Il tuo due per mille a doppiozero

Gian Piero Piretto, Vagabondare a Berlino

Paul Valery disse un giorno che la sintassi è una facoltà dell’anima. Ma l’anima non ama soltanto costruire razionalmente in vista di un risultato, ama anche l’opposto, l’andare senza meta lasciandosi guidare da una miriade di sensazioni, di visioni, odori, rumori, da un pulviscolo di pulsioni conoscitive che spingono ad esplorare il dettaglio, l’apparenza minima, l’inosservato.

La persona che incarna questo desiderio di dissipazione della razionalità strumentale, del faccio questa cosa per ottenere questo risultato, è il flâneur.

Una figura che nasce laddove la letteratura incontra la metropoli dando voce anzitutto allo stupore per quel mondo frenetico e artificiale: masse di uomini e di donne in movimento, corse di treni sotterranei e di superfice, esibizioni ipertrofiche di merci nelle vetrine, nei passages, nei grandi mercati, tipi sociali i più variegati che convivono nello stesso spazio urbano, talvolta a pochi metri l’uno dall’altro. A questo mondo promiscuo in cui la marginalità incrocia di continuo il centro ha dato voce Baudelaire in Les fleurs du mal dando inizio a una nuova stagione della scrittura letteraria.

 

È lui che ha messo in scena per la prima volta il flâneur, colui che gira per la città senza meta, osservando i dettagli, interrogandoli, cercando di ricostruire i mondi a cui essi talora misteriosamente alludono. 

Se la sintassi è una facoltà dell’anima, il flâneur la sintassi l’ha rovesciata: egli non conosce regole, intenzioni, prospettive, non costruisce secondo un metodo. L’errabondo metropolitano che passeggia senza meta ha una sua peculiare passività che paradossalmente è il segreto del suo inesausto attivismo esplorativo. Dinanzi ad esso appare vana l’ansia di giungere alla meta di chi si illude, facendo e producendo, di allontanare lo spettro dell’inanità impotente.

 

Questa figura perennemente interrogante, che non conosce l’ansia del fare è il protagonista indiscusso del bellissimo libro che Gian Piero Piretto dedica a Berlino, la città a cui da molti anni si sente legato e in cui ormai ha trasferito la sua dimora. Il titolo non potrebbe essere più esplicito: Vagabondare a Berlino.

Il vagabondo che in questo libro gira per la città in cerca di ciò che essa possiede ma non esibisce intenzionalmente è uno scopritore di tesori nascosti. A Berlino si possono ancora trovare, a differenza delle molte metropoli in cui oggi la fanno da padroni i ‘non luoghi’, ossia l’uniformità priva di carattere, la distruzione sistematica dell’individuale e della sua storia. 

Alla sospensione nel nulla del tempo e dello spazio il libro di Piretto oppone la costruzione di un mosaico di narrazioni intorno a luoghi e a tempi autentici in cui la vita ha lasciato un segno indelebile. 

Scorrono così intorno a noi i quartieri che fino al fatidico 1989 erano di Berlino Est, a cominciare da Prenzlauer Berg che dopo il crollo del muro fu preso d’assalto da studenti, da immigrati provenienti da tutto il mondo, artisti, intellettuali, tutti accomunati dalla seduzione di una vita in qualche modo ‘irregolare’, di un mondo a parte, alternativo a quello della logica della crescita del PIL e del consumo indifferenziato.

 

In realtà il vagabondo che osserviamo compiaciuto aggirarsi nei luoghi meno conosciuti e più improbabili della capitale tedesca è anzitutto una figura un po’ snob che detesta i non luoghi, soprattutto i non luoghi dello spirito, vale a dire le descrizioni e le visioni prefabbricate, le emozioni confezionate in serie, basate sulle vulgate che l’industria turistica sforna a getto continuo ad uso e consumo di masse acquiescenti e addomesticate. Egli preferisce aggirarsi nel Dong Xuan, il centro commerciale vietnamita, anziché salire sul Fernsehturm, la torre della televisione alta 368 metri che svetta ad Alexanderplatz, oppure passeggiare per la Sonnenallee, la via araba o nel mercato turco lungo la Maybachufer.

Vagabondare a Berlino ci offre un modello di seduttiva contronarrazione, ci fa vedere la città non dall’alto della sua monumentalità museale ma ‘dal basso’ delle vite reali, alla retorica celebrativa oppone lo ‘stile semplice’ delle vite vissute, la metropoli si rivela per ciò che è ed è stata non per ciò che la narrazione turistica vuole che sia. E ciò è possibile grazie alla lentezza, allo sguardo stupito ma anche ironicamente disincantato con cui il vagabondo, che noi tutti siamo invitati ad essere, osserva i luoghi che incontra.

 

La visione lenta, non diversamente dalla lettura lenta di un libro, scopre connessioni che sfuggono allo sguardo distratto di colui che è obbligato a vedere ciò che tutti vedono perché vedere ciò che tutti vedono equivale a non vedere nulla. A chi ancora non conosce la città l’autore fa notare:

“Le passeggiate di cui si tratta nelle pagine seguenti prendono spesso le mosse da una stazione della metropolitana, da una fermata di tram, da un incrocio fra strade e propongono di allontanarsi dai territori consacrati al turismo. Non si dimentichi che anche il mezzo di trasporto utilizzato, quale che sia, assieme al percorso necessario per raggiungere le mete, già di loro costituiscono parte dell’esperienza. 

 

 

Non si trascuri la struttura delle stazioni, il gioco di sviluppo dei binari, non si sia indifferenti all’avvicendarsi delle etnie, dei cromatismi di carnagioni e capelli su un bus, alla lettura del testo della città che scorre al di là dei finestrini (pubblicità, insegne, graffiti, scritte nuove e vecchie sui muri), che segnalerà informazioni aggiornate sui quartieri più di quanto possano fare queste pagine.”

Vagabondare a Berlino è anche e in larga misura un libro della visione, ricco di illustrazioni – per una volta generosamente concesse da un editore attento e partecipe – che ci prende amabilmente per mano e ci mostra edifici, angoli della città, spesso testimoni di una storia minore, ma pieni di vita, di illusioni, di stagioni del passato, schiacciate ormai dall’incedere della storia, dal ‘progresso’ che, come recita la famosa nona tesi delle Tesi di filosofia della storia di Benjamin, distrugge ciò che si oppone al suo cammino fatale e accumula le macerie dietro di sé.

 

A questa distruzione, figlia anch’essa della tirannia dello scopo, ci si può opporre solo rallentando la corsa, camminando piano, ‘salvando’ i fenomeni dalla distrazione distruttiva del progresso. 

Per un’ironia della sorte le poche case con i muri ancora scrostati sopravvissute alla riunificazione delle due Germanie, i casermoni del socialismo reale di marca sovietica edificati negli anni della Repubblica democratica tedesca, appaiono oggi agli occhi pietosi del vagabondo come relitti da preservare e da accudire con cura.

Nel libro c’è anche questo: una filosofia della conservazione delle memorie che assume una veste provocatoria e sottilmente eversiva rispetto all’ethos del fare e della frenesia del nuovo che l’ufficialità politica impone oggi alla capitale tedesca. Il confronto tra queste due anime è in pieno corso, la galassia dei resistenti trova ancora i suoi spazi e difende i suoi stili di vita ma si tratta di una lotta impari e la vena di sottile malinconia che attraversa questo straordinario racconto metropolitano è anche dovuta al timore che il mondo urbano policentrico e multiculturale finisca tra non molto per esaurirsi.

 

Il convitato di pietra di questa singolare guida di Berlino, per altro evocato numerose volte, è Walter Benjamin: la sua Infanzia berlinese è la cellula originaria da cui il libro nasce, vale a dire la città osservata con gli occhi di un bambino che sa dare voce all’ordinario rendendolo speciale. Ma il vedere è anche scoprire nel dettaglio il mondo intero, come afferma Joseph Roth in un passo del suo A passeggio per Berlino, anch’esso citato da Piretto:

“Il treno della S-Bahn passa di fronte alle case offrendo ai suoi passeggeri – quando è primavera e i muri rivelano misteri, i vetri delle finestre mostrano idilli, i cortili interni svelano segreti – l’opportunità di vedere molte cose interessanti e curiose. Talvolta un tragitto ferroviario urbano è più istruttivo di un viaggio per mari e paesi lontani, e i viaggiatori esperti sapranno che in fondo basta vedere un cespuglio di lillà nascosto in un polveroso cortile di una grande città per comprendere l’assoluta, profonda tristezza dei cespugli di lillà di tutto il mondo.”

La città come ‘opera mondo’, anche questa è la Berlino di Piretto. La sua ‘guida’ è fortunatamente priva dello zelo didascalico che caratterizza i Baedeker della capitale tedesca. Con il tono affabile di chi ci ha incontrati per caso e con understatement l’autore ci vuole rendere partecipi della sua avventura e così facendo ci insegna un sacco di cose non solo su come è fatta la città ma anche su come sono fatte le città in cui viviamo e di cui Berlino è una bizzarra concentrazione simbolica. Con il suo passato e il suo presente essa è una narrazione vivente di come va il mondo tra ascesa e declino, sperimentazione e conservazione, cultura e barbarie.

 

Piretto ci conduce sulle le tracce degli anni esaltanti della Repubblica di Weimar e poi su quelle ben più numerose del recente passato – la DDR fa capolino di continuo – ma ci indica nondimeno i segni del futuro che rischia di essere segnato dalla perdita della memoria e dall’ansia di medietà e di integrazione.

Del passato socialista rimangono gli edifici costruiti con il sistema delle Plattenbauten, i grandi pannelli prefabbricati, ma rimangono anche luoghi più piacevoli, quasi idilliaci. Per esempio il parco del palazzo Schönhausen nel quartiere residenziale di Pankow dove abitavano gli alti papaveri del partito unico della Repubblica democratica tedesca. L’autore ci invita a visitarlo con un’affabile premura:

“Il parco è ampio ed estremamente accogliente. Percorrerlo in lungo e in largo sarà distensivo e piacevole. Se la stagione sarà quella giusta, munirsi di un cestino di fragole comprate a uno dei tanti chioschi che sorgono in città, aggiungere una bottiglia (mignon o magnum) di Sekt (spumante), rigorosamente l’ex orgoglio socialista Rotkäppchen (trocken, caschi il mondo, secco!) mantenuto ben gelato, e celebrare con un pizzico di edonismo decadente sarà il modo migliore per concludere la passeggiata tra gli antichi fasti della DDR.” 

 

I molti luoghi che Piretto ci fa attraversare in questa insolita e affascinante camminata attraverso Berlino sono tasselli di un mosaico sociale ricco di storia lontana e recente ma nello stesso tempo sono figure della malinconia. Perché il processo di massiccia e inarrestabile gentrificazione finirà per appiattire le molte anime della città sulla sola anima vincente, quella della rendita immobiliare, e di quei mille frammenti che ancora cercano di sottrarsi alla normalizzazione fagocitante della speculazione edilizia rimarranno vaghe tracce, da esibire in un futuro museo della storia della città.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO