Qualcosa di personale sulla lingua

(1967)

Babel 2015 (Bellinzona, 17-20 settembre)

Le letterature della Svizzera

Nel 2015 il festival Babel è svizzero: dieci anni di viaggio attraverso le lingue e le letterature mondiali ci portano sulla soglia di casa e, come dopo ogni viaggio, quella soglia è diversa. Entriamo. C’è una forte tensione tra le lingue, tra lingua e dialetti, tra oralità e scrittura, che sta dando risultati letterari senza precedenti. Perché la lingua della Svizzera è la traduzione, e per essere viva deve ascoltare e farsi interprete delle voci della sua confederazione di culture: il tedesco e i suoi dialetti svizzeri, l’italiano e il francese, il romancio e le lingue dell’immigrazione, le varie ibridazioni del parlato – tutte chiavi per accedere, scrivendo, alla propria parola partendo dalle lingue date.

 

Come anticipazione di alcune tematiche del festival, Babel ha raccolto e commissionato per doppiozero una serie di testi che si confrontano con la dimensione dialettale e vernacolare, ma anche più generalmente orale e colloquiale: a livello di scrittura creativa, il rapporto con il dialetto non è che il caso più marcato del rapporto con la lingua parlata, quindi del rapporto tanto con un contesto socio-culturale specifico quanto con quell’aspirazione universale della letteratura, la voce umana.

Cominciamo con alcuni riflessioni del grande autore svizzero Friedrich Dürrenmatt, che in questo breve saggio, inedito in italiano, ci parla del rapporto tra lingua parlata e lingua letteraria, non solo tra il suo dialetto bernese e il tedesco standard, ma anche tra la lingua degli svizzeri francesi e il francese. Emblematico della sua posizione è l’aneddoto raccontato da Hugo Loetscher in Se Dio fosse svizzero: durante le prove di Romolo il Grande, arrivati al punto in cui l’imperatore vuole far colazione e ordina al suo servitore “Das Morgenessen”, l’attore che impersonava Romolo ribatté che in tedesco colazione si dice Das Frühstück, non Das Morgenessen. Dopo un breve battibecco, Dürrenmatt, con la scaltrezza del vero drammaturgo, si sedette a riscrivere la scena: Romolo: “…E adesso, Das Morgenessen”. Piramo (il cameriere): “Das Frühstück, maestà”; Romolo: “Das Morgenessen, ho detto. In casa mia decido io che cos’è latino classico”.

 

 

Io parlo Berndeutsch, il dialetto tedesco di Berna, e scrivo in tedesco. Non potrei vivere in Germania, perché lì la gente parla la lingua che scrivo, e non vivo nella Svizzera tedesca perché lì la gente parla la lingua che parlo anch’io. Vivo nella Svizzera francese, perché qui la gente non parla né la lingua che scrivo né quella che parlo.

 

In realtà non è proprio così. In Germania, infatti, non si parla un tedesco ideale, anzi; nella Svizzera tedesca parlano come me solo a Emmental, mentre in quella francese sono in molti a parlare francese come lo parlo io.

 

Con mia moglie e i miei figli parlo solo Berndeutsch, e quando sto con i miei amici svizzeri, per esempio Frisch o Bichsel, io parlo Berndeutsch, Bichsel Solothurmisch il dialetto di Soletta, molto simile al Berndeutsch e Frisch Zürichdeutsch, la variante zurighese. Prima i miei figli, quando parlavano con Frisch, gli rispondevano in tedesco, perché credevano che lo Zürichdeutsch fosse già tedesco, un punto di vista che né un tedesco né uno svizzero dell’Ovest condividerebbe. Se alla nostra conversazione si unisce un tedesco, parliamo tutti tedesco, perché d’istinto diamo per scontato che lui non capisca il tedesco svizzero, anche se in realtà ce ne sono molti che lo capiscono, a meno che vengano dal Nord.

 

Davanti alla corte federale, i separatisti si sono fatti beffe di un contadino al quale avevano bruciato la casa mostrandosi culturalmente superiori perché lui, sebbene abitasse a Berna, parlava un francese terribile. Si farebbero beffe pure di me, anche il mio francese è terribile. Sono troppo occupato dalla mia lingua per migliorarlo. Visto che la maggior parte degli svizzeri dell’Ovest che conosco non capisce il tedesco, figuriamoci il Berndeustch, con loro devo parlare il mio francese terribile. Cosa che più invecchio, meno mi piace. Così finisce che i miei amici romandi ormai li frequento pochissimo.

 

Ogni cultura si fonda più sui pregiudizi che sulla verità, compresa quella della Svizzera dell’Ovest. Uno dei pregiudizi di quest’ultima è che gli svizzeri tedeschi parlino una lingua primitiva. Su questo pregiudizio si fonda l’abbaglio della loro superiorità culturale. Io ho grande stima degli svizzeri dell’Ovest, ma non sottoscriverei mai che Delémont è culturalmente superiore a Burgdorf. In tutta Europa i contadini hanno una cultura simile, e lo stesso vale per gli insegnanti; negli agitatori politici contano soprattutto le loro idee fisse, anch’esse simili; se poi presentino altre affinità culturali, è una questione secondaria.

 

Tuttavia, il pregiudizio degli svizzeri dell’Ovest è comprensibile. Il francese è infatti il migliore prodotto della cultura francese, ammirevole nella sua chiarezza, in sostanza una lingua compiuta, e visto che è un’opera della collettività, ognuno si sforza di partecipare a quest’opera d’arte collettiva soffocando i suoi tratti linguistici individuali e provinciali.

 

Nel tedesco è diverso. I dialetti sono rimasti più vivi e continuano a incidere sul subconscio linguistico. Il tedesco che uno parla e il tedesco che uno scrive si differenziano in modo più marcato. Manca un’Accademia, manca un centro culturale, mancano le province: senza un centro culturale non ha senso parlare di province. Il tedesco è più individuale del francese. Il tedesco è una lingua aperta.

 

Sotto molti aspetti il rapporto tra il tedesco e il tedesco svizzero ricorda quello con l’olandese. Certo, l’olandese ormai è diventato una lingua che si scrive, il tedesco svizzero no. In particolare, riguardo agli scrittori: lo scrittore svizzero tedesco continua a vivere il conflitto di parlare in modo diverso da come scrive. Oltre alla lingua-madre, infatti, ha anche una “lingua-padre”: il tedesco svizzero, la lingua-madre, è la lingua del sentimento, mentre il tedesco, la “lingua-padre”, è la lingua dell’intelletto, della volontà, dell’avventura. Lo scrittore si ritrova dunque di fronte alla lingua che scrive, di fronte a una lingua che però si lascia plasmare dai propri dialetti molto più di quella francese. Il francese bisogna prenderlo così com’è, il tedesco lo puoi modellare.

 

Forse ho un po’ esagerato. Anche il francese, infatti, ammette sfumature individuali. Per capire cosa intendo basta confrontare Ramuz e Gotthelf: il francese di Ramuz mi sembra una rete perfettamente lavorata dalla lingua francese con cui quest’ultima cattura la peculiarità del cantone di Vaud, mentre nella lingua di Gotthelf il tedesco e il Berndeutsch sono fusi. La lingua barocca di Gotthelf è nata come la traduzione della Bibbia di Lutero: Gotthelf ha trovato il suo tedesco, Ramuz aveva già il suo francese.

 

Anch’io devo sempre ritrovare il mio, di tedesco.

Devo sempre abbandonare la lingua che parlo per trovarne una che non posso parlare, perché quando parlo tedesco ho un accento Berndeutsch, come un tedesco di Vienna parla con un accento viennese o un tedesco di Monaco con un accento bavarese. Io parlo lento. Sono cresciuto in campagna, e i contadini parlano lenti. Il mio accento non mi disturba. Non sono l’unico, credo. Quando Schiller leggeva ad alta voce, gli attori ridevano al punto da dover abbandonare la sala: tanto forte era il suo accento svevo.

 

Ci sono svizzeri che si sforzano di parlare un tedesco pulito. Un tedesco fin troppo bello. È come se, mentre parlano, ammirino il modo in cui stanno parlando.

Anche alcuni svizzeri dell’Ovest parlano un francese fin troppo bello.

Chi parla troppo bene, mi sa di provinciale.

La lingua che uno parla è ovvia.

La lingua che uno scrive sembra ovvia.

In questo “sembra” si nasconde il lavoro dello scrittore.

Alcuni critici mi rinfacciano che nel mio tedesco si senta il Berndeutsch. Io lo spero, che si senta. Io scrivo un tedesco cresciuto nella terra del Berndeutsch. E sono felice che i miei attori amino il mio tedesco.

 

Io invece amo il Berndeutsch, una lingua che sotto molti aspetti è superiore al tedesco. È la mia lingua-madre, e io la amo come si ama una madre. Un figlio vede la madre con occhi diversi: spesso solo lui riesce a coglierne la bellezza.

Il francese si sa, il tedesco si prova a saperlo.

Se sapessi il tedesco, scriverei comunque in Berndeutsch.

Anche se queste righe sono personali, secondo me valgono anche in generale: quale scrittore, infatti, al mondo vive in un posto in cui si parla la lingua che scrive? La lingua che scrive prende voce solo attraverso le sue opere.

 

 

Traduzione di Lucia Ferrantini

Friedrich Dürrenmatt, 1986

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