Hans M. Enzensberger, diavolo dei numeri e delle parole

26 Novembre 2022

Non sono molti gli scrittori che come Enzenberger, spentosi ieri a Monaco di Baviera a 93 anni, hanno saputo fare della provocazione intellettuale una cifra permanente della loro produzione letteraria e saggistica. Cifra ironica, irriverente, sempre in conflitto con il potere in tutte le sue espressioni, politico, intellettuale, giornalistico. Enzensberger è stato fino all’ultimo un irregolare. C’era in lui un’ininterrotta energia dissacrante che alimentava il suo anticonformismo fatto non di gesti eclatanti ma di una capacità rabdomantica di scoprire l’ideologia ovunque si annidasse, nelle pieghe dei ragionamenti politici o nelle dichiarazioni di poetica, nelle affermazioni di principio, nelle tesi apodittiche della sinistra e dei movimenti antisistema.

Breve estate anarchia

Se è vero che uno dei segni distintivi della Modernità novecentesca è stata la destrutturazione sistematica delle utopie del senso compiuto e della costruzione letteraria Enzensberger ha incarnato questa vocazione trasgressiva per tutta la sua lunga vita.

Se l’essenza dell’ironia sta, come pensavano i romantici di Jena, nella Selbstschöpfung e nella Selbstvernichtung, l’autocreazione e l’autoannientamento dell’opera, Enzensberger ha fatto del precetto romantico la sua divisa più peculiare, quella che gli ha consentito di non prendere mai nulla veramente sul serio perché la vera serietà consisteva per lui nel rovesciamento ironico di tutto ciò che aspirava all’assoluto. Questa propensione naturale alla mobilità continua ne ha segnato la curiosità intellettuale e gli ha consentito di attraversare i territori più svariati della ricerca e sempre con la leggerezza di chi sa dilettarsi senza essere un dilettante ma facendo di tutto per sembrarlo.

Ha scritto moltissimo, si parla di una settantina di libri, è stato poeta, narratore, saggista, autore di reportage, grande viaggiatore, formidabile editore e scopritore di talenti, redattore, traduttore.

Poesie

La sua ossessione è sempre stata la lettura indiziaria del contemporaneo, anche quando si proiettava nel passato e soprattutto quando scopriva nuove voci letterarie che sapeva valorizzare e fare crescere. Scoprì il talento poetico di W.G. Sebald e gli fece pubblicare le prime poesie su ‘Kursbuch’, la rivista da lui fondata nel 1965, poi l’allora giovane poeta divenne lo scrittore che conosciamo, candidato al Nobel prima di perdere la vita in un incidente d’auto a Norfolk nel 2001.

Fu un membro di spicco del gruppo 47, che negli anni del dopoguerra tenne a battesimo i nuovi talenti letterari della neonata Bundesrepublik in un clima di sperimentazione che si irradiò in tutta l’Europa. Il nostro Gruppo 63 con le sue provocazioni letterarie e le sue battaglie contro l’establishment letterario può essere considerato una sua diramazione.

Artisti della sopravvivenza

L’attività poetica di Enzensberger si accompagnava allora a un’intensa e varia attività di saggista, critico implacabile delle deformazioni della politica da una prospettiva che univa Adorno all’ironia di Heinrich Heine, la critica della filosofia del soggetto da Cartesio a Husserl alla demolizione sarcastica dei luoghi comuni, quello che lui chiamava l’“idealismo in pantofole” del filisteismo borghese. Basta un titolo: Politik und Verbrechen (1971), Politica e crimine (in traduzione italiana da Bollati Boringhieri nel 1998), per dirne l’intenzione polemica ma sempre unita a un’abilità radiografica capace di cogliere i nessi profondi e perversi del sistema politico. Oppure Palaver. Considerazioni politiche, pubblicato in Germania nel ’74 (in Italia da Einaudi nel ’77, oggi non più ristampato). Una disamina implacabile delle parole inutili della politica e dei discorsi sulla letteratura.

Aderì alla ribellione della sua generazione, quella degli anni Sessanta del secolo scorso a ridosso del mitico ’68, ma quando la militanza divenne un’opzione totale, un sistema di vita nelle comuni di Berlino, Hans Magnus si allontanò andandosene in giro per il mondo.

Una sua prerogativa è sempre stata quella di essere presente e assente nello stesso tempo. Così come leggeva il presente e il futuro nella memoria del passato prendeva congedo da ciò a cui si sentiva vicino perché solo dalla distanza era in grado di leggere il presente.

Tumulto

La sua attività editoriale, iniziata come redattore da Suhrkamp, la casa editrice di Brecht e di Adorno, di Benjamin e di Hermann Hesse, conobbe il suo apice nel 1985 quando diede vita, assieme a Franz Greno, proprietario di una tipografia artistica di alto profilo, a “Die andere Bibliothek” (L’altra biblioteca), la cui missione era fondamentalmente una archeologia del passato e del contemporaneo alla ricerca di perle di originalità letteraria. Ma anche di ‘riletture’ di rara potenza come Bouvard e Pécuchet e gli Essais di Montaigne. Tra gli autori contemporanei, spesso esordienti, tedeschi tra cui lo stesso W.G. Sebald, o stranieri come Enrique Vila-Matas o Vladimir Jabotinsky.

Famosa un’edizione sontuosa il tipografo Greno curava la qualità delle edizioni in modo maniacale degli scritti di Alexander von Humboldt, il fratello di Wilhelm, studioso di scienze naturali e filosofo della natura.

Anche negli anni Novanta si avviava verso i settant’anni l’indomabile curiosità e sete di avventure intellettuali non lo abbandonò un istante. Nel 1997 pubblicò un libro che sorprese non poco i suoi lettori abituali: Der Zahlenteufel. Ein Kopfkissenbuch für alle, die Angst vor der Mathematik haben (tradotto letteralmente in italiano suona come "Il diavolo dei numeri. Un libro cuscino per tutti quelli che hanno paura della matematica").

Josephine, la figlia avuta dalla sua terza moglie, aveva, come tutti i bambini, paura della matematica. Il papà decise di studiarla e di raccontargliela in forma di favola. L’esperimento familiare divenne un libro di successo planetario, il libro più venduto del poeta Enzensberger. Un monito agli umanisti scettici: ce la potete fare anche voi. In Italia lo pubblicò Einaudi nello stesso anno con il titolo Il mago dei numeri, ne seguirono molte edizioni, un successo che continua nel tempo.

Il Mago dei numeri

Enzensberger appartiene a quel ristretto numero di artisti la cui fortuna presso i pubblici più vari e nei tempi più diversi non si è mai tradotta in ‘maniera’. Il suo stile di pensiero e la sua formidabile invenzione linguistica non gli hanno mai permesso uno stato di quiete ma, al contrario, lo hanno spronato a continuare e a inventarsi nuovi oggetti di ricerca e nuove modalità di scrittura ad ogni libro che metteva in cantiere.

Ricordo l’ultima visita che gli feci a Monaco, nella sua bella casa nel quartiere degli artisti di Schwabing, oggi per la verità più quartiere dell’alta borghesia del capoluogo bavarese. Era nell’autunno del 2016.

Alla mia domanda su cosa stesse lavorando mi rispose che era divorato da molti interessi, oggetti del passato e del presente ma ciò su cui rifletteva con maggiore accanimento era l’idea di anacronismo. Voleva ricostruire la genesi e lo sviluppo di questa figura su cui avevano scritto pagine fondamentali sia Goethe sia, nel Novecento, autori come Ernst Bloch e Walter Benjamin.

Non so che ne fu di quel progetto ma mi apparve subito evidente che quel trattamento della temporalità dovevano essergli particolarmente caro. Dopo tutto la sua letteratura e il suo irrequieto e indefesso saggismo disegnavano un percorso che non era imbrigliabile in una progressione lineare del tempo e in una direzione univoca. Era semmai un andamento rizomatico in tutte le direzioni possibili che annullava le pretese di lettura univoca della storia e del proprio tempo.

In questa dimensione onnivora della sua curiosità teorica e nelle infinite vie della sua esplorazione sta probabilmente il suo lascito intellettuale che nessuna ermeneutica e critica a posteriori riuscirà ad attingere nella sua totalità. La sua vis polemica, con cui si oppose a ogni forma di riduzionismo estetico e politico, sarà probabilmente la qualità che ne garantirà una imperitura attualità.

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H. M. Enzenberger