Dove siamo quando siamo su internet? 

16 Ottobre 2023

Dove siamo quando siamo su internet? Non è una domanda scontata, anche se è qualcosa a cui forse non pensiamo spesso, visto che siamo sempre su internet. Mentre sono seduto in poltrona e navigo, sono a casa mia e contemporaneamente sono altrove, in un mondo immateriale di connessioni e informazioni – “un altrove che però non sta da nessuna parte” (195), come scrive Valentina Tanni nel suo Exit reality, un saggio da poco uscito per Not che si occupa appunto di esplorare questo altrove che colonizza le nostre vite. Internet fa parte della mia esperienza del mondo praticamente dal primo momento in cui ho cominciato ad affacciarmi all’età adulta: se già quando ero bambino avevamo a disposizione a casa un computer con accesso a internet, dagli undici anni in poi ne ho avuto uno in esclusiva, in camera mia: una finestra che si spalancava su luoghi e incontri di cui nemmeno sospettavo l’esistenza. Oggi è talmente ovvio il fatto di dipendere dalla rete che fa specie pensare che c’è stato un tempo prima di internet, o anche semplicemente che internet non ha avuto sempre l’ubiquità che ha ora. Per il me di oggi, che ogni pochi minuti apre il cellulare e va a vedere cosa succede su una delle molte app social installate, è quasi inconcepibile pensare  che una volta questo sarebbe stato possibile solo attraverso un computer fisso, o che per andare da un posto all’altro non ho avuto a disposizione, per larga parte della mia vita, Google Maps. Nelle pagine di apertura del libro, Tanni rende conto di questo: “la quantità di tempo che ho trascorso online è incalcolabile: su internet ho studiato, scritto, giocato e parlato; ho costruito amicizie, ho visto comunità formarsi e disgregarsi, fenomeni e linguaggi nascere e mutare, ma soprattutto ho imparato ad apprezzare la vertiginosa diversità delle espressioni umane” (10). Anche se quello di Tanni è un saggio teorico e non autobiografico, quando si parla di questi argomenti partire da considerazioni simili è quasi inevitabile, perché quantifica l’importanza di internet nelle nostre vite a fronte della sua immaterialità. 

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Exit reality va a toccare alcuni degli aspetti più peculiari e di nicchia dell’internet contemporaneo: la vaporwave come stile musicale e come estetica; la stimolazione sonora e visiva dei video ASMR e ambience; l’horror digitale di creepypasta e backrooms; la meme magic e il reality shifting; e l’estetica della stranezza di weirdcore e affini. Dico di nicchia, naturalmente, ma non è davvero così, sono fenomeni di nicchia solo nella misura in cui non sono un patrimonio condiviso da tutti, ma le persone che se ne interessano sono nel numero dei milioni. Questi fenomeni, secondo Tanni, sono “un insieme di esperimenti – disordinati, caotici, sincretici – accomunati da un obiettivo: trovare nuovi modi di rapportarsi con il concetto di realtà. Di ciò che chiamiamo ‘reale’, infatti, testano continuamente i confini, mescolando scienza e magia, narrativa e tecnologia, gioco e rituale” (14-15). Se senz’altro buona parte di noi usa internet per evadere, per essere altrove, non c’è solo questo: in questi fenomeni di internet si nasconde semmai il bisogno “di nuovi strumenti per rapportarsi con una realtà che sembra non possedere più caratteri di stabilità e permanenza. Una realtà che fatichiamo sempre più a distinguere dalla finzione, che spesso nasce già finzionale, e che ci appare ogni giorno più incontrollabile” (164).

Finora ho usato la parola “fenomeni” per descrivere quello di cui parla Tanni – un termine la cui vaghezza è giustificata dalla varietà degli argomenti che tratta, e che solo con fatica si possono ricondurre a dei media tradizionali. La vaporwave, per esempio, è un genere musicale concepito e diffuso su internet, che trae la sua cifra distintiva dall’esperienza di essere online, e che (nell’uso di sample ripetuti fino allo sfinimento) produce una critica al mondo del capitalismo digitale. Allo stesso tempo, la vaporwave è anche un’estetica che si accresce in virtù della sua immediata replicabilità, e dunque delle continue variazioni che possono venirne fatte dalla comunità degli utenti. Se uno dei primi esempi di estetica vaporwave, insomma, è la copertina del disco Floral Shoppe di Macintosh Plus, col suo rosa acceso, il busto greco, e lo skyline di New York preso da una vecchia pubblicità della Fuji, noi la conosciamo invece probabilmente grazie a una delle innumerevoli immagini analoghe che circolano sui social media. Allo stesso modo, i creepypasta hanno una forma prevalentemente scritta, e dunque si potrebbero leggere come opere letterarie, ma a farne un fenomeno singolare non è tanto il contenuto dei singoli racconti, quanto il modo in cui vengono ripresi, modificati, reinterpretati da una comunità di utenti: in altre parole, la loro dimensione virale, comunitaria e partecipativa. Quella dei creepypasta (e del suo sottogenere al momento più celebre, le backrooms) è una narrazione diffusa, non riconducibile alle tradizionali tipologie letterarie, ma nemmeno interamente estranea ad esse. Un grande merito del saggio di Tanni è anche questo, ossia andare a intercettare fenomeni online che sfidano il concetto di testo come siamo abituati a intenderlo (perché le fonti di Tanni spesso sono, molto letteralmente, solo cose “viste su internet”, come meme, post, flame), studiandoli non come oggetti di indagine sociologica ma come vettori di senso che hanno molto da dire sulla contemporaneità. 

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Due sono i concetti che attraversano, nell’analisi di Tanni, questa pluralità di fenomeni: la liminalità e la nostalgia. Nel caso di backrooms e weirdcore, quella che Tanni descrive è un’esplorazione e una creazione di spazi liminali immaginari che ricreano, stravolgendoli, quelli della nostra quotidianità: un’esplorazione di una realtà alterata, dunque, che a prenderla seriamente ha più a che fare con l’esperienza mistica, la proiezione astrale, che con il cazzeggio internettiano. Immaginare le backrooms, contribuire alla loro lore, vuol dire concettualizzare uno spazio inesplorato che fa da doppio demonico per il mondo in cui viviamo, e che amplifica in maniera ossessiva e perturbante, nel loro distendersi infinito per stanze tutte uguali, la logica della replicazione continua che regola il capitalismo digitale. Se la liminalità prevede un’esplorazione spaziale, però, il concetto di nostalgia ne permette una temporale: un’esplorazione, per dirla con Fisher, di un passato che non è mai avvenuto, una possibilità di futuro che infesta il presente con lo spettro della sua mancata realizzazione. L’estetica e la musica vaporwave si fondano sulla riproposizione e il remix di immagini e suoni di un passato (quelli anni Ottanta e Novanta) che corrisponde a un momento di benessere economico, ma anche alla nostra infanzia: si fondano su un movimento nostalgico, dunque, che risemantizza queste schegge testuali per offrire una critica del mondo in cui viviamo, e una rappresentazione delle nostre vite. Come scrive Tanni, “la nostalgia non esprime soltanto un generico desiderio di ritorno, dunque, ma l’ambizione di trascendere i limiti dello spazio e del tempo. Per soddisfare questo bisogno, sfrutta una capacità fondamentale della mente umana: quella di proiettarsi altrove. Se il corpo non può viaggiare istantaneamente nello spazio, né tantomeno attraversare il tempo, tale desiderio può prendere vita soltanto attraverso la manipolazione degli stati di coscienza” (29). Exit reality di Valentina Tanni va letto come un saggio sui tempi che viviamo, ma anche come una guida degli spazi che attraversiamo continuamente, in luoghi che non sono luoghi, senza nemmeno farci caso – quando invece dovremmo. 

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