Amare il proprio lavoro

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell'Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l'hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l'amore o rispettivamente l'odio per l'opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell'individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.

 

 

Quando nel 1978 fu pubblicato il libro da cui è tratto questo brano, La chiave a stella, ci fu chi gridò allo scandalo. Come si poteva scrivere che “l’amare il proprio lavoro (…) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità in terra”. Era il momento culminate del cosiddetto “rifiuto del lavoro”, dell’operaio-massa, dequalificato e legato alla catena di montaggio, in particolare nella Torino città della Fiat, dove Levi viveva. Ci fu chi, come Tommaso di Ciaula, scrittore operaio, scrisse una lettera a Lotta continua, il giornale della sinistra extraparlamentare, come si diceva allora, per protestare contro Levi. Ma come può dire una cosa simile, si chiedeva Di Ciaula, dato che il lavoro è oggi svilito, depauperato, sottopagato. Intervenne Enrico Deaglio, direttore del foglio, per prendere le difese di Primo Levi. La frase incriminata da Di Ciaula era la seguente: “ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge”. Questa affermazione la si capisce solo leggendo con attenzione le pagine di Se questo è un uomo, dove c’è l’idea che qualsiasi lavoro, anche se degradato, è per l’uomo un elemento importante, decisivo per la propria realizzazione. La figura emblematica di questo è Lorenzo, presente nel primo libro di Levi, ma anche nel racconto Il ritorno di Lorenzo (in Lilít e altri racconti). Muratore “volontario” in Germania, Lorenzo tira su anche nella Buna di Monowitz un muro ben fatto: a regola d’arte. Quello del Lager è la forma di lavoro più degradato che si possa immaginare, ben oltre quello della catena di montaggio degli anni Settanta: lavoro da bestie. Ma anche lì, nell’anus mundi, il lavoro conserva un proprio senso. Non si diventa bestie, non solo lavandosi nell’acqua putrida o lucidando le pessime scarpe con grasso da macchina, ma pensando che il lavoro è una parte fondamentale nella creazione dell’Homo faber, quello che i nazisti volevano spegnere e distruggere con il loro sarcastico slogan: Arbeit macht frei. Ben al di là della condanna biblica, del lavoro come punizione, il giovane dottorino torinese crede anche a Monowitz nella importanza del lavoro. Faussone, il protagonista di quel libro, è una sorta di “operaio specializzato”, un “artigiano”, uno che lavora con le mani, ma anche con la testa, che risolve continuamente problemi. Certo non è il calabrese, o il siciliano, immigrato a Torino da Trevico, legato alla catena di montaggio delle automobili; tuttavia Levi pensa sempre alla positività del lavoro. Non c’è una sola pagina dei suoi libri dove non ci sia questo pensiero e anche la continua idea che occorra cercare la ricerca della felicità in terra, per approssimazione, e grazie al lavoro. Si tratta del “mestiere” di cui tesse l’elogio nella conversazione con Philip Roth. In tempi come i nostri in cui il lavoro scarseggia, in cui la disoccupazione, in specie giovanile, è altissima, la riflessione sulla dignità e la felicità del lavoro di Levi assume ancora un maggior senso. Ben prima dei guru de L’uomo artigiano, Levi aveva celebrato la bellezza del lavoro fatto con le mani. Oggi che quello manuale sembra tornato di moda, il lavoro, insieme con le stampanti 3D, di chi lavora con le mani e con il personal, vale la pena di rileggere queste pagine del chimico torinese. Per lui persino scrivere è un mestiere. Se la differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è ora quasi scomparsa, con il degrado, anche economico, di entrambi, si può con Levi tornare all’orgoglio della Festa del 1° maggio, quando i lavoratori sfilavano con la convinzione di essere i primi produttori della ricchezza, con la dignità di chi faceva dei lavori il fondamento della propria identità. Per non sentirsi inutili in un mondo di macchine e di finanza dominante, leggere Levi fa sempre bene e aiuta a pensare.

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