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La parte inventata, di Rodrigo Fresán

“Meglio che ascoltiate soffiare il vento, anche se in realtà il vento non soffia. Il vento fa un’altra cosa, per la quale non è stato creato un verbo preciso, giusto, corretto. Il vento – più che soffiare – corre. Il vento corre su sé stesso. Il vento non è circolare, è un circolo.”

Ogni tanto compare un libro che ci ricorda che le possibilità della letteratura non sono ancora esaurite. Un libro, per intenderci, che ci spinge a togliere la bandierina dal confine che credevamo d’aver raggiunto, la mappa non era finita, il sud è più a sud, il nord è molto più in là. Un’opera, infine, che ci porta a rinegoziare i motivi per cui leggiamo. Quando esce un romanzo così ogni lettore deve essere contento, perfino chi non lo leggerà. L’ogni tanto è il 2019, il libro è La parte inventata di Rodrigo Fresán (Liberaria 2019, traduzione – superba – di Giulia Zavagna). Non è catalogabile: è postmoderno ma ha pure il sapore di un classico, è pop e non lo è. Fresán fa ridere e commuovere come Foster Wallace, ha il passo e la tenuta di scrittura di Bolaño e di Cortázar (ma non somiglia a nessuno dei due, ha solo la stessa rilevanza), la capacità di disorientarti di Borges. È argentino ma scrive come un europeo, come un americano, perciò scrive come un argentino. In questo romanzo il protagonista è uno scrittore che decide di sparire, fino a ricongiungersi alla particella di Dio, diventando di conseguenza lo scrittore ideale. La storia non esiste, la trama è un gioco, la lingua è invenzione, lo stile è tutto. 

 

L’incipit è l’incipit di tutta la narrativa “Come cominciare. O meglio: Come cominciare?”. La sorpresa di questo libro sta tutta nell’architettura, Fresán progetta una costruzione dove il linguaggio vive e si rinnova pagina dopo pagina, generando nel lettore una serie costante di stimoli, che viaggiano per tutte le settecento pagine senza mai fermarsi, che si realizzano attraverso lo stupore, la conoscenza, la memoria, il ricordo, il sorriso, la suggestione, il pensiero profondo e qualcosa che assomiglia all’amore per la parola scritta.

“Le parentesi sono il futuro.”

Rodrigo Fresán è nato a Buenos Aires nel 1963 ed è considerato oggi uno dei maggiori scrittori argentini. Vive a Barcellona da molti anni, città che ha condiviso per qualche anno con il suo carissimo amico Roberto Bolaño. Amicizia, come è stato più volte raccontato da entrambi, basata sulle conversazioni piene più di  risate che di letteratura. Il suo libro d’esordio, la potentissima raccolta di racconti Historia Argentina è del 1991 e sorprese e convinse tutti all’istante, il libro non è mai stato tradotto in italiano come molte delle cose scritte da Fresán, nel tempo sono usciti Esperanto (Einaudi 2000, traduzione di Paola Tomasinelli) e il bellissimo I giardini di Kensington (Mondadori 2003, traduzione di Pierpaolo Marchetti). Dobbiamo il suo ritorno nelle librerie italiane al fiuto e al coraggio di Alessandro Raveggi (curatore) e di Liberaria editrice.

 

Scegliere di far tradurre e pubblicare un’opera così complessa e vasta, nella palude che è il mercato editoriale italiano di questi anni, è una mossa quasi eroica, perché La parte inventata (primo volume di una trilogia che speriamo di veder pubblicata tutta) cambia la visione di chi legge, dopo aver affrontato questo romanzo ogni lettore diventerà più esigente e sarà più contento, quasi sollevato. Si può fare, si può continuare a fare. 

“Una biblioteca senza confini precisi nella quale non si trova mai il libro che si sta cercando ma dove si trova sempre il libro che si dovrebbe cercare.”

 

 

Fresán ho avuto la fortuna di incontrarlo e di moderare la prima presentazione italiana del suo libro, qualche mese fa a Pistoia. Ha un’aria distante, all’apparenza, e gli occhi che si muovono lentamente, ma con quella calma osservano e catturano tutto; è una persona cordiale e disposta alla conversazione. Poni una domanda sul libro, sulla scrittura, sullo stile, e le sue risposte apriranno mappe, passaggi segreti, saranno serie e brillanti, il piano della letteratura si inclinerà, scivolerà nell’abisso, salirà quanto più in alto si possa. Riesce a condensare in pochi minuti ampi stralci della storia letteraria sudamericana, a parlare di Faulkner e di Beatles, di suo figlio, dire di Borges, spiegare come ogni paragone col maestro argentino non stia piedi, e perché nessun paragone stia in piedi. La parte inventata possiamo immaginarlo (anche) come una lunga conversazione profonda e ricca di umorismo e di stile, l’interlocutore è il lettore, non ci sono domande, non sono previste risposte, il risultato è una sorta di miracolo letterario.

 

“La parte inventata che non è, mai, la parte disonesta, anzi è la parte che trasforma davvero qualcosa che è semplicemente accaduto in qualcosa così come doveva accadere.”

Eccola qua, la potentissima chiave di lettura fornita dall’autore stesso. Questo romanzo è un grande (avventuroso) campo di battaglia, anzi da gioco, dove il vero (la realtà) e il verosimile (l’invenzione letteraria) disputano una partita memorabile rispondendo più e meglio dei critici. Il vero non conta ai fini narrativi se l’autore non gli aggiunge una parte inventata, quella sintassi, quella lingua che sia capace di ricondurre un fatto reale alla pagina scritta, fino a farlo diventare verosimile, di volta in volta divertente, avvincente, poetico, misterioso. Dire solo che si tratti di fantasia non basta, l’immaginario – fino a un certo punto nascosto – si svela solo grazie allo stile e al ritmo, elementi che per Fresán sono tutto, la trama così come la intendiamo solitamente è solo un accessorio, è un passaggio obbligato dentro il quale far muovere i personaggi, gli scomparsi (lo scrittore) e chi lo insegue, lo studia (due ragazzi).

Il libro si divide in tre parti Il personaggio reale; Il posto dove finisce il mare perché possa ricominciare il bosco; La persona immaginaria; ed è arricchito da una nota di ringraziamento che vale come un capitolo a sé. L’edizione italiana è impreziosita da una bella introduzione di Vanni Santoni che mette in chiaro due aspetti fondamentali, quello della vicinanza di Fresán a scrittori come Gaddis, Glass o Wallace e quello della dimensione del gioco. Il romanzo moderno non può prescindere dall’intertestualità, dal meta-testo, del resto uno scrittore che sparisce è un meta-scrittore.

 

“Entrare in un aereo è come entrare in un pessimo romanzo. Uno di quei romanzi realisti (e così orgogliosi di esserlo e di proclamarlo) che, per quanto si sforzi, non riesce a convincerci di nulla di ciò che dice e del quale prevediamo ogni sviluppo perché l’abbiamo già vissuto, ci siamo già stati, ci è già successo: un dejà-visité più che un dejà-vu.”

In La parte inventata ci sarà posto per i sogni impossibili che si coltivano da giovani, famiglie irrisolte, realtà parallele, canoni letterari reinventati, immaginari, biblioteche ipotetiche con dentro ipotesi di libri, prima ancora che colme di libri. Questo romanzo è un’ipotesi di romanzo e di altri romanzi, uno dentro l’altro. È poi un viaggio nelle ossessioni dello scrittore argentino e nei suoi temi cari: l’infanzia, la perdita, la memoria. Si tratta di un libro che non risponde ai consueti comandi (impulsi) ma ne crea – pagina per pagina – di nuovi. Si attraversano secoli da un paragrafo all’altro, si corre negli elenchi (meravigliosi) di Rodrigo Fresán, ci si può commuovere, si ricorda, si immagina, si sorride, molto spesso si ride. Si ritorna bambini, pronti ogni volta a ricominciare. Da Elvis Costello a Nabokov, da Bob Dylan a Faulkner, dai Pink Floyd a Scott Fitzgerald, e così via, e siamo i Beatles e siamo Borges, scompariamo – come lo scrittore – e diventiamo una buona storia.

Questo romanzo, questo enigma letterario fatto di tessere che si aprono dentro ad altre tessere è illuminante e luminoso, sta già influenzando (e influenzerà a lungo) la mia vita di lettore e di scrittore. Cos’altro abbiamo da chiedere a un libro?

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