Edi Rama: artista e primo ministro

Edi Rama, oggi primo ministro albanese, prima di essere sindaco di Tirana è stato un affermato artista. Dopo la caduta del regime comunista in Albania, Rama ha deciso di lasciare Parigi e di tornare a Tirana per candidarsi al governo della città, dove nel 2000 è stato eletto.
Tirana, capitale dell’Albania, era in quegli anni una città allo sbando. Senza un regime dei suoli che fissasse i diritti di proprietà, senza un piano urbanistico…gli spazi pubblici della città erano preda di una frenetica sbornia edilizia. La gara ad accaparrarsi un diritto acquisito sul suolo pubblico spingeva i cittadini a costruire edifici ovunque -–nelle strade, nelle piazze, nei viali, lungo le rive del fiume Lana…una specie di seconda città sorta nel negativo della prima -e controllata in gran parte della mafia.

 

  

 

Eletto sindaco nel 2000, Edi Rama ha spiazzato tutti. Mentre ci si aspettava la presentazione pubblica di un grande Piano di rilancio della città, Rama ha cominciato a demolire gli edifici abusivi che avevano cancellato i parchi, i giardini e interrotto le strade del centro.
Ma l’azione più sorprendente di Edi Rama è stata un’altra. Per governare l’energia edilizia molecolare che scorreva senza regole nelle vene di Tirana, Edi Rama ha cominciato a far qualcosa di assolutamente imprevisto: colorare le facciate delle case, dei palazzi, degli isolati.

 

I colori, all’inizio, li ha scelti proprio lui, il sindaco-artista: colori accesi, sgargianti, accostamenti bruschi che squarciavano il grigio universale dell’intonaco della città ex comunista. La performance urbana ha raggiunto in poche settimane un risultato fondamentale: nelle strade, nelle piazze si è incominciato a discutere, tutti insieme, sul tipo di colore da usare. Si discuteva sull’immagine pubblica della città e su come esporre il lato pubblico delle case e della vita che vi scorreva. E così l’onda caleidoscopica inventata dal sindaco si è estesa, coinvolgendo nuovi edifici e soprattutto nuovi “performer”, scelti tra artisti e architetti internazionali. In pochi mesi, il progetto del colore ha scardinato la rassegnazione dei cittadini nei confronti dello spazio collettivo; capovolto l’apatia prodotta da cinque decenni di regime comunista durante i quali la sfera di ciò che era pubblico corrispondeva al potere di pochi, alla censura, alla violenza. Il colore a Tirana non è stato solo una decalcomania da appiccicare sui palazzi, ma un vero e proprio codice di comunicazione sociale

 

Nell’articolo che segue, scritto nel 2005 per La Repubblica, racconto della Tirana percorsa dalle idee di Rama e soprattutto dalla necessità cruciale di uno sguardo laterale sulla politica.
Per produrre innovazione nel governo di una città, è infatti necessario scardinare le strutture e le retoriche della burocrazia, introducendo le logiche atipiche e “laterali” di personalità che vengono da aree e discipline lontane dalla politica. Perchè , solo se governati da una prospettiva originale e coraggiosa, gli spazi delle nostre città possono diventare veri e propri laboratori di un nuovo modo di fare politica.

 


 

 


 
“Turbo-folk”: litanie popolari con striature orientaleggianti, basso rock, scarti da hard-metal, il tutto mixato da voci soliste in stile Sanremo ’60. La musica dei Balcani, la musica che corre nelle radio, nei bar, nelle automobili è la stessa a Belgrado, a Zagabria, Sarajevo, Pristina. Ma a Tirana il Turbo-folk è qualcosa di più: è un’idea di spazio, di sequenze di paesaggi, un’idea di società. Esci da un aeroporto di baracche, prendi una ampia strada sgangherata dove sfilano spider fiammanti, trattori, vecchie mercedes, e ti infili in un un viale che tra nuovi palazzi ad uffici, centri commerciali, autolavaggi, scheletri di edifici abbandonati, moschee, ti porta fino al centro della città. Ma cominci a capire che sei in un posto davvero speciale solo quando vedi le prime case-strada. Le case-strada sono edifici costruiti in mezzo ad una strada, o in mezzo ad una piazza o ad un giardino. Cresciti come funghi dopo la caduta del regime comunista, quando è esplosa una selvaggia corsa ad appropriarsi dello spazio pubblico, fino ad allora un simbolo estraneo e freddo della dittatura. Negli anni 90, dopo la caduta di Enver Oxha, a Tirana si è costruito dappertutto, anche nella speranza di acquisire un diritto di proprietà dopo decenni di tabula rasa del regime dei suoli. Dappertutto significa anche dentro gli edifici, nei seminterrati diventati negozi, nei balconi diventati bagni, nei sottotetti diventati uffici e abitazioni; ma anche nel letto del fiume Lana, il piccolo sopravvalutato torrente che attraversa la città e che era scomparso alla vista fino a quando nel 2000 Edi Rama, il sindaco 41enne che un anno fa ha ricevuto il World Mayor award, non ha avviato delle imponenti opere di demolizione.

 

Ma anche oggi che il rigagnolo del Lana è tornato a scorrere davanti a tutti, bordato da due declivi di prato svizzero dove capita ancora di veder pascolare qualche pecora, la nuova grande passeggiata lungo il fiume è interrotta da una casa rosa, diroccata, giusto al centro del letto del fiume. Dentro abitano con i loro figli tre sorelle vedove, i cui mariti sono stati uccisi dalle faide di mafia e che nessuno ha avuto il coraggio di spostare. La casa rosa del Lana è qualcosa di più di un edificio abusivo sopravvissuto: è un monumento involontario allo straordinario meticciato di tempo e spazio che Tirana oggi condensa.

 

La Tirana contemporanea e vibrante della moltitudine individualista, selvaggia, arrogante, violenta sta dentro, letteralmente dentro, alla Tirana agghicciante dei monumenti al regime comunista con le sue piazze immense e i grandi viali. Che a sua volta ha inglobato pezzi di altri periodi di storia urbana, come il grande quartiere littorio dei ministeri costruito dagli italiani proprio a ridosso della piazza principale della città, piazza Skanderbeg. Fianco a fianco con la Moschea di Edhem, alla torre di Sahat, al Museo nazionale costruito dai cinesi. Tutto in scena, insieme, come se la città fosse fatta da pezzi di tempo e non da fette di spazio.

 

“Questa piazza è un po’ il nostro album di famiglia” ci dice Edi Rama, “e non a caso da qui abbiamo cominciato a costruire la nuova capitale, chiamando a raccolta e mettendo in gara un gruppo di architetti europei ed internazionali”. Il concorso per il piano urbanistico del centro della città è stato vinto da un gruppo francese, Architecture Studio. Ma altri concorsi, come quello per la torre ad uffici che si affaccia su piazza Skanerbeg, vinto da un gruppo di giovani architetti danesi, cominceranno tra breve a produrre imponenti risultati edilizi. A segnare, come spilli di una agopuntura urbana, la presenza del mondo globalizzato e delle sue ossessioni: media-buiding, kunsthalle, internet-cafè, loft .
Turbo-folk. La chiave di Tirana, di questa pulsante e insieme traballante polifonia di tempi spazializzati non ce l’ha ovviamente nessuno. E’ in mano ad energie economiche, finanziarie, commerciali che intravedi nel parlottìo delle prime file dei comizi elettorali, negli happy hours frequentati da affaristi tedeschi, italiani, francesi, nelle mecedes blindate e nei bodyguards in stile Armani. Ma a distinguere Tirana dalle altre città dei Balcani, da molte altre città europee è forse il fatto che a guidare il Municipio c’è qualcuno che questa chiave non pretende e non si illude di averla, ma che non rinuncia comunque alla sfida di orientare, di governare le trasformazioni di questa nebulosa di cemento.

 

 

Edi Rama, rieletto sindaco l’anno scorso, è oggi uno degli uomini politici più popolari in Albania. Artista, figlio di un noto scultore, scampato ad un grave attentato, Rama viveva a Parigi –scappato come molti suoi concittadini dopo la guerra civile del ’97. Nel 98 la morte del padre lo aveva richiamato a Tirana, quando una telefonata del premier Nano lo convinse ad accettare la carica di Ministro della Cultura. “E’ accaduto subito dopo il funerale, una scelta improvvisa, emotiva, …seguita da una notte in bianco accompagnata dal latrare di un gruppo di cani randagi -era come se la politica, che stava per accogliermi, mi volesse raccontare di che pasta fosse fatta…”.

 

Eletto sindaco, nel 2000, Edi Rama si muove spiazzando tutti: il suo partito, le ONG, i rappresentanti della Banca Mondiale, i suoi stessi concittadini. Mentre tutti si aspettano la presentazione pubblica di un grande Piano di rilancio della città, le retoriche del buon governo, promesse sulla qualità della vita –il kit di ogni buon sindaco in carriera- Rama fa tre cose impreviste.
Innanzitutto comincia a demolire gli edifici abusivi che hanno cancellato i parchi, i giardini e interrotto le strade del centro, trasferendo i loro abitanti nei nuovi quartieri massicci che stanno nascendo appena attorno. E fa riscoprire alla città gli spazi collettivi, anche quelli detestati del periodo socialista (“il sabato, non potevamo fare altro che vestirci bene e camminare a piccoli gruppi, su e giù, nella piazza principale, salutandoci a distanza”). Mentre la speculazione edilizia impazza, anche grazie all’assenza di regole urbanistiche nazionali e locali (ancora oggi si può costruire quanto si vuole purchè si rispetti il perimetro del lotto di proprietà), i soldi degli aiuti internazionali vengono dunque usati non solo per aggiungere, ma soprattutto per togliere, per diradare le concrezioni abusive e costruire i nuovi luoghi pubblici della città. Che lentamente ricomincia a scoprire le sue piazze, i giardini, il fiume. Senza vergognarsi. Senza l’ossessione di nascondere i segni del passato recente, l’utopia negativa e fallimentare di una città totalmente pubblica e autarchica.

 

In secondo luogo, il giovane sindaco chiama un gruppo di giovanissimi tecnici a dirigere l’ufficio tecnico comunale. Come Ariela Kushi, 26 anni, appena laureata all’Accademia di Mendrisio che dirige l’ufficio del Piano Regolatore di Tirana, controlla e smista i disegni in arrivo dagli studi di progettisti internazionali; prepara le nuove norme del piano regolatore. Ariela ragiona come un urbanista svizzero e agice come un amministrastore mediterraneo: diagnosi lucide, regole chiare, ma anche una incessante snervante concertazione con gli operatori, i developer, gli architetti locali. La grande sala dove lavora con i suoi collaboratori è insieme un laboratorio di idee, la promessa di un nuovo codice di comportamento per gli operatori della città e un rischio politico calcolato sul futuro di Tirana. Una sfida a 360 gradi, da seguire con grande attenzione e molta preoccupazione.

 

Ma l’azione più sorprendente e eclatante di Edi Rama è un’altra e non entra nel novero di cosa demolire e cosa costruire.
Riguarda piuttosto l’identità e l’auotorappresentazione della città.
“Vedevo tutta questa energia molecolare, individuale, cambiare la città. Mi sembrava di vedere mille mani che dentro gli edifici spostavano muri, costruivano pareti, solette, nuovi volumi a sbalzo….e mi chiedevo come intervenire, come orientare questo pulviscolo di forze, pur disponendo di risorse limitatissime”.

 

 

La risposta, davvero inaspettata per un sindaco, è quella di cominciare, progressivamente, a colorare le facciate delle case, dei palazzi, degli isolati. I colori, all’inizio, li sceglie proprio lui, il sindaco-artista: gli servono per “staccare” le superfetazioni, segnalare i nuovi volumi, distinguere un edificio dall’altro. Colori accesi, sgargianti, accostamenti bruschi che squarciano il grigio universale dell’intonaco socialista e fanno infuriare quasi tutti: i suoi colleghi amministratori, i rappresentanti dell’Unione Europea, gli stessi cittadini. Ma la performance urbana raggiunge subito un risultato fodamentale. Si discute, tutti insieme, sul tipo di colore. Si discute sull’immagine pubblica della città. Sul lato esposto della vita quotidiana. Certo, pochi sono d’accordo sul tono del colore che rappresentarà l’esterno del loro interno domestico, ma pochissimi sono disposti a riununciare ad accogliere sui muri di casa l’onda caleidoscopica inventata dal sindaco. Che infatti cresce, si estende, coinvolgendo nuovi edifici e soprattutto nuovi “performer”, scelti tra artisti e architetti internazionali.

 

Una cosa è certa: se Edi Rama è rimasto un artista, se questo costituisce la sua anomalia, non è perché per un politico-artista sia facile dipingere la sua città. Tutt’altro. Quello che sembra trasparire dal suo modo di lavorare, decisionista e attentissimo alle sfumature, è piuttosto un procedimento logico particolare, lontanissimo dalle logiche del discorso politico e vicino invece ad alcune pratiche dell’esperienza artistica contemporanea. Un modo di pensare laterale, che opera per dirottamenti e deviazioni dal senso comune per poi cogliere di sorpresa il vero cuore del problema. Che a Tirana non era (solo) quello di ravvivare una scenografia urbana cupa; ma piuttosto di scardinare la rassegnazione dei cittadini nei confronti dello spazio collettivo; di capovolgere l’apatia prodotta da cinque decenni di regime comunista durante i quali la sfera di ciò che era pubblico corrispondeva al potere di pochi, alla censura, alla violenza. Il colore a Tirana non è stato solo una decalcomania da appicicare sui palazzi, ma un vero e proprio codice di comunicazione sociale.

 

Camminando lungo il Lana, dove comincia qua e là a spuntare qualche alberello, il sindaco ci racconta di un nuovo progetto insieme visionario e pragmatico. Quello di costruire tra le due sponde una serie di ponti-libreria, di ponti pieni di libri, costruiti con le risorse dei Paesi e delle culture che abitano l’Albania contemporanea e la sua storia. “a cominciare dalla letteratura italiana, una presenza così vicina, intima, fondativa per gli albanesi eppure oggi sempre più lontana”.

 

Articolo apparso il 3 luglio 2005 su La Repubblica

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