Il più grande archivio di pornografia

Sexual Representation Collection

Patrick Keilty è professore associato alla Faculty of Information dell’Università di Toronto, e direttore della Sexual Representation Collection, il più grande archivio di pornografia in Canada, la cui collezione comprende circa “tremila videocassette e DVD, mille riviste, cinquecento romanzi, centinaia di diapositive a 35mm, di film e cassette a 8mm,  documenti personali e legali, report, prodotti artistici, oggetti erotici e pezzi unici databili dagli anni Cinquanta a oggi”, oltre a materiale riguardante le leggi canadesi sulla rappresentazione del sesso. Avrei dovuto incontrare Patrick allo University College, dove è ubicata la collezione, ma la pandemia in corso ce lo ha impedito, e dunque questa conversazione ha avuto luogo su Zoom. 

 

MALVESTIO: Per cominciare, potresti darci qualche dettaglio sulla collezione, sulle aree che copre e sui suoi scopi? Qual è la sua storia? 

 

KEILTY: Dunque, negli anni Ottanta Brian Connor, che era docente di Physical Education all’Università di Toronto, aveva cominciato a scrivere il suo secondo libro, che riguardava la rappresentazione della mascolinità nell’industria porno gay, e dunque aveva cominciato a collezionare porno gay prodotti in Messico, USA e Canada. Durante gli anni Novanta Connor si ammalò gravemente, cosa che gli impedì di completare il libro, ma dal momento che la sua collezione era tanto esaustiva e di valore, si impegnò affinché fosse preservata all’Università di Toronto. Prima che la malattia peggiorasse e che fosse costretto a cedere l’impegno ai colleghi aveva discusso con un amico, che a sua volta stava andando in pensione da produttore presso la CBC [Canadian Broadcasting Company], e che negli anni si era occupato di educazione sessuale, leggi sull’oscenità, sex work e pornografia. Decisero di unire le loro collezioni, una di un produttore radiofonico e l’altra di un professore universitario, e quella fu la base della collezione per come è ora. 

L’Università di Toronto all’inizio non voleva accettare la collezione, non penso che ne cogliessero il valore – complice il fatto che l’Università non aveva ancora, all’epoca, un Dipartimento di Cinema. L’accettarono con riluttanza dopo un po’ di mediazioni di professori, e fu allocata alla Faculty of Kinesiology, prima di essere conservata alla Faculty of Criminology. La ragione per quella sede sta nel fatto che quando Brian si ammalò il direttore dell’archivio divenne Mariana Valverde, che era docente a Criminology. Successivamente il neonato Center for Sexual Diversity Studies, che è in pratica il programma di studi LGBT dell’Università, decise di amministrare la collezione, in modo da garantirne la stabilità istituzionale, e dal momento che il centro ha sede allo University College, la collezione è ospitata lì. Prima che mi chiedessero di dirigerla, la collezione era seguita da un dottorando di storia. Nel frattempo si è aggiunto alla collezione del materiale nuovo, prevalentemente porno femminista, queer e kink, che al momento costituisce la maggior parte della nostra collezione. Ma negli anni abbiamo anche avuto donazioni da sex shop e da importanti fotografe, filmmaker e produttrici femministe. 

 

M: Nell’articolo su Porn Studies in cui descrivi la collezione, la definisci come un contro-archivio, una forma di sopravvivenza queer. Io non ho avuto modo di vedere la collezione di persona, ma ho l’impressione, che mi confermi, che consista molto più di porno queer che di porno mainstream, e mi chiedo se è un caso o se è una scelta deliberata. È possibile che i pornografi queer siano più consci del loro lavoro e dell’importanza di preservarlo? 

 

K: Non penso che i pornografi queer siano in alcun modo più attenti dell’industria del porno mainstream nel preservare la loro storia. La ragione per cui la collezione ha un orientamento queer è perché è gestita dal Center for Sexual Diversity Studies. Il che non significa che non accettiamo porno etero, anzi; ma è solo una frazione di quello che abbiamo. Va detto anche che la comunità queer è diversa da altre nel modo in cui preserva i propri archivi, anche da quella gay. Non credo che i pornografi si preoccupino di preservare la propria storia, ma c’è senz’altro una più ampia comunità queer che ritiene queste storie importanti. La storia del porno viene conservata in due modi: o da parte di fan che conservano la collezione in garage o in qualche stanza vuota della casa; o perché ci sono storici del cinema che raccolgono materiale. Quello che facciamo noi è identificare questi storici e offrire loro uno spazio per conservare le loro fonti primarie – e sono felice se trovano qualsiasi spazio per farlo, non deve essere per forza con noi, non sto cercando di costruire un archivio esaustivo. Ma se non riescono a trovare qualcuno che conservi il loro materiale, lo faremo noi. 

 

M: E per quel che riguarda le difficoltà di preservare la collezione? Perché ho l’impressione che anche se fa parte dell’Università di Toronto e del suo sistema bibliotecario abbia in realtà uno status diverso. 

 

K: Da quando ho scritto quell’articolo ci sono stati alcuni sviluppi su quel fronte, ma devo correggerti: siamo completamente autonomi dal sistema bibliotecario dell’Università di Toronto. Quando la collezione fu donata all’Università si assicurarono che non fosse parte del sistema bibliotecario e che fosse amministrata dal Centro. Il Centro è l’equivalente, per dire, del Department of Italian Studies se avesse un archivio. Ciononostante, abbiamo ricevuto il permesso di utilizzare il deposito esterno del sistema bibliotecario, che ha un dispositivo di controllo ambientale, il che ci aiuta enormemente con la conservazione del materiale. La settimana scorsa ci è stato dato il permesso di conservare i nostri file digitali nel contesto più ampio della strategia di preservazione digitale dell’Università. Siamo fortunati di trovarci presso un’istituzione come l’Università di Toronto che ha queste risorse ed è disposta ad aiutarci anche se non siamo ufficialmente parte del sistema bibliotecario, il che ci mette in una posizione unica. La maggior parte delle università non ha questo tipo di risorse. 

 

M: Questo mi porta alla mia prossima domanda. Stiamo naturalmente parlando di materiale prodotto nel passato, negli anni Settanta-Ottanta…

 

K: Abbiamo materiale dal 1953 a oggi. 

 

M: …ma naturalmente oggi il principale strumento di accesso al porno è internet. Qual è il futuro di una collezione simile nell’era del porno online? E, più interessante ancora, nell’era delle digital humanities? Avete mai pensato di digitalizzare la collezione?

 

K: Sì, in effetti stiamo cominciando a digitalizzarla. Abbiamo acquistato di recente la tecnologia per digitalizzare i VHS, e cominceremo presto. Coi materiali a stampa abbiamo già cominciato, e ora sono in un formato che dovrebbe essere garantito per almeno cinquant’anni. Il Centro di solito impiega un paio di studenti l’anno a questo scopo. Per quel che riguarda la preservazione del porno online, il nostro scopo (e quello di nessuna biblioteca) non dovrebbe essere di archiviare l’Internet. Quello è un lavoro semmai per l’Internet Archive, e so che stanno battendo le pagine di produttori pornografici. Quello che possiamo fare è aiutarli a rendere disponibili materiali che sono di dominio pubblico, ma se non lo sono possiamo solo fornirne una copia per la ricerca. Se uno studioso in Italia ha bisogno della copia di un certo film, può scriverci e noi possiamo procurargliela, il che taglia notevolmente gli aspetti finanziari. Una delle ragioni per cui la storia del porno è così poco studiata sta anche nel costo delle sue fonti, che si aggiunge ai normali ostacoli finanziari della ricerca, come visitare un archivio o andare in missione. Rendendo disponibili copie digitali, speriamo di poter aiutare i ricercatori, ma non possiamo rendere pubblico quanto già non lo è. 

 

M: Ho un altro paio di questioni circa la relazione tra forme tradizionali di pornografia e il porno online, e la principale è questa: qual è il futuro di supporti come le riviste o i DVD nell’era del porno online? Anche con una conoscenza molto superficiale della comunità queer di Toronto (sono qui solo da qualche mese), noto una forte presenza di fanzine, di giornali; ma mi sembra, per così dire, che abbiano la stessa relazione col porno mainstream che il vinile ha con la musica. 

 

K: So che un sacco di siti porn-tube hanno molto porno vintage che vi viene caricato da fan in possesso delle copie fisiche delle opere e degli strumenti per digitalizzarle, ma di solito sono eliminati abbastanza presto per questioni di copyright. Più in generale, ci sono molti consumatori che preferiscono il porno del passato, che ci permette di tracciare retaggi e influenze che hanno un peso sul porno di oggi. Questo per il porno queer significa tornare indietro agli sviluppi post-AIDS, che implicano inevitabilmente e inestricabilmente anche sviluppi tecnologici nella produzione di film e video. Il modo in cui l’industria del porno si è sviluppata (e quella queer in particolare) ha sempre a che fare con determinati momenti storici, in un modo che ci permette di capire meglio quello che guardiamo oggi, le ragioni per cui una certa estetica o messa in scena o formato narrativo o forme tecniche di distribuzione esistono nel modo in cui esistono. Anche se oggi i consumatori usano il porno online senza alcuna conoscenza di tutto questo, queste storie ci permettono di capire cosa ha dato origine a certe politiche, e perché consumiamo il porno come facciamo. 

 

M: Ecco, questa è una delle cose che trovo più interessanti dei porn studies. Quella che si tende a ritenere una forma di espressione priva di sforzo artistico o anche solo di riflessione e autocoscienza è in realtà qualcosa di profondamente mediato e in cui le idee e gli interessi dei singoli direttori hanno un peso importante. Ora, tu hai scritto molto sulla materialità della pornografia, su come il consumo di porno online sia di fatto un’esperienza multisensoriale, immersiva. Mi chiedo, cosa cambia, in termini di esperienza del consumatore, tra prodotti come DVD, VHS e riviste, e il porno online?

 

K: Cambia molto. È una forma di esperienza e di relazione col sesso completamente diversa. È anche un modo diverso in cui le forme di produzione economica arrivano a strutturare il sesso. Anche se non saremo mai in grado di ricreare cosa voleva dire fare sesso nel passato, certe specificità materiali del piacere possono fornire una prova storica che ci può aiutare ad avvicinarci. Non c’è modo di sapere cosa voleva dire masturbarsi su un porno gay in VHS durante un’epidemia di AIDS, ma possiamo guardare quei video oggi sapendo che quell’epidemia stava avendo luogo, e qualsiasi reazione, anche un orgasmo, può costituire una prova di quello che il sesso significava allora. Occorre farsi un’idea di cosa vuol dire riavvolgere e accelerare una pellicola – cosa che devo effettivamente spiegare ai nostri studenti più giovani. Se è molto che non lo si fa, si tende a dimenticare la lentezza di questa esperienza, e che tipo di ritmi, ritardi e differimenti del piacere sono insiti in queste specificità materiali. Per me è importante che gli storici e gli studenti abbiano la possibilità di esplorare il sesso in queste specifiche forme. Ma forse sono andato fuori tema? 

 

Opera di Ryan Humphrey.


M: No, sei assolutamente in tema. Io ti avevo chiesto della materialità della pornografia… 

 

K: Certo. Produzione, consumo e pagamento sono completamente diversi ora…

 

M: Sì, in termini di consumo… So che è un concetto problematico, ma c’è questa idea, specialmente tra gli oppositori del porno, che la pornografia può causare dipendenza. E per quanto questo concetto sia di solito sostenuto da argomentazioni pseudoscientifiche, è vero del resto che c’è qualcosa che, almeno vagamente, si può definire dipendenza dal porno. 

 

K: Senz’altro. 

 

M: E pensi che la pornografia online possa spingere alla dipendenza più di altre forme tradizionali di porno?

 

K: No – ma facciamo un passo indietro, perché questo richiede qualche spiegazione. La dipendenza ha una sua specificità storica, è un contesto che nasce nel diciannovesimo secolo con un passaggio da una prospettiva morale a una medica. Quel passaggio è dovuto in parte all’ascesa del commercio globale, che portò a interpretare i corpi degli individui come qualcosa che poteva essere posseduto da sostanza estranee – non solo al corpo ma anche alla nazione. L’oppio, il tabacco, cose simili. È solo con uno sviluppo della nostra conoscenza delle relazioni sociali e chimiche che siamo arrivato a capire la dipendenza come qualcosa di connesso, non so, all’andare in palestra troppo spesso. È dipendenza tutto quello che facciamo in eccesso, no? Per cui penso sia importante capire che ‘dipendenza’ è una parola pesante, che è associata al colonialismo e a determinate pratiche mediche. 

Ciò detto, durante i dibattiti femministi sul porno degli anni Settanta e Ottanta, tra i vari argomenti proposti (tra cui che la pornografia è una forma di violenza contro le donne) c’era che il porno, in qualche modo, favorisce certe forme di comportamento, cosa per la quale non esistono prove scientifiche. Cionondimeno, penso che un focus sulla materialità della tecnologia possa aiutarci a vedere che è possibile creare contenuti con quel tipo di comportamento in mente. E l’industria del porno, come ogni altra industria di consumo, lo fa. Un libro che accoglie il termine ‘dipendenza’ in quel senso è Addition by Design di Natasha Dow Schüll (2012), in cui lei propone questa etnografia più che decennale del mondo del gioco d’azzardo. Usa quella parola conoscendone il peso, e la sola ragione per cui lo fa è che i suoi soggetti la usano per descrivere il modo in cui si sentono. Non sto cercando di normare la parola ‘dipendenza’, ma è difficile separare la nozione di causalità e quella di design. È un problema latouriano, e per Latour è facilmente risolvibile – con la sfortunata metafora della pistola: non è la pistola che fa sì che tu uccida qualcuno, ma il fatto che tu uccida qualcuno ha luogo sempre in una dinamica complessa tra il soggetto e l’oggetto che produce questo altro tipo di effetto. Vorrei dire che il modo di capire la nostra relazione col porno è questa co-produzione latouriana, e che essenzialmente non è il porno a causare una dipendenza, ma il fatto che ci sia chi progetta materiali con in mente l’idea della navigazione online e della sua ripetitività, e questo fa parte di una lunga tradizione di progettazione dello spazio del consumatore. Non è diverso da quello che avviene con IKEA, sono tutti spazi che creano dipendenza, ed è così che preferisco discutere di quello che accade. Le persone che creano questi siti sono pienamente consapevoli di cosa stanno facendo. 

 

M: La ragione dietro la mia domanda è che, quando si tratta di porno online, si ha sempre l’impressione di essere incastrati in questa ripetizione infinita di contenuti, e talvolta mi dico che le cose non starebbero così se stessi usando, non saprei, una rivista invece di una piattaforma online. 

 

K: Senz’altro il binge watching è qualcosa di cui siamo diventati sempre più consci, ma ci vuole poco per rendersi conto che non è niente di nuovo: basta guardare le vecchie cassette VHS per accorgersi che certi momenti dei film sono stato riavvolti e riguardati, riavvolti e riguardati. Forse una delle ragioni per cui non esiste una cultura materiale del porno non è perché alla gente non importa della sua conservazione, ma perché è tutto usurato [ride]. Molto di questo materiale è stato usato con passione. 

 

M: Una domanda più generale, ora: perché i porn studies sono rilevanti oggi?

 

K: Penso che la pornografia presenti un particolare paradosso nella nostra società: è centrale alla nostra cultura, e al tempo stesso situata al margine. È una delle più grandi industrie culturali e non è mai studiata. Penso che se si vogliono capire i limiti della società e anche rendersi conto di qualcosa che è completamente centrale ad essa non si possa trovare esempio migliore della pornografia. Non è solo un grosso business, ma parla da vicino di noi e di come siamo in grado di percepirci e di rapportarci col mondo. 

 

M: Si è portati a chiedersi, a volte, che rapporto ci sia tra il porno come spazio di rappresentazione e la vita reale (ammesso che esista, una vita reale). Come dici tu, è un grande business, è ovunque, ed è nascosto. Come si manifesta nel ‘mondo reale’?

 

K: Il porno è una fantasia, è un’imitazione della realtà e non la realtà. Uno dei grossi problemi è che la gente a volte si rivolge al porno per imparare qualcosa sul sesso, il che di solito è un grosso errore. Il fatto che lo facciano rappresenta uno dei fallimenti delle nostre istituzioni quando si tratta di insegnare il sesso, o semplicemente la porn literacy. Gli studios e i performers non pretendono di essere educatori o di creare fantasie per informare il pubblico. La gente chiede loro consigli sulla salute sessuale, quando invece sono tanto ignoranti quanto noi. Che ci sia chi confonde il porno con la realtà non è solo un problema di ignoranza estetica, ma anche un problema sanitario. 

 

M: Un’ultima domanda generale: in che misura il porno è ‘vero’? Qual è il rapporto tra pornografia e autenticità? Tendiamo a pensare al porno come a qualcosa che parte di noi sa essere invenzione, ma allo stesso tempo vi cerchiamo qualcosa di vero. In una fantasia di incesto, sappiamo benissimo che il patrigno e la figliastra non sono veramente parenti, ma allo stesso tempo quello di cui siamo in cerca non è semplice recitazione, ma una vera interazione fisica. 

 

K: Autenticità e verità non sono la stessa cosa…

 

M: Effettivamente.

 

K: Direi che quello che ci piace del porno è proprio che non è autentico. Vogliamo sospendere la realtà, ma anche avere l’impressione che sia reale. Il porno lo capisce bene quanto qualsiasi altra industria culturale. Il porno vuole decisamente che si provi eccitazione sessuale, vere sensazioni fisiche, ma non pretende di ritrarre qualcosa di nemmeno lontanamente paragonabile al modo in cui il sesso effettivamente ha luogo. Sappiamo che stiamo entrando in un patto che ci richiede di sospendere la nostra incredulità, e questa è la ragione per cui il porno funziona così bene, ma anche per cui fallisce così miseramente quando lo si sottopone al minimo peso intellettuale o tecnico. 

 

M: Cosa intendi? 

 

K: La produzione tecnica di un porno mira a farti sospendere la tua incredulità. L’approccio pornografico alla realizzazione di un film è molto diverso da un film normale. Le luci usate per illuminare i genitali, per esempio, non hanno nulla a che fare con quelle che useresti in un film normale. In un film normale verrebbero semplicemente giudicate scadenti. Mi sembra quasi che ci sia una maggiore volontà da parte del pubblico di sospendere la propria incredulità per un porno invece che per un film di Hollywood – il che la dice lunga sul nostro desiderio di intimità fisica. 

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Opera di Ryan Humphrey.