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I maschi di Colleferro e noi

Se la vicenda di Colleferro sta avendo ampia risonanza mediatica, non è solo per la brutalità dell’omicidio o per il commovente eroismo di Willy. Colleferro colpisce potentemente la nostra immaginazione perché ci offre una rappresentazione del mostro perfetto: brutale, spietato, arrogante, senza possibilità di redenzione. In tal senso i fratelli Bianchi – ritratti a torso nudo, muscoli e tatuaggi in bella vista e sguardo da bullo – assolvono perfettamente a questa funzione. I loro corpi coincidono con la tradizionale iconografia del villain che ha popolato l’immaginario di tanti gangster movie: una via di mezzo tra la cinica crudeltà di Al Pacino in Scarface e quella mascolinità un po’ buffonesca del coatto romano, così bene raccontata dall’ultimo e commovente film di Claudio Caligari Non essere cattivo – e in parte ripresa nelle serie tv Romanzo Criminale e Suburra

 

I fratelli Bianchi sono epitome della mostruosità perché ci permettono facilmente di prenderne le distanze. In un certo senso svolgono una funzione rassicurante, dal momento che ci indicano chiaramente dove risiede il male. D’altronde la radice della parola latina monstrum è la stessa di monstrare, ma anche la stessa di monere, ossia ammonire nel senso di metter in guardia. La mostruosità ha storicamente funzionato non solo come esposizione della meraviglia, ma anche come strumento di monito morale. Non è un caso che i media e l’opinione pubblica si siano affrettati a operare le più svariate distinzioni tra noi e loro: loro sono le bestie, loro sono l’espressione più lapalissiana della cultura fascista e prevaricatrice, loro sono una chiara rappresentazione plastica della mascolinità più tossica. Come spiega Judith Halberstam, possiamo leggere l’impronta della razza o della sessualità, della classe o del genere che scorre attraverso il corpo del mostro e possiamo così facilmente trovare in esso tracce di costruzioni sessiste o razziste delle nostre stesse soggettività. Ed è quello che in questi giorni è avvenuto: le immagini dei criminali di Colleferro che hanno letteralmente invaso i mezzi di informazione e le bacheche dei social media ci hanno invitato a guardare in faccia quell’alterità mostruosa, così mostruosa che pare risiedere fuori dal mondo – specialmente fuori dal nostro mondo – permettendoci in tal modo di misurarne le distanze. 

 

È una reazione umanamente comprensibile, ma che tuttavia contiene un rischio. Nel tentativo di ridare una forma di senso coerente alla nostra esperienza quotidiana, finiamo per disinnescare la mostruosità nel perimetro della forma deviante, fissare i termini della sua alterità bestiale e non umana. È come se avessimo bisogno di scorrere le tante fotografie postate su Instagram, leggere i post su Facebook, sentirci raccontare il passato violento dei criminali per ricordarci costantemente che noi non siamo come loro. Ed è paradossale che arriviamo a sapere tutto degli assassini – girano persino video che li mostrano mentre si allenano, mentre di chi fosse davvero Willy sembra interessarci poco.  

Questo meccanismo lo abbiamo visto all’opera proprio in questi giorni, nei continui rimpalli strumentali e nei facili sociologismi con cui politici, influencer e opinionisti hanno cercato di rintracciare le cause prime – e le colpe definitive - da mettere sul banco degli imputati, che siano le palestre di arti marziali, il fascismo, il razzismo, l’iperconsumismo o la musica trap. Non che queste analisi non colgano elementi di riflessione pertinenti. Non sono sbagliate in assoluto, però spesso risultano inconcludenti. Tracciano un perimetro da cui tenersi lontani e non ci chiamano davvero in causa.

 

E invece, se vogliamo ricavare qualche elemento di consapevolezza in più da fatti di cronaca come questi, dovremmo ribaltare la questione e chiederci: in che modo una vicenda così crudele ci sta parlando di noi? In fondo, se il mostro deve terrorizzarci, è perché esso agisce come il perturbante freudiano, ci mostra qualcosa che è estraneo, ma allo stesso tempo intimamente familiare e vicino.

 

Il progetto eroico della mascolinità

 

Si è tirato in ballo a tal proposito la questione della mascolinità. Ed è normale che l’ostentazione di un immaginario così smaccatamente machista – fatto di sopraffazione, virilismo e logica del branco – ricordi i tratti più stereotipati di quell’ipermascolinità coatta e spaccona che chi è nato e cresciuto nelle realtà suburbane delle periferie romane conosce bene. Non a caso qualcuno ha parlato di culto della mascolinità tossica, a indicare quella costellazione di tratti maschili socialmente distruttivi che porterebbero alla volontà di controllo e dominio, al rifiuto di mostrare qualsiasi debolezza o dipendenza, alla svalutazione della donna e dei possibili tratti femminili nel maschile stesso, all’omofobia e alla violenza. R. W. Connell ci direbbe probabilmente che i criminali di Colleferro sono un classico esempio di mascolinità di protesta, ossia di una mascolinità che, attraverso l’esagerazione compulsiva dei tratti più stereotipati del ruolo maschile, reclama la propria posizione di egemonia. Il progetto della maschilità di protesta si svilupperebbe principalmente in quelle situazioni marginali dove la pretesa di possedere il potere, fondamentale per l’affermazione del maschile, viene continuamente complicata da debolezze sociali o culturali. La protesta virile non sarebbe altro, dunque, che una compensazione alla propria frustrazione, che va nella direzione dell’aggressività e di una incessante ricerca del trionfo.

 

 

La domanda che verrebbe da farsi è: cosa c’entrerebbe tutto questo con noi? Il problema è proprio qui: letture di questo tipo ci raccontano la mascolinità come un insieme di tratti stereotipici, di attributi e caratteristiche definite, una pletora di classificazioni e tipologie ideali attraverso cui misurare e giudicare il comportamento degli uomini. E giornalisti, opinionisti e scrittori (specialmente uomini) possono rimarcare la propria differenza da una idea di mascolinità che è stata già costruita in anticipo in maniera negativa.  In tal senso i mostri di Colleferro offrono l’iconografia perfetta. Rappresentano qualcosa – ancora una volta – di così mostruosamente lontano da noi che non ci tocca mai direttamente.

E invece va detto chiaramente: la mascolinità è una ideologia sociale che attraversa tutta la realtà del nostro vivere civile, e che non necessariamente passa per cazzotti e risse da bar. Non è importante che in quanto uomini (ma anche donne) ne siamo complici o testimoni silenziosi. Qui non si tratta tanto di marcare un'accusa agli uomini in quanto uomini – i maschi bianchi etero e cisgender di cui oggi si discute estesamente. Né di immaginare la mascolinità come un ideale normativo a cui tutti i maschi inevitabilmente si conformano strategicamente per recuperare la propria posizione di privilegio all’interno delle relazioni tra genere. 

 

Il ribaltamento da effettuare è quello di analizzare la mascolinità come conseguenza di determinate formazioni ideologiche, come un modo di pensiero prodotto da specifiche pratiche individuali e collettive, piuttosto che un insieme di tratti che appartengono al maschile. In tal modo, forse, capiremmo che i mostri di Colleferro sono più simili a noi di quel che si pensi. Sono i figli degenerati di quel racconto che vede la mascolinità come un progetto virile ed eroico di affermazione nello spazio pubblico. Non importa che questo spazio pubblico sia il territorio del proprio quartiere, il consiglio di amministrazione di una multinazionale, lo scranno della politica, o una cattedra universitaria: quello che è comune è che l’arena pubblica è il posto che i maschi devono colonizzare, occupare, conquistare e controllare. È il luogo dove gli uomini arrivano ad essere uomini. Questa narrativa dell’uomo cacciatore, soggetto al rigore e ai pericoli del mondo selvaggio, lontano dal conforto del femminile domestico, e che sopporta queste sfide per salvaguardare il benessere della sua famiglia mantiene una sua coerenza in numerosi contesti sociali, anche i più diversi tra loro.

 

Proteggi la famiglia è il tatuaggio scolpito sull’addominale di uno dei fratelli Bianchi. E d’altronde, come spiega il padre di Mario Pincarelli, un altro dei ragazzi del massacro, “mio figlio è in carcere perché ha aiutato gli amici. […] Se qualche volta fa a botte, è sempre per difendere gli amici deboli”. La cultura discorsiva del mascolinismo chiede un investimento intensivo da parte dei suoi membri che va ad esclusione e a detrimento di altri aspetti e valori della vita. È evidente che non tutti gli uomini sono a proprio agio con questa cultura mascolina, così come ci sono tante donne che arrivano a adeguarvisi. Ma se ragioniamo solo in termini di responsabilità individuali, finiamo per perdere di vista il fatto che nessuno di noi è mai completamente libero di scegliere: se il genere è una prassi sociale, ogni persona assume quei modi di essere e quelle narrative che sono prontamente disponibili, e che gli permettono di ottenere un senso autentico di sé come identità sessualizzata.

 

Il progetto eroico della mascolinità è la radice che accomuna tutti noi uomini ai mostri di Colleferro. E ci accomuna non perché siamo maschi come loro, ma perché come loro viviamo in un contesto in cui si è esortati a investire su se stessi per affermarsi sugli altri, a rinforzarsi per sopravvivere entro un clima di competizione estesa, a lottare per salvaguardare i propri diritti di proprietà, la propria famiglia, il proprio spazio privato. Come la filosofa Wendy Brown denuncia con forza nel suo ultimo libro In the Ruins of Neoliberalism, questo tribalismo di ritorno, questo attaccamento esasperato alla comunità, alla famiglia, alla proprietà, alla bianchezza (e alla mascolinità) è perfettamente funzionale a un modello di soggettività che fa della prestazione un dovere e del godimento un imperativo. Un ideale di cui, come uomini e donne, siamo vittime e responsabili allo stesso tempo.  

E dunque se mettiamo da parte per un attimo la tentazione di guardare al mostro come la creatura che viene da un altro mondo, scopriremmo che anche i criminali di Colleferro sono solo i figli degenerati dell’etica dei nostri tempi, gli ingranaggi impazziti di quello stesso meccanismo sociale in cui siamo invischiati tutti e tutte, e che esalta continuamente la lotta, la forza, il vigore, il successo virile. Non dovrebbe stupire che, in un tale contesto, persino il gangsterismo possa essere semplicemente un progetto di affermazione maschile come un altro. 

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