Il massacro della Val Bormida

“La discarica della Riccoboni e il Valico sono progetti che mettono a repentaglio la vita dei cittadini”, dice Eugenio Spineto del movimento No terzo valico. E sebbene nell’arrivare in Val Bormida mi fossi ripromesso di raccontare il continuo e imperterrito depredare e massacrare un territorio martoriato dall'Acna, che ha consegnato a questa area il triste primato di area più inquinata d'Europa, subito mi rendo conto che non è affatto semplice parlarne o scriverne senza far cenno all’attualità delle lotte. 

 

I fatti possono essere riassunti così, mi racconta Luca Tiraboschi. La Riccoboni, multinazionale impegnata nello smaltimento dei rifiuti, chiede di realizzare una discarica di rifiuti “non pericolosi” nell'area di Cascina Borio, in località Sezzadio, utilizzando uno spazio all'interno di una cava dismessa. Una discarica da un milione e trecentomila metri cubi di rifiuti contenenti metalli pesanti in un'area sotto la quale corre la falda che alimenta gli acquedotti che riforniscono cinquantamila valligiani. 

 

E come se non bastasse, il Cociv, il consorzio nato nel 1991 per la progettazione e la costruzione della linea ferroviaria ad Alta Velocità Tortona-Novi Ligure-Genova, ha chiesto che la ditta Bioinerti possa scaricare nella cava di Cascina Borio seicentosessantaseimila metri cubi di detriti provenienti dalla lavorazione del Terzo valico. Nel frattempo una retata ha portato in carcere per tangenti i vertici del consorzio e la scoperta di alte percentuali di amianto nelle rocce ha rallentato le escavazioni.

 

E così, data la disponibilità dei rappresentanti del movimento, chiedo a Luca di raccontarmi la storia del massacro della Val Bormida, la storia della fabbrica Acna, nata a Cengio nel 1882, col nome di Dinamitificio Barnieri, e cresciuta nei primi anni del novecento, dice Luca. 

 

Fin da subito l’Acna colora di ruggine il fiume Bormida. Nel 1912 produce 750 tonnellate di dinamite, buona parte delle quali scaricate sulla popolazione libica nella omonima campagna coloniale. E alla grande espansione corrisponde la grande carneficina, la Prima guerra mondiale. È all’Acna di Cengio che si fabbricano acido nitrico, fenolo, tritolo, acido picrico, balistite. Poi, nel dopoguerra, coloranti e intermedi. 

Nel 1916 dall’impianto di acido picrico si scaricano nel fiume cinquanta metri cubi al giorno di acque di lavorazione. L’inquinamento si estende per settanta chilometri a valle della fabbrica. La certezza dell’inquinamento causato dalle produzioni Acna emerge fin dal 1950.

Ma è dai primi del novecento che il cancro alla vescica è considerata malattia professionale per chi lavora i derivati dell’anilina. 

 

I contadini la guardano crescere quella fabbrica, racconta Antonio. Un miracolo. Ciminiere più alte del campanile. Lì la terra costa un niente. E poi in quelle campagne la gente è abituata a lavorare duro e a chiedere poco. Per quei contadini il turno in fabbrica è una passeggiata se confrontato alla porca terra. Il salario a fine mese è un grande passo avanti, invece delle incertezze del lavoro contadino. Così, anche quando il liquame d’avanzo finisce nel Bormida, nei primi tempi non si preoccupano. E nemmeno li preoccupano quelle ciminiere che buttano fumo acre e nero giorno e notte. Però li fuori tutto è ricoperto da una polvere grigia e quella brutta nebbia finisce ben presto col generare apprensione. Le bestie non mangiano più volentieri. E frutta e verdura sono avvelenate. E l’acqua. Le donne i panni devono andare a lavarli da un’altra parte. E arrivano le prime denunce che fanno chiudere i pozzi e gli acquedotti inquinati. Nel 1938 seicento contadini citano l’Acna per danni.

 

Gli operai si tengono d’occhio a vicenda e, racconta Luca, quando vedono che a un compagno le labbra diventano viola danno l’allarme e lo portano in infermeria. E a fine turno si fanno la doccia per togliersi di dosso l’acido e ripulire la pelle di colore giallo, quel giallo delle polveri che entrano dappertutto, nel naso e nelle orecchie, in bocca, e che quando mangiano dà al cibo lo stesso sapore della fabbrica. Gli operai la chiamano la fabbrica dei colori.

E a quelli che lavorano nei reparti pericolosi l’azienda riconosce l’indennità “penosa” e però gliela riconosce nel 1949, al termine di uno sciopero, che è meglio pagare l’indennità piuttosto di adeguare gli impianti. La impareranno a conoscere gli operai quella che si chiama “monetizzazione del rischio”. I vecchi la chiamano l’indennità morte.

 

 

Perché l’indennità non te lo risparmia il tumore, racconta Luca che ha perso per malattia il padre e lo zio, entrambi operai della fabbrica, e un giorno cominci a pisciare sangue e allora vai dal medico e ti danno qualche mese di vita. L’Acna porta a termine in segreto rilievi medici e su duecentodue operai controllati appena novantacinque sono in condizioni normali, gli altri soffrono di lesioni e forme tumorali; e su novecento operai più di cinquecento prendono l’indennità penosa, l’indennità nociva e disagiata, e una ragione dovrà pure esserci. 

Nel 1960 Cgil e Inca Savona promuovo una indagine sulla condizione operaia in Acna.

“Nel reparto riduzioni, uno dei più vecchi della fabbrica, quasi tutti gli operai percepiscono l’indennità ‘penosa, nociva, disagiata’ e sono segnalati casi di cancro alla vescica. I prodotti lavorati nel reparto sono molto nocivi”. 

 

Per non dire dell’arretratezza degli impianti, evidenziata dai numerosi incidenti. Nel 1909 un’esplosione causa nove morti; nel 1939 uccide cinque operai; due nel 1950.

In Un giorno di fuoco, del 1963, Giuseppe Fenoglio scrive: “Hai mai visto il Bormida. Ha l’acqua colore del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna.” 

Nel 1974 si apre un procedimento penale contro i dirigenti della fabbrica che si risolve con l’assoluzione di tutti quattro anni più tardi. E nel maggio del 1979 una esplosione nel reparto cloruro di alluminio causa due morti. 

 

E poi le infruttuose battaglie contadine contro l’Acna. Quella del 1922 quando marciano verso Cengio, forconi in mano, coi carabinieri a fermarli. Quella del 1956, quando sessanta di loro sono arrestati perché protestano contro l’inquinamento del fiume. E quella del 1964, quando sono arrestati in una trentina perché si rifiutano di pagare le tasse per protesta contro la devastazione prodotta da Acna.

Tutto questo mentre il servizio idrografico dichiara, su invito dell’Acna, “è escluso definitivamente che le acque provochino danni all’agricoltura.”

Esiste un calcolo dietro queste menzogne, ed è raccontato da Nuto Revelli in Il mondo dei vinti: “Nel breve arco di un decennio l’industria ha distribuito nel cuneese un diffuso benessere, ha favorito l’esodo sacrosanto dalle zone più depresse. Ma ha preteso e pretende contropartite enormi. L’industria umilia e spreme il mondo contadino. Nella Valle Bormida il fiume inquinato dalle industrie di Cengio è una serpe di melma schifosa che avvelena l’ambiente. Il ricatto dei padroni è crudele: ‘Volete i figli in fabbrica. E allora godetevi il veleno’.”

 

Il pericolo Acna, nonostante le mendaci dichiarazioni di dirigenti e responsabili pubblici, emerge da una lettera del presidente De Mattia all’Enichem del 1992, con preghiera di distruzione dopo visione, nella quale ammette “l’imminente pericolo che possa essere accertata la presenza di diossina nella produzione di ftalocianina.”

Una vicenda, quella di Acna, che racconta la storia del Paese e si aggomitola lungo tutto il novecento concludendosi nel 1999, quando è ufficialmente chiusa con la nomina di Stefano Leoni a Commissario per la bonifica.

Nel 2009 la Commissione europea apre una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per mancato rispetto della normativa ambientale. E gli allarmi da allora non cessano. Il sarcofago nel quale sono tombati i rifiuti pericolosi non tiene e intanto fioccano proposte di riutilizzo dell’area. 

Fin quando, a maggio 2016, l'Arpal monitora l’area e pubblica una relazione in cui è dimostrato come l'inquinamento dopo decenni sia ancora ben presente, con sostanze tossiche altamente cancerogene.

E d’altronde lo aveva dichiarato perfino l’ex Commissario Leoni alla Gazzetta d’Alba nel 2010, quando a Cengio fu annunciata la fine della bonifica. “Si celebra una cosa che non è terminata. Chi prende scorciatoie scherza col fuoco. La messa in sicurezza della zona A1 non è terminata.”

 

E così Eni, tramite la consociata Syndial, annuncia di essere disponibile a sottoporre l’area ex Acna al Via (Valutazione di impatto ambientale), come se non fossero trascorsi quasi vent’anni dalla chiusura della fabbrica, come se nel 2010 due presidenti di regione e un ministro non avessero dichiarato che la bonifica era terminata.

La conferma della Valutazione di impatto ambientale risale a metà agosto dell’anno passato, suffragata dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galetti. In pratica il Governo si augura in questo modo l’archiviazione della procedura di infrazione europea e le conseguenti gravi sanzioni.

Per quanto, come chiosa Leoni, “Fare un Via su opere già realizzate non ha molto senso. La valutazione andava fatta prima in modo da potere correggere eventuali errori. Spero non emergano problemi. Se si riscontrassero difetti nelle opere realizzate sarebbe come ricostruire una casa già realizzata.”

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