Fantascienza: Il Rosso di Marte

Crononauti catapultati in una civiltà 3.000 anni più avanzata della nostra, il linguaggio che si parla ci è incomprensibile, ma i nostri ospiti del futuro comunicano con noi tramite la telepatia: se il pensiero trova nella mente ricevente un'idea omologa, l'organizzazione linguistica viene di conseguenza. E questa è una gran fortuna, perché se accadesse il contrario – se fosse il linguaggio a poter alterare il pensiero – potrebbe esistere anche una lingua impiegabile come vera e propria arma.

 

Ma, essendo la lingua portato della nostra organizzazione cerebrale, una volta entrati in contatto con remote civiltà aliene, l'uomo ha scoperto che vi sono lingue che gli è fisicamente impossibile imparare. I traduttori – necessari al commercio galattico – sono divenuti una potentissima casta interplanetaria, in cui ogni nuova femmina nata viene mandata presso un popolo alieno per impararne la lingua sin dalla più tenera età. Quando la lingua si rivela fisicamente inapprendibile, la bambina è condannata a impazzire.

In un futuro parallelo e più rassicurante, è stata invece inventata una macchina in grado di tradurre qualunque linguaggio sconosciuto in una lingua umana, o addirittura in un altro linguaggio sconosciuto: il problema linguistico si è rivelato essere, in fondo, né più né meno che un problema crittografico.

O forse non c'è stato bisogno di inventare nulla: introduciamo nel nostro orecchio una creatura aliena che ha le sembianze di un piccolo pesce giallo, si nutre dell'energia mentale utilizzata per comporre una frase ed espelle come escrementi matrici linguistiche in una forma che permette all'ospite – noi – di comprendere ciò che viene detto in qualunque lingua.

 

Babel fish, BBC adaptation.

 

D'improvviso chiudiamo il libro e torniamo alla babele consueta del nostro mondo. Sono questi ancora solo sogni della scienza (linguistica) (per parafrasare Carlo Pagetti; siamo rispettivamente in Men like Gods di H.G. Wells, 1923; Babel-17 di Samuel R. Delany, 1966; Native Tongue di Suzette Elgin, 1984; Star Trek di Gene Roddenberry, 1966-69; The Hitchhiker's Guide to the Galaxy di Duglas Adams, 1979).

Inventando scenari socio-tecnologici, dispositivi, esseri viventi più o meno complessi e sofisticati, la fantascienza si è occupata di traduzione linguistica. Almeno quanto la traduzione si è occupata di fantascienza. Il genere fantascientifico è tradizionalmente percepito come dotato di forte identità transmediale e transnazionale, grazie al suo megatesto – un repertorio inter-testuale di temi, tropi e riferimenti – spiccatamente riconoscibile: il viaggio spaziale, il pianeta alieno, il robot, l'incontro ravvicinato con altre specie, etc. (tralasciando qui l'incessante dibattito sulla sua definizione che, soprattutto nel mondo anglofono, raggiunge sempre nuovi picchi di sofisticazione).

Tanto più è interessante notare come questa percezione di un megatesto comune, sia influenzata in modo decisivo da dinamiche editoriali e traduttive, ossia da quelle agencies culturali che determinano la circolazione dei testi a cavallo di frontiere geografiche e linguistiche, contribuendo alla nostra idea di un panorama letterario globale.

 

 

 

Prendiamo il caso di Kim Stanley Robinson. Californiano, nel mondo anglofono tra gli autori di fantascienza più premiati e amati dalla critica, consacrato dalla “trilogia marziana” nei primi anni novanta: Red Mars, Green Mars e Blue Mars, 1993, 1994, 1996 (un'incetta di riconoscimenti, tra cui due Hugo, due Locus, un British Science Fiction Association Award, un Nebula, etc.). La trilogia racconta la futura colonizzazione e il terraforming di Marte.

La prima tappa vede confrontarsi aspramente diverse posizioni sull'opportunità di terraformare il pianeta rosso (ossia modificarne artificialmente le caratteristiche in modo da renderlo abitabile per l'uomo senza l'ausilio costante di supporti vitali), rappresentate da diversi personaggi. Un dibattito parallelo interessa l'ordinamento politico-istituzionale che la colonia dovrebbe assumere e i rapporti con il pianeta-madre, mentre sulla Terra i destini della specie sono ormai nelle mani di poteri economici sovranazionali, in un crescente sbilanciamento tra popolazione e risorse.

La trilogia si è prestata a letture che ne hanno sottolineato via via l'accuratezza dell'estrapolazione scientifico-tecnologica, l'intelligenza critica nella costruzione degli scenari socio-politici, l'articolazione del sistema dei personaggi, facendone uno snodo fondamentale negli Science Fiction Studies contemporanei più interessati a ecologia, immaginazione utopica, maturità di invenzione e scrittura (se n'è occupato, tra gli altri, anche Frederic Jameson, in Archaeologies of the Future: The Desire Called Utopia and Other Science Fictions, Verso, 2005, cap. 1).

 

 

Nel mondo italofono di Robinson è arrivato molto poco: molti dei romanzi principali non sono stati mai tradotti, la sua trilogia californiana (The Wild Shore, The Gold Coast, Pacific Edge 1984-1990), dopo un inizio presso Interno Giallo, è rimasta monca dell'ultimo volume. La traduzione della trilogia marziana, cominciata da Mondadori nel 1995 si era fermata al primo volume.

Ora Fanucci riprende la traduzione mondadoriana di Maurizio Carità (in libreria dal 19 maggio), promettendo di proseguire fino in fondo (incoraggiata anche dalle insistenti indiscrezioni su una trasposizione televisiva commissionata dalla statunitense Spike). Il successivo Green Mars è stato già affidato a un'altra traduttrice di vaglia, Annarita Guarnieri (non ancora confermato il traduttore del terzo volume).

 

Nasa spirit mars rover in Mcmurdo panorama, credit Nasa. 

Come mai le opere di uno scrittore così stimato nel mondo anglofono hanno incontrato tante difficoltà di ricezione in Italia? La domanda è tanto più legittima pensando che sul mercato italiano la letteratura fantascientifica è arrivata sotto forma di ondata traduttiva proprio dal mondo anglo-americano negli anni Cinquanta, e a tutt'oggi la presenza di traduzioni dall'inglese è ben più alta che nella media libraria nazionale. Se le traduzioni dall'inglese rappresentano circa il 70% delle traduzioni pubblicate sul mercato di varia, nella mondadoriana Urania si aggirano attorno all'85% di tutti i titoli pubblicati. In cataloghi come quello Fanucci, dove la fantascienza è rappresentata soprattutto da alcuni grandi classici (es. Dick, Herbert) e voci contemporanee affermate a livello internazionale (es. Miéville) la porzione di traduzioni dall'inglese sale pressoché alla totalità dei titoli pubblicati.

 

Full circle vista from naukluft plateau on mars, credit Nasa.

 

Se in questo quadro non ci si stupisce più che in Italia siano rarissime le traduzioni da altre aree linguistico-culturali (ad esempio dai vivaci panorami giapponese o cinese), la difficoltà di proporre autori angloamericani come Robinson ci ricorda che le scelte traduttive dipendono da ristrettezze a vari livelli nello spazio di manovra degli editori. Senza voler qui riassumere un quadro ovviamente molto complesso, si può sottolineare almeno come, in un contesto culturale di difficile dialogo tra lettere e scienze, in cui la fantascienza scritta rappresenta una fetta stabile ma molto limitata del mercato, la possibilità di tradurre dipende anche dalla relativa disponibilità di figure professionali (traduttori, editor) disponibili a operare in un campo poco remunerativo sia in termini economici che di prestigio culturale, e dalle incerte possibilità di ritorno quando si propongono autori o titoli lontani dalle declinazioni del genere più consolidate. Rischioso insomma, per un editore, spingersi oltre gli orizzonti d'attesa, mentre questi ultimi vengono messi ben poco alla prova se l'offerta si appiattisce sul già noto, in un circolo vizioso tra debolezza di progetto di culturale a monte e scarsa curiosità e ricettività a valle.

Ben venga allora anche l'effetto trainante di una serie tv, e senz'altro l'iniziativa di un editore che possa, anche grazie alla forza di una macchina produttivo-distributiva nazionale, osare oltre le aspettative consuete e oltre la “nicchia” allo stesso tempo.

 

 

Kim Stanley Robinson, Il rosso di Marte, traduzione di Maurizio Carità, Fanucci, maggio 2016.

An image from spirit mars rover, credit Nasa.

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