Adolfo García Ortega. Inventore di compleanni

Fabula: «Tutti i romanzi affabulano, cioè tutti i romanzi inventano. Significa forse che stanno mentendo? Assolutamente no. Nessun romanzo è menzogna né mendace. Non saranno sinceri, ma dicono la verità». (Abecedario)

 

Quando, nel 2006, ho aperto l’originale spagnolo dell’Inventore di compleanni di Adolfo García Ortega, ho trovato in esergo la Schwarze Milch der Frühe, il negro latte dell’alba, di Paul Celan. E un proposito: dare una vita al Senza Nome, il bambino di forse tre anni morto agli inizi di marzo del 1945 dopo essere scampato ad Auschwitz e di cui Primo Levi parla in una pagina della Tregua. I suoi compagni di baracca lo chiamavano Hurbinek per il borbottio inintelligibile che emetteva. Nessuno gli aveva insegnato il linguaggio: era un simbolo del silenzio, uno dei più atroci che la Storia avesse creato. Prolungare i suoi giorni significava addentrarsi nell’orrore. Significava attraversare il secolo. Non ricostruire la Storia, ma piuttosto offrire ai lettori la crudele possibilità di viverla nei panni delle vittime. In una bella recensione su «Letra», Antonio Muñoz Molina osservava che più ci allontaniamo dall’epoca di quei fatti, meno ci bastano le informazioni che ricaviamo dai manuali, dai musei, dalle immagini e dalle voci registrate dei testimoni, e forse sentiamo più forte il bisogno di identificarci, di metterci nei panni di chi ha vissuto nei lager; opportunità che, paradossalmente, solo l’elaborazione artistica ci può offrire, superando pudori, dando corpo alle immagini. 

L’inventore di compleanni è un romanzo duro, urticante, pubblicato la prima volta nel 2002 da Ollero & Ramos e in seguito riproposto da Seix Barral. L’anno prima era uscito Soldati di Salamina di Javier Cercas, con cui la narrativa spagnola inaugurava il proficuo filone della poetica della memoria e della metanarrazione. 

 

Nell’Inventore, che cerca ispirazione fuori dalla Spagna e dentro la tragedia universale dello sterminio, la memoria è la miccia che innesca la trama a incastro e il romanzo nel romanzo: uno scrittore sta andando ad Auschwitz, ha un incidente e, dal letto di ospedale, dipana la storia del libro che avrebbe scritto/scriverà, attingendo alle testimonianze letterarie e fotografiche che hanno tenuto vivo il ricordo della shoah. «Sono anni che voglio scrivere di Hurbinek, solo che non lo sapevo»: un modo di accorciare le distanze tra ciò che è stato e ciò che poteva essere, una specie di giustizia poetica, come dice Muñoz Molina. Da qui la linea narrativa del bambino Hurbinek, che diventa adulto in diversi paesi e ha altrettanti destini.

 

 

Oblio: «Cerchiamo sempre di dimenticare finché all’improvviso non ci sforziamo disperatamente di ricordare, ma ormai abbiamo dimenticato e allora inventiamo i ricordi». (Abecedario)

 

La memoria, dunque, e la storia e la realtà («la realtà s’impone»), ma attraverso una originale rilettura, una rielaborazione coraggiosa e colta. L’abilità nel variare i registri, la perizia nel descrivere scene di grande violenza con simulato distacco, la struttura complessa, la lingua senza sbavature. Ecco: una particolare cura nella scelta del tono. Ritrovo questo nelle opere di un autore raffinato che non ho più avuto l’occasione di tradurre ma che ho continuato a leggere.

Adolfo García Ortega vive a Madrid, città di cui si è innamorato nel lontano ’75, alla vigilia della morte di Franco e della fine della dittatura, quando per mantenersi agli studi si prestava ai mestieri più disparati e intanto gli nasceva una grande passione per la politica. È autore di romanzi, saggi, racconti, poesie e traduzioni dal francese. Conoscitore dell’editoria a tutto tondo, è critico letterario, è una firma di quotidiani nazionali, è stato direttore editoriale di Seix Barral, collabora con il gruppo Planeta.

 

È un viaggiatore e un letterato curioso e di vastissime letture. Per una rapida panoramica basta entrare nel suo sito e scorrere «L’elenco dei libri importanti, da leggere almeno una volta nella vita». (Tanto Novecento, e tra gli italiani Calvino sopra a tutti, ma anche Danubio di Magris, Gadda e Il pasticciaccioEl zafarrancho, in spagnolo, se punge curiosità – Le ceneri di Gramsci di Pasolini, Pavese, Tomasi di Lampedusa). Oppure sfogliare l’«Abecedario», una enciclopedia privatissima e per ciò stesso imprevedibile e volutamente arbitraria, che contiene recensioni lampo, sintetici commenti su autori, voci di vocabolario (da cui traggo le frasi in grassetto) risolte in accezioni affatto personali, una micronarrativa provvida di intuizioni. Prendiamo la S, l’ultima lettera pubblicata. Leopold von Sacher Masoch («Peccato lo si ricordi solo per il termine “masochismo”. I suoi personaggi, soprattutto quelli femminili, sono un fedele riflesso della timida aspirazione alla libertà delle donne nell’Europa dell’Est ai tempi di Anna Karenina») e Goliarda Sapienza («il suo stile anticipa, probabilmente, quello dell’acclamata, e non a torto, Elena Ferrante») sono in fila accanto alla definizione di «Segreto» che, con discrezione, vale anche come enunciato della poetica di García Ortega: «Diceva Imre Kertész: “Ho sempre avuto una vita segreta, ed è sempre stata quella vera”. Il potere – e il fascino – dei segreti, compresi i più penosi, consiste nel fatto che sono immancabilmente percepiti come veri. Ogni falsità, detta come segreto, diventa una certezza irrefutabile. Ecco cosa hanno in comune scrittori e spie: inventano credibilità».

 


Europa: «Ogni tanto la rapiscono. Quando accade, si scatenano le Furie e calano le tenebre». (Abecedario)

 

Pasajero K (Seix Barral, 2012) è una storia potente, con il passo di un racconto di spionaggio sullo sfondo di fatti relativamente recenti. I due misteriosi protagonisti, una giornalista free-lance, e un regista cinematografico, con le loro intime ferite, attraversano in treno un’Europa con altrettante piaghe da sanare e, seguendo un itinerario che in un primo tempo si erano illusi di poter decidere, si inoltrano nel cuore del vecchio continente e soprattutto in se stessi. Lui, dopo la morte della moglie, sta cercando ispirazione per un film; lei va all’Aia per scrivere del processo contro Radovan Karadžić (la guerra di Bosnia, su cui ancora slitta la nostra storia e in Spagna gli scrittori lo hanno avuto ben chiaro), ma restano invischiati in trame nere e scoperte devastanti. Compagna di viaggio una macchina fotografica e una cassetta di metallo piena di istantanee: luoghi decontestualizzati, «la saturazione di immagini della nostra epoca». Anche qui tornano la costruzione di un’identità, la realtà come spunto su cui innestare l’invenzione e la letteratura come possibilità di vivere la Storia in prima persona, scardinarla per poterla interpretare e arrivare al fondo di sé stessi. Le opere di García Ortega lasciano ogni volta l’impressione di una grande densità e attualità.

 

Romanzo: «È la forma platonica del mondo. Non c’è nulla che un romanzo non possa rappresentare; è il genere robusto per eccellenza e può contenere tutto e tutti, in questo risiedono la sua forza e la sua vitalità.» (Abecedario)

 

 

Adolfo García Ortega racconta con varietà, ogni romanzo così diverso dall’altro, eppure così riconoscibile.

Nell’ultimo, El evangelista (Galaxia Gutenberg, 2016), un anonimo scriba in esilio ad Aptera, sull’isola di Creta, lascia testimonianza di una rivolta sfociata nel sangue, quella dei seguaci di Yeshuah, detto il Visionario, ma anche il Medico, il Promesso, l’Unto, il Mago, e di Iskariot Yehudá, suo sodale, che lo scriba ha seguito da vicino e spiato, pur non provando nessuna empatia verso le loro idee. Tuttavia, ne ha in qualche modo determinato la sorte. Quanti illustri precedenti in letteratura. García Ortega dà la sua versione. Definisce il suo romanzo «politico e letterario», e parte da una prospettiva che esclude quella cristiana. La voce narrante, quell’evangelista che in realtà non è né predicatore né evangelizzatore, è un personaggio riuscito ed efficace. È lui che porge al lettore una storia che gli è ben nota come fosse una cronaca di prima mano e che gli impone un continuo raffronto tra le proprie reminiscenze e la innovativa variante che propone l’autore, documentatissimo ma saldamente afferrato alla propria libertà creativa. Già dopo due anni dagli eventi accaduti in quella antica Galilea brulicante di fazioni e di sette «si diceva che il Visionario fosse risuscitato […]. Io sostengo che quelle erano voci stolte giacché bramavano l’impossibile. Ingenua manifestazione del desiderio che non muoia ciò che amiamo. Vana filosofia!»

 

Margine: «è una profferta erotica dei libri. È fatto apposta perché si possa interpellare il testo e lasciare nel suo spazio una replica o un commento, ma quasi nessuno lo usa. A causa di una paralizzante reminiscenza dell’analfabetismo, la stragrande maggioranza dei lettori non si azzarda a scrivere sui libri. Eppure, i libri da sempre aspettano il lettore audace. È a lui che consegnano il loro margine, aperto come le labbra al bacio». (Abecedario)

 

Brevi e saltabeccanti note a margine su un autore non convenzionale che mi piacerebbe rivedere sugli scaffali delle librerie italiane e che alla fine ho delineato con le sue stesse parole 

(attraverso le mie di traduttrice). Aggiungo che tutti i personaggi di García Ortega lasciano la loro casa e partono: in auto verso Auschwitz, in treno per l’Europa, a piedi lungo la Galilea. Corrono verso una meta, che a me sembra sempre l’Europa di oggi, ma l’importante è il viaggio. 

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