Etere

26 Maggio 2026

Ho il ricordo d’una sensazione tattile. Il ricordo d’un ricordo che è tornato a visitarmi altre volte nel corso della vita. Un lampo che abbaglia, un’ossessione tagliente. Nella collezione di scarabei l’esemplare nero, dalle chitine ben conservate, lo riconferma. Il cartellino, sotto al maschio spillato di Copris hispanus, ha l’inconfondibile grafia di mio padre: “Grosseto, Albinia, giugno 1984”. Avevo sette anni. Percepisco la felicità con cui tenevo il corno del Copris tra l’indice e il pollice.

L’ebbrezza dona l’illusione dell’onniscienza, mostra i tratti magici del mondo, è una forma d’ipersensibilità. Avverto la pelle chiara e soffice a confronto con le rotondità catafratte del pronoto, l’ampia e liscia fossa occipitale che s’adatta alla forma del polpastrello di ragazzino, tra palpitazioni e un subbuglio interiore che preannuncia un’inusitata chiarezza. Venne addormentato con un batuffolo di cotone, in un flacone opalescente. Sentivo quella forma impressa sulle dita e un senso svilente di svenimento. Mentre lui, con le rigide zampe fossorie, scavava l’aria, sbracciandosi. Ricordo solo quello, nella nebbia anestetica dell’oblio.

Etere diabolico, che ti fa osservare mentre ti comporti in modo spaventoso, ma non puoi farci niente.

Lo tenevo sospeso per il corno, portandolo a spasso per il campeggio sotto ai pini marittimi. Ci saranno state palette di plastica gialla, secchielli con le stelle marine, un canotto blu scuro, odore di pneumatici al sole. Le sue zampe si muovevano in avanti come bielle zigzaganti nel vuoto. L’avevo scovato nello stepposo parco giochi recintato dalla rete metallica, con vista – dall’alto dello scivolo metallico rosso e giallo – sugli agri assolati, la ferrovia litoranea dove transitavano lunghi intercity, modellini in miniatura della Lima. Il terreno sabbioso tutt’intorno, tra fleoli e piumini di Lagurus ovatus, era crivellato dalle tane dei formicaleoni. Barcollavo. La vista offuscata, con poco equilibrio e la lingua intorpidita, fino al camper dov’eravamo accampati. La scuola era finita da poco.

Ero abituato a manipolare l’etere fin da quando mio padre m’aveva regalato il manuale di Pietro Zangheri edito da Hoepli. Questa sostanza, volatile e pericolosamente infiammabile, fa parte dell’attrezzatura dell’entomologo. Il suo effetto è mortale, ma a quanto sembra si tratta d’una morte piacevole. Si può giungere a tale conclusione osservando che i cadaveri degli insetti sono flessibili e le loro membra mobili, non rigide come dopo il decesso per alcool o per vapori di cianuro. Un eccesso di vertigine.

Luce e ombra, veglia e sogno si mescolano nell’ebbrezza. Cosa c’è dall’altra parte della soglia? Durante le cacce agli scarabei che condussi in quegli anni i più venivano liberati svuotando il secchio ripieno di sterco a bordo strada. Dalle colature che ruscellavano per il declivo con due colpi di zampe si riassestavano ribaltandosi dal dorso. Dopo essersi asciugati protendevano le piccole antenne spazzolate, captavano qualcosa nell’aria, segnali misteriosi e sconosciuti. Aprendo con uno scatto le elitre, un ventaglio o un coltello a serramanico, scomparivano ronzando nel sole.

Quelli più particolari, interessanti da studiare o mancanti in collezione, finivano invece in un flacone di plastica opaca pieno di segatura, quelli col tappo a stella dei laboratori scientifici, e lì morivano, rapiti da un sonno istantaneo. Li osservavo rallentare i movimenti, sempre più rattrappiti, agonizzanti. Cosa sentivano nel momento del trapasso? La vita evaporava tra effluvi chimici. Mio nonno era ricoverato in ospedale e mio padre gli somigliava ogni giorno di più. Restavo affascinato a guardare gli insetti agonizzare nel falcone per breve tempo. Hypnos e Thanatos. Li riponevo in una scatoletta di latta, in bustine di carta leggera. Se l’etere era conosciuto dagli alchimisti come Azoth, la forza vitale e l'anima del mondo – essenza, quiddità, realtà interiore, quintessenza che sconfigge tutte le malattie – lì invece, la vita, la stava togliendo. Dovevano morire, sottratti ai cicli stagionali, per resuscitare nelle collezioni dove tutt’oggi stanno, nei box del museo, intonsi come se quel giorno fosse sempre presente. Le chitine di quei campioni, uccisi per studio o interesse collezionistico, resistono ancora, simili ad amuleti fenici, scarabei del cuore incisi nel diaspro.

Dunque, racconta lo scrittore francese Pierre Bergounioux in Le grand sylvain, per cercare le cetonie e scontare il suo debito d’infanzia s’era costretto a piegare con precauzione ciascuna ombrellifera, grande e bianca come un piatto di porcellana, senza romperla, sotto al sole cocente del mezzogiorno estivo. Le ispezionava con gli occhi sfuocati di sudore, il cervello in ebollizione, soffocato dal ribollire delle piante intorno, l’odore di marcio e, appunto, gli sbuffi bluastri, glaciali, dei vapori emanati dal suo barattolo che, in tali situazioni doveva essere ricaricato senza interruzione. È sua opinione che non si rischi niente se si sta dalla parte giusta del vetro. Era sufficiente quell’atmosfera mortale, del cotone imbevuto, perché le bestie corazzate s’impegolassero nella zona turbolenta, piena d’agitazione disordinata, che porta poi alla più completa immobilità. Non c’è nessuna controindicazione, a meno che non si abbia già avuto a che fare con l’etere in una stanza imbiancata, illuminata con luci fredde, tra riflessi cromati. I ricordi del trauma possono in tal caso degenerare in una catastrofe.

Aveva due anni e mezzo, Bergounioux, quando un’infezione alla gola lo costrinse in ospedale e non era lontano dai cinque quando la malattia se ne andò da sola, dopo una serie d’inutili punture. Per anni l’etere ha suscitato in lui un’inquietudine oscura, ineluttabile, grave. Ma alla fine, una volta saldato il debito coi ricordi d’infanzia delle cetonie, l’etere è tornato anche per lui a sapere d’etere soltanto, perdendo la capacità di far sorgere alla memoria il fantasma dei muri dell’ospedale, i riflessi d’acciaio nei reparti delle corsie. La paura infantile s’era dissipata coi vapori, nel campo di ombrellifere bianche grandi come piatti.

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La scorsa notte è tornato a farmi visita Ernst Jünger. Nel sogno aveva un’uniforme da ufficiale tedesco. Sopra la giacca da campo in grigio-verde portava un lungo cappotto nero. Mostrava la sua camera a gas e lo stanatore, il particolare strumento entomologico, descritto in Cacce sottili, fatto di cannule per aspirare i coleotteri più piccoli dagli anfratti in cui trovano rifugio. Per un miserabile miracolo da prestidigitatore estraeva dal taschino una scatola di latta contenente, in bustine di carta leggera, alcune specie di quelle che il cacciatore-cercatore sogna di notte o ad occhi aperti in uno stato di fascinazione, quasi di trance, di visione in stato di veglia. Il fantasma emanava un forte odore d’etere.

Il cacciatore – dice – continua a cacciare anche in sogno, e sogna di continuare a cacciare anche dopo la morte, nelle eterne riserve celesti. In un solo luogo la capacità di metamorfosi della meraviglia permane intatta, non contaminata dalla contingenza e dalla necessità, e quel luogo è il sogno. I suoi esordi entomologici – mi ha confidato – furono modesti, ottenendo scarsi risultati sul campo, nel Brandeburgo, nelle Baleari, in Sicilia. Ma la passione crebbe fino a diventare come quella d’un vecchio cinese la cui memoria custodisce decine di migliaia di ideogrammi, ognuno dei quali si ravviva, come se si fosse toccata una tastiera colorata.

Una Mylabris mi ha poi risvegliato evocando le campagne cinesi nei dettagli della loro struttura. Laggiù, durante il volo nuziale, ne roteavano sulla cicoria selvatica e la lantana intere legioni.

Orribili sono le visioni che accompagnano certi incubi entomologici. Michaux ha lasciato diverse tracce mnestiche nelle sue grafiche degli anni Settanta. Così il brulichio d’insetti è uno dei sintomi tipici del delirium tremens. Il cocainomane immagina che scarafaggi e ragni stazionino sulla pelle o sotto di essa. Non riesce a convincersi che si tratti di un’illusione dei sensi. Anzi, per liberarsene si ferisce con le proprie unghie, o con qualsiasi strumento.

L’avvicinamento, la ricerca dell’insetto nell’interzona di confine, comporta l’apertura di spazi altri, con immagini e visioni altrimenti sconosciute, precluse dalla vita quotidiana. L’incessante stato di attenzione, l’eccesso di veglia porta a una esaltazione della coscienza vitale. Per andare a caccia occorre andare di fuori, compiere un eccesso. Un abbandono del tempo normale, dei negozi e degli orologi. Tale avvicinamento può portare alla trasparenza, la stessa che provo ogni volta che ne aspiro gli effluvi.

Che effetti come quelli descritti da Guy de Maupassant si potessero ottenere per incanto dall’etere era per me una cosa nuova. Come l’atmosfera superiore respirata dagli dei, l’etere è considerato la quintessenza delle sostanze libere, ignea e quasi immateriale. Si può supporre quindi che l’ebbrezza provocata da tale elisir sia più leggera e spirituale d’una semplice ubriacatura.

Maupassant fu un sensitivo. Non un entomologo, anche se la sua opera mostra un’attenzione meticolosa e quasi scientifica per il mondo naturale. Eccentrico, sperimentò l’etere e mi piace immaginare che lo abbia scoperto proprio frequentando, durante il viaggio in Sicilia del 1885, certi importanti studiosi come Enrico Ragusa, allora proprietario del più lussuoso albergo di Palermo, il “Grand Hotel Des Palmes” (dove quarant’anni dopo troverà la morte, in circostanze enigmatiche, anche Raymond Roussel). Nel racconto La Sicilia ne è testimonianza l’aneddoto dell’entomologo che viene scambiato per un brigante durante le ricerche del Polyphylla olivieri che verrà poi descritto dal tedesco Kraatz come specie nuova.

Di tali “cose di Sicilia”, indagate da Leonardo Sciascia nell’omonimo libro, lo scrittore francese parla anche in La vita errante. Il suo stile è secco e sintetico. Trovo interessante come al maggior tasso di esattezza si associ, nell’atto creativo, la sregolatezza del dérèglement des sens. Persino gli insetti donano illuminazioni: Maupassant usava l’etere assieme alla morfina per lenire i dolori causati dalla sifilide e dall’ansia cronica, ma anche per nutrire le proprie ossessioni. L’etere fu il carburante per racconti d’incubo come Le Horla, i temi del doppio e dell’essere invisibile, la causa dei cauchemar, degli incubi che hanno reso celebri le sue novelle.

Com’è profondo il mistero dell’invisibile, da sondare con sensi fallaci, occhi inadatti microscopio: la realtà non è sempre ciò che riusciamo a vedere o a sentire. Avrei potuto fare anche io un esperimento con l’etere. Come mi venne quell’idea? Fu curiosità, noia, spavalderia? Mi pare che fossi soddisfatto della mia situazione esistenziale. Nell’Ottocento gli eteromani bevevano l’etere, vizio popolare che pare fosse diffuso nelle feste in Irlanda e in Lituania. Appena aperta la boccetta, pensai che l’inalazione sarebbe stata più che sufficiente.

L’assorbii per aspirazione, come dicono i farmacisti, imbevendo un batuffolo. L’effetto fu immediato. Il viaggio nelle altezze dell’etere non può essere durato a lungo. È un’ebbrezza per gente che ha poco tempo, associata all’esperienza di operazioni chirurgiche infantili, e dona un ottimismo chiaroveggente. Anche i cacciatori astuti avevano l’abitudine di bere una grappa prima di sparare al bersaglio, nell’istante in cui ci si immedesima con la preda e passa di fronte agli occhi tutta la vita, come in un caleidoscopio.

Allo stordimento seguì un periodo di lucida serenità. Condotto in un pozzo profondo sentivo echi d’orchestra, si svelava l’armonia del mondo. Chi prova l’etere deve far attenzione a non subire il destino di Fetonte, il bisogno spirituale che è alla base d’ogni ebbrezza. Fumi e vapori mettono in movimento forze più sottili. Tenui emanazioni della materia. Narcosi.

L’esperimento rimase unico, impossibile da inserire nel corso di giornate dense d’impegni. Che non sia altro che un modo come tanti possibili per scendere più nel dettaglio, una battaglia con la realtà che origina una esperienza interiore più profonda? È comunque una sperimentazione, una forma d’avanguardia per andare oltre le apparenze imposte dalle regole.

Non è solo l’etere a donare uno sguardo stereoscopico. Il distacco chirurgico e glaciale che impone nell’osservare l’orrore dell’esistenza innesca una trasformazione attiva in chi percepisce. La conquista dell’altrove di sogno, che è il riverbero magnifico del mondo che ciascuno porta con sé, comporta un costo talvolta inimmaginabile, ma ancora più di frequente assai lieve, come fosse a portata di mano, in un semplice scarabeo appunto, una foglia, un ciottolo di fiume.

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Insetti rari sono nascosti dappertutto, ma deve arrivare un entomologo perché siano scoperti. M’avvio a battere la campagna munito di retino, di scortecciatoi, di flaconi dall’odore ghiacciato che esala l’etere ravvivando la forza palpabile degli odori.

Etere vitale, folletto, gnomo della dura terra. Luminifero. Cosa s’annidi nel sottobosco si svela a colui che mette trappole nel posto adatto, nella stagione giusta. Luoghi uniformi nel verde rivelano, dopo un breve giro di notti, nelle pit-fall innescate con l’aceto, un’incredibile varietà di esemplari attratti dagli effluvi e che periscono poi, satolli.

Ma dove si celavano prima tali forme viventi, altrimenti imperscrutabili? Altrove. In un modo altro, celato, che pure ci circonda. Occorre ricorrere a stratagemmi impersonali, mediati, forse un po’ infingardi ma efficaci, per ottenere ciò che solo l’alba o il crepuscolo possono promettere. Vale anche per gli insetti diurni, che popolano le cime degli alberi. Capita d’ubriacarsi andando a piazzare trappole aeree, appese come impiccati ai rami degli alberi più vecchi, bottiglie di plastica col collo resecato e rivoltato all’indentro, a formare un imbuto, riempite di vino, birra e frutta mezza. Le altrimenti elusive creature delle cime, invisibili da terra, accorrono sotto il sole cocente.

Fuorviato da satiri e miraggi di ninfe ho abusato talvolta di tali inneschi, sommati alla vertigine causata dall’evaporazione istantanea del batuffolo di cotone. “Le farfalle volteggiano nel fitto dei fenomeni, nella cui ombra la pantera sogna”. Mi ricordai della frase di Jünger osservando una Euplagia quadripunctaria, la falena dell’edera che a Rodi popola la rinomata valle. Nel sottobosco brilla il reticolo fondamentale, l’intreccio tra la conoscenza e l’oscurità, nella radura.

Comprendere significa farsi uguale, i cacciatori lo hanno sempre saputo. In passato venivano usati i vapori di cianuro. Anche Bergounioux dice che avrebbe potuto usare il cianuro di potassio, lo trova molto comodo: se ne sigillano due o tre pezzetti nel gesso, in fondo al barattolo e questo dura a lungo, senza alcuna fosforescenza sentimentale.

Ancora prima, agli albori della scienza, gl’insetti s’infilzavano da vivi, con chiodi sottili piuttosto che spilli, e si lasciavano morire impalati come in un supplizio saraceno. Non venivano neppure preparati e seccavano senza simmetria nelle pose oscene dello strazio. Così hanno continuato a fare certi entomologi alle prime armi anche nel Novecento e già il suo maestro mise in guardia Piero Calamandrei che, per il collezionista coscienzioso, il difficile non sta nel trovarli quanto nel farli morire a regola d’arte.

Nel suo Inventario della casa di campagna tra cipressi e uliveti, durante la villeggiatura nel Chianti in compagnia della ieratica Mantis religiosa dalle zampe uncinate, racconta di quando si trovò alle prese col torace villoso di una grossa falena, forse una sfinge del convolvolo, che infilzò dall’alto fino alle zampette rattrappite, lasciandola per due giorni ad agonizzare sullo stenditoio. Inorridito dalla spiritromba ancora estroflessa e vibrante decise di lasciare ad altri lo studio degli insetti dedicandosi solo al proprio erbario.

“Il bene che gli entomologi vogliono agli insetti si manifesta prima di tutto nel modo delicato col quale sanno indirizzarli alla morte”. Così dicendo Calamandrei riconosce di non essere all’altezza del compito, non dotato della caritatevole precisione scientifica che dona la morte tramite l’etere e colloca gli insetti con religioso rigore nella genealogia binomiale linneana dei nomi latini.

Che gli insetti stessi siano una droga è tesi sostenuta da Gianluca Toro nel libro Insetti e sostanze psicoattive. Tra etno-entomologia ed etno-botanica, non solo perché sintetizzano sostanze che possono avere effetti allucinogeni su chi le ingerisce, ma anche in sé stessi. Nel Medioevo era diffusa infatti la credenza secondo cui l’ebbrezza, il delirio, la follia o in generale gli stati modificati di coscienza fossero indotti nella mente della persona dalla loro essenza demoniaca.

Una volta saldati i debiti con l’infanzia una società civile lascerebbe la possibilità di scegliere, invece che tra una polizza sulla perdita di autosufficienza o l’accanimento terapeutico, d’essere volatile, in cerca d’altri modi in cui esistere. Evaporare: avrei forse diritto se non al cianuro almeno a un’eutanasia legale. Più semplicemente all’etere. Qualsiasi stratagemma entomologico pur di rimaner nel sogno.

Copertina e illustrazioni: Tommaso Lisa, Vanitas (2020). Tre studi a matita su testa e pronoto di Ergates faber trovato morto sotto un tronco a Montegonzi nell’inverno del 2019.

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