I tempi del comico

 

Il testo di Walter Fontana che qui pubblichiamo è stato pronunciato il 12 aprile 2018 nel corso della tavola rotonda "La comicità dei copioni", organizzata presso la IULM di Milano da "Il senso del ridicolo" in collaborazione con SIAE. Il titolo “La comicità dei copioni" vuole sottolineare quell'intreccio fra comicità e lavoro creativo che è tornato prepotentemente al centro della discussione con l'avvento del web. Twitter ci ha resi davvero tutti più spiritosi? Come si concilia la dimensione partecipativa della rete con l'idea di autorialità? È possibile pensare di dare vita a un'idea comica originale in un contesto come questo? Le relazioni presentate saranno disponibili in un apposito e-book scaricabile gratuitamente, in formato pdf, sul sito del festival, a partire dal 28 settembre. 


Avendo scritto molti sketch per Mai dire gol, posso dire che in televisione il cappio è avere due minuti e mezzo a disposizione e dover far ridere subito. E molto presto capisci che la battuta, alla fine, non è così importante. Almeno per me.

Le battute belle, quasi sempre, si appoggiano a qualcosa. Le cose che funzionano di più sono molto legate alla personalità dell'interprete, all'ambiente, al taglio del personaggio. Se la domenica pomeriggio, poniamo, l'arbitro ha fischiato un rigore a favore della Juventus, il lunedì mattina ci saranno già migliaia di battute: alcune belle (poche), molte brutte, ma comunque tantissime. E se io dovessi andare in onda il lunedì sera, sarei l'ultimo ad arrivare sull'argomento. Ma se la battuta è pronunciata da un personaggio che ha un taglio, un carattere, una personalità, qualsiasi cosa io scriva "passa" da quella voce lì: questo è l'importante.

 

In termini più generali, si potrebbe dire che la trama è la base della comicità. La battuta sta alla trama come il fiore sta alla pianta. Non è un caso che la battuta riconosciuta universalmente come la migliore di tutta la storia di tutto il cinema comico, la più divertente, la più famosa... non è una battuta. È una frase di assoluto buonsenso: «Nessuno è perfetto». Questa frase, alla fine di A qualcuno piace caldo, fa così ridere perché viene dopo un'ora e quaranta di trama meravigliosa, con personaggi indimenticabili; e tutto porta a quella battuta – che non è una battuta di per sé, ma lo diventa perché ha dietro tutto questo.

 

 

Ora, questo è un esempio enorme, però credo che, anche nel nostro piccolo, si debba cercare di raccontare qualcosa. Proprio perché, come diceva Pietro Galeotti, bisogna essere sempre i primi, ormai tutti sono i primi. Il tempo, secondo me, è diventato meno importante. Se hai un carattere, la cosa che hai da dire è eterna. Pensiamo ad Altan: le sue vignette non sono "copiabili" perché dipendono al 98% da lui, dal suo "essere Altan" – i suoi personaggi, il suo disegno – e solo al 2% da quella particolare battuta, che magari non è nemmeno una battuta. Allo stesso modo, se hai creato un personaggio, che tu lo voglia utilizzare in uno sketch di due minuti o per un film intero, è importante che tu gli dia una base solida. Oggi esiste ormai una sorta di "stampino" per battute, un canone che si ripete: c'è chi lo interpreta benissimo, chi male, però è difficile trovare il colpo di genio. Ce ne sono, ovviamente, ma in genere chi ha il colpo di genio ti fa molto ridere perché sa unire mondi diversi, riesce a farti ridere per una cosa che prima non esisteva.

 

Charlie Chaplin e Harry Myers in "Luci della città".


Plagi d'alto livello: Brecht e Chaplin 

 

C'è una sorta di "patologia" da parte degli autori comici nella ricerca dei "furti": "Tu hai copiato quello, tu hai detto quell'altro"... Ma la personalità dell'autore è altra cosa rispetto alla semplice copiatura. Ecco un esempio. Nel 1931, Chaplin realizza Luci della città, nel quale interpreta il solito vagabondo, il gatto randagio che vive d'espedienti. Una sera incontra un milionario che, quando è ubriaco, lo tratta come un vero e proprio fratello, lo ospita nella sua villa meravigliosa, eccetera; mentre alla mattina, tornato sobrio, vede Chaplin che gozzoviglia e lo caccia fuori a calci. La sera dopo, tornato ubriaco, incontra di nuovo Chaplin, che fa il gesto di scappare... e lui invece lo riconosce, lo abbraccia. È una gag che fa molto ridere, che ha fatto epoca, una tra le mille di quel film. Passano dieci anni. Nel 1941, Bertolt Brecht scrive la commedia Il signor Puntila e il suo servo Matti. Puntila è il grasso e lustro borghese del teatro brechtiano, che ha al proprio servizio un autista, Matti, un proletario. Quando Puntila è ubriaco, è amicissimo del proletario e vuole addirittura dargli in moglie la propria figlia, fidanzata con uno ricco ma assolutamente cretino; quando non è ubriaco, invece, mostra la sua faccia feroce, diventa cinico, odia tutti, eccetera... Insomma, è la stessa situazione di Luci della città. Brecht era un grandissimo ammiratore di Chaplin, lo considerava una specie di sintesi meravigliosa fra comicità e critica sociale, e gli ha "preso" questa trovata; ma la personalità di Brecht è talmente forte da tirarne fuori effettivamente un'altra cosa. 

 

Questo vi può far capire quanto sia importante distinguere, come dicevo prima, il fiore dalla pianta: la battuta, la gag visiva, è soltanto l'ultima propaggine della situazione, della trama che l'ha fatta nascere. Quando hai la capacità di raccontare una storia, di mettere in scena qualcosa con una personalità così forte, la battuta o la trovata contano fino a un certo punto. Poi è chiaro che c'è buona fede e malafede – noi tifiamo tutti per la buona fede e per l'originalità, ovviamente!

 

Incredibili coincidenze: Allen e Marchesi

 

Ci sono pretese di originalità impossibili da soddisfare. Esistono casi incredibili – incredibili! – di coincidenze, per cui due autori fanno la stessa battuta senza rendersene conto. 1977: un anno prima di morire, Marcello Marchesi pubblica il suo ultimo libro, intitolato Sette zie. Nello stesso anno esce anche Io e Annie, famosissimo film di Woody Allen, vincitore di quattro Oscar, dove a un certo punto il sesso viene definito «la cosa più divertente che ho fatto senza ridere». Ebbene, la stessa battuta compare nel libro di Marchesi. Ora, è difficile pensare ad Allen che legge in bozze il romanzo Sette zie di Marchesi; così come è difficile immaginare Marchesi che si mette a spiare Allen mentre scrive con Marshall Brickman la sceneggiatura di Io e Annie. Evidentemente, hanno fatto la stessa battuta nello stesso anno (probabilmente Marchesi leggermente prima). Questo per dire che esistono anche talenti comici che, frugando nello stesso argomento, mettendo insieme le stesse cose, arrivano miracolosamente a un risultato identico. 

 

 

Crisi da sovrapproduzione

 

Tutti i mondi creativi soffrono quando c'è una sovrapproduzione di cose tutte uguali. Quando una cosa funziona qualcuno tende a rifarla, e questa è la morte di qualunque forma di espressione. Viviamo di repliche e di remake: questo provoca un senso di strangolamento che non riguarda solo il mondo della comicità. Faccio un esempio. Quando sono entrato in pubblicità, più o meno alla fine degli anni Ottanta, il clima era proprio questo. Si avvertiva il senso del "troppo": in troppi volevano fare pubblicità, gli spot erano ovunque... In più, erano finiti i soldi – ho beccato l'onda sbagliata – e, soprattutto, era finito il periodo delle sperimentazioni. Ancora oggi, quando si vedono i "Caroselli" degli anni Sessanta, percepisci un'aria di simpaticissima follia, di libertà assoluta. Forse anche perché dovevi pensare un'intera scenetta di due minuti nella quale, per legge, non potevi nominare il prodotto – per quello c'era il "codino" di trenta secondi: il pubblico italiano non poteva essere "indottrinato" al consumo "come gli americani"... Senza contare che nei "Caroselli" c'erano dei fenomeni: Tognazzi, Vianello, Mondaini, Cervi, tanti grandi e grandissimi interpreti (e anche grandissimi autori, fra cui lo stesso Marchesi) che accettavano di fare pubblicità.

 

Mi sembra che stia accadendo un po' la stessa cosa con la comicità oggi. Credo che questa sorta di "coazione a ripetere" nel fare battute sia un fatto patologico: dico tre cose, anche ciniche e brutte, sulla guerra in Siria perché devo farlo. Ma non è necessario, nessuno te lo chiede. È un'onda così, forse inarrestabile. Sarebbe come dire di porre un freno alle scarpe brutte: sono troppe, non si può. La soluzione, alla fine, può essere la selezione. Si tratta appunto di scegliere la perla, che c'è; ma per darle valore devi "tacere" per un certo periodo di tempo e, semmai, costruirle intorno un discorso comico. 

Dirò di più: non esiste "La Comicità", esiste un modo di raccontare. Tutte le grandi opere, anche le più tragiche, se raccontate da grandi autori, hanno un risvolto comico; così come le grandi opere comiche spesso non sono solo comiche. Siamo sempre lì, dipende da che cosa stai raccontando e con che lingua... Questa è forse l'unica, minuscola zattera, per uscire vivi da questa ondata di battute fatte con lo stampino.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO