Lampedusa: false tratte e false proposte

In un articolo sul Corriere della Sera del 4 ottobre, Fiorenza Sarzanini descrive così i “miliziani dei barconi”: “Tantissimi [potenziali migranti] vengono avvicinati dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere merce umana da imbarcare, che li convincono a seguirli”.  I migranti sono quindi “merce umana” inconsapevole, uomini e donne sprovveduti e incapaci di decidere del loro futuro. Persone da proteggere e vittime credulone di trafficanti-spacciatori.

 

Come invece nota Andrea Segre, la lezione che questo come molti altri interventi traggono dalla vista delle centinaia di cadaveri raccolti sulla spiaggia di Lampedusa è cosi riassumibile: “La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l’umanità che va fermato con tutti i mezzi”. I criminali e l’origine del male sono loro, i trafficanti senza scrupoli, e i paesi europei hanno la responsabilità morale di unirsi per fermare questo scempio.

 

Questa è tristemente la posizione politica dominante su Lampedusa. La commissaria agli Affari Interni dell’Unione Europea, Cecilia Malmstrom dichiara che la tragedia di Lampedusa mostra il bisogno “di intensificare gli sforzi per combattere le reti criminali che sfruttano la disperazione umana”. La vita delle persone - aggiunge - non può “continuare ad essere messa a rischio, su barche stracolme e non idonee alla navigazione”. L’organizzazione Mondiale per la Migrazione (IOM) fa eco con una simile presa di posizione, enfatizzando la responsabilità dei trafficanti a cui persone disperate affidano le loro sorti.

 

La domanda che resta inevasa è perché? Perché questi creduloni sprovveduti si affidano a barconi inaffidabili e a strozzini inumani? Francois Crepeau, giurista e rapporteur sui diritti dei migranti alle Nazioni Unite ha osato indicare l’elefante nella stanza: “La criminalizzazione dell’immigrazione irregolare ha giocato un ruolo importante nella tragedia di Lampedusa”.

 

La migrazione con i barconi è iniziata, guarda caso, nei primi anni novanta quando Spagna e Italia hanno introdotto l’obbligo di visto per cittadini del Marocco dell’Algeria e della Tunisia, che prima potevano circolare liberamente in quel Mediterraneo a cui appartengono (si veda qui per un po’ di storia).

 

Il discorso populista che figura apocalissi fatte di ondate di profughi poveri e analfabeti in canotto pronti a rubare il lavoro agli operosi europei in crisi non ha nessun riscontro né nei numeri, né nelle modalità. Come supportato da fiumi di letteratura, la maggior parte dei migranti cosiddetti “irregolari” non raggiunge l’Europa con i barconi, ma entra con un visto regolare e rimane oltre il periodo di tempo permesso.

 

Tutti sappiamo quanto il discorso politico sull’immigrazione negli ultimi decenni si sia securizzato, per non dire militarizzato: si parla di “combattere”,“pattugliare” la migrazione “illegale”, in un fiorire di lessico belligerante, dispiegato per difenderci dai dannati della terra.

 

E’ tempo di ammettere che questa battaglia contro la migrazione detta “illegale” è stata persa. Gli ingenti investimenti di denaro a livello governativo ed europeo (in primis con l’agenzia Frontex) non hanno ridotto la mobilita nel Mediterraneo -hanno solo modificato le rotte - e non hanno portato a più sicurezza.  Né per noi né per loro.

 

La facilitazione dell’immigrazione, invece, non soltanto farebbe scomparire la tratta di essere umani, ma trasformerebbe la migrazione da un problema di sicurezza a uno di politiche del lavoro e dello sviluppo, che è esattamente come dovrebbe essere trattata.

 

Favorire, e quindi anche gestire, la mobilità significa garantire il diritto a muoversi con dignità, a raggiungere un paese, lavorare, imparare. Significa poter tornare frequentemente senza paura di non riuscire più a partire, mantenendo cosi più stretti legami con il paese d’origine. Meno mitologia della sicurezza faciliterebbe anche quel tipo di migrazione detto circolare - sempre lodato sulla carta e tanto discusso proprio in questi giorni durante l’Alto Dialogo su Migrazione e Sviluppo delle Nazioni Unite.

 

Eppure, ancora una volta, il nome di Lampedusa viene usato senza vergogna per mobilitare altro denaro in progetti securitari come il nuovo sistema di sorveglianza Eurosur, attivo da dicembre, che  nelle parole di Cecilia Malmstorm “aiuterà i paesi a coordinarsi meglio e migliorare la sorveglianza per identificare e salvare le imbarcazioni”.   

 

Nessuna imbarcazione sarà salvata con queste politiche. Gli unici ben prevedibili effetti saranno aumentare il ricorso ai “miliziani dei barconi”, garantire meno protezione per i rifugiati di guerra e più morte nel mare nostrum.

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