o l’architettura di una prigione, un’infrastruttura del controllo, con tutte le implicazioni che tale immaginario porta con sé. Anche per questo, vederla piegarsi su se stessa produce un effetto potente, quasi surreale. Certo, la torre si riassesta sempre: nessuna configurazione stabile è possibile.
Così l’intera mostra parla di ambivalenza, e dell’instabilità e dei conflitti che attraversano il presente.
Partendo da due lessici apparentemente neutri, la cartografia tecnica e la grammatica del minimalismo, e sottoponendoli a un analogo scarto, Hatoum dà forma sensibile all’ansia che percorre un mondo oggi fragile, imprevedibile, incomprensibile.
La ragnatela che seduce per poi intrappolare; la mappa tragicamente precaria, rossa come la vita, come l’allarme e come il sangue; la struttura minimalista che tradisce, nel proprio corpo scultoreo in crisi, l’impassibilità della forma pura, e con essa smonta le certezze della cultura occidentale. Tutto viene smascherato, demistificato, lasciando spazio a un’espressione metaforica ma vivissima degli effetti delle dinamiche geopolitiche attuali, a partire dalla terribile situazione che il Libano sta vivendo, oggi più che mai.
In copertina, opera © Mona Hatoum.
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