Fuori scena
Giulio Paolini si è laureato lunedì 20 maggio in Storia dell’arte, corso triennale, presso l’Università di Torino a 85 anni. Studente anziano, residente da sempre nella città, come ha spiegato nel suo discorso. Una laurea Honoris causa, ovviamente, visto che Paolini è uno dei più stimati e famosi artisti dell’arte italiana, e internazionale, del secondo dopoguerra, una laurea che, stando alle parole della sua Lectio magistralis, è quanto mai aderente a quello che Paolini è: un artista che ha fatto della storia dell’arte il contenuto sia palese sia implicito del proprio lavoro. Con la modestia allegra che gli è consueta, Paolini ha esordito con quel dato anagrafico: “Giulio Paolini è nato a Genova il 5 novembre del 1940. Risiede a Torino”. Altro non ci sarebbe da dire, ha affermato subito dopo, visto che il discorso svolto davanti al pubblico di accademici, di ascoltatori interessati, amici, curiosi e altri studenti, si chiude con la medesima frase: “Giulio Paolini è nato a Genova il 5 novembre del 1940. Risiede a Torino”. Giulio Paolini non è solo un grande artista, ma un artista dotato di grande ironia, come si renderanno conto qui sotto i lettori. Lo mostra la stessa memoria infantile del suo arrivo insieme ai genitori dalla Liguria nella ex capitale d’Italia, coincidente con la caduta della guglia della Mole Antonelliana il 21 maggio 1953. Colpita da un forte nubifragio, il simbolo stesso della torinesità è decapitato improvvisamente, un incidente eclatante che collima con il gesto silenzioso e quasi invisibile della prima opera di Paolini realizzata a vent’anni non compiuti: Disegno geometrico, semplice squadratura della tela ricoperta d’una biacca bianca nel novembre del 1960. Un’opera che nella sua linearità contiene l’inizio e insieme il culmine stesso del suo lavoro, quasi la sua circolare conclusione, aspetto su cui è tornato innumerevoli volte – il concetto. Più osservatore della propria opera che non creatore e artista della medesima, Giulio Paolini ha realizzato nell’arco di oltre sessant’anni due eventi rarissimi: cominciare finendo e finire cominciando. Un paradosso borgesiano che il suo “relatore di tesi”, il prof. Fabio Belloni, ha ben mostrato nella sua prolusione della laudatio. Ci sarebbe molto da dire sull’opera di Paolini, cosa che però spetta prima di tutto ai critici e agli storici dell’arte – ma crediamo anche ai filosofi –, eppure non è per una ragione artistica che abbiamo pensato di pubblicare come editoriale di doppiozero la sua lezione di accettazione della laurea, bensì per lo stile con cui è stata scritta, la tonalità – meglio: il sottotono – con cui è stata letta, e poi per l’umorismo con cui si è rivolto agli ascoltatori. C’è nel lavoro di Paolini, come conferma questo testo, un senso etico e consapevolmente anti-narcisistico del proprio lavoro, prima di tutto nella forma, come in tutto ciò che Giulio Paolini fa, e ha fatto, con fogli, matite, statue, cavalletti, installazioni, riproduzioni, fotografie, eccetera. Una lezione di stile che contiene un afflato metafisico nel suo essere antimetafisico – la città di Torino, conclude, lo è ma in un modo tutto suo. Insomma, una cosa davvero rara, che ha trovato nella stessa cerimonia, così poco cerimoniosa, la conferma che la celebre frase del conte di Buffon, Le style est l’homme même, è stata pronunciata per annunciare l’avvento di Giulio Paolini, nato a Genova il 5 novembre 1940.
Laurea Honoris Causa, Università degli Studi di Torino
20.05.2026
Magnifica Rettrice, Docenti tutti, Studentesse e Studenti, Signore e Signori,
Vorrei, innanzitutto, ringraziare il Consiglio Accademico per aver voluto attribuire alla mia persona questo inatteso riconoscimento. Al Professor Fabio Belloni va la mia commossa gratitudine, a lui si deve l’iniziativa di questa onorificenza. Per i suoi scritti e, oggi, per la sua Laudatio, si conferma una voce preziosa nel panorama degli studi sull’arte italiana.
“Giulio Paolini è nato a Genova il 5 novembre del 1940. Risiede a Torino”. Nulla sarebbe necessario aggiungere per quanto attiene alla mia nota biografica. Oggi, tuttavia, vorrei ripercorrere con voi la mia felice relazione con questa città.
Giunsi a Torino con la famiglia, nel 1952, a dodici anni, in tempo per assistere, il 23 maggio 1953, alla caduta della guglia della Mole Antonelliana, a causa di un forte nubifragio. Sento ancora il fragore assordante nelle mie orecchie di ragazzo. Da allora non posso evitare di accertare, con un rapido colpo d’occhio, che la Mole sia tuttora al suo posto.
In quegli anni, durante le vacanze, trascorrevo intere giornate solitarie nelle sale dei musei a Genova: ricordo che una volta fui riconsegnato ai genitori che vennero a prelevarmi dopo l’ora di chiusura. Frequentavo anche le chiese romaniche seminascoste tra i vicoli dell’antica città, in particolare quella consacrata ai S.S. Cosma e Damiano, uno spazio vuoto, perfetto.
A Torino, pochi anni dopo, visitavo con molta impazienza le mostre intitolate “Pittori d’oggi Italia-Francia”, organizzate dalla Promotrice di Belle Arti, dove ebbi occasione di vedere, ad esempio, alcune opere di Osvaldo Licini e dell’École de Paris.
All’epoca, in Piazza San Carlo, la biblioteca americana dell’USIS (United States Information Service), purtroppo chiusa nel 1963, rappresentava per me un luogo sacro dove divorare monografie e riviste quali “Art International” e “Art News”; in quella sala di lettura scoprii, tra gli altri, Jasper Johns, Sol LeWitt e Cy Twombly, artisti essenziali per orientare le mie conoscenze di quell’America che fu.
Nel novembre 1960, a vent’anni non ancora compiuti, mi appartai nella stanza segreta dell’abitazione di famiglia, in Via Giolitti 19, per realizzare la mia prima opera “autentica”: “Disegno geometrico”, un disegno a inchiostro tracciato con un tiralinee e un compasso sulla tela dipinta a tempera bianca, ovvero una convenzionale squadratura della superficie rettangolare. La mia ossessione era quella della radicale spersonalizzazione dell’opera, il gesto doveva essere limitato all’indicazione delle condizioni di inquadratura spaziale in cui il quadro poteva nascere. Fu una vera e propria dichiarazione d’intenti (me ne resi conto dieci anni più tardi con la mostra “Un quadro” alla Galleria dell’Ariete, Milano, 1970). “Disegno geometrico” definì il paradigma concettuale e il punto di eterno ritorno dell’intera mia ricerca.
In quegli anni frequentai con curiosità le mostre alla Galleria Notizie, il cui titolare, Luciano Pistoi, dovette diventare mio caro amico. Per merito di alcuni protagonisti come Luciano Pistoi, appunto, Gian Enzo Sperone, Christian Stein... e poi, seppure a certa distanza, Giulio Einaudi, Italo Calvino, Carla Lonzi, Corrado Levi, Saverio Vertone, la Torino degli anni Sessanta rappresentava un osservatorio davvero unico e privilegiato. Eccezione alla regola: la mia prima mostra personale si tenne tuttavia a Roma, alla Galleria La Salita nel 1964.
E venne il tempo dell’Arte povera. A Torino furono due le mostre cardinali curate dal mai dimenticato Germano Celant: “Conceptual Art, Arte Povera, Land Art” alla Galleria Civica d'Arte Moderna nel 1970 e “Coerenza in coerenza. Dall’Arte Povera”, nel 1984, alla Mole Antonelliana (qui ebbi a conoscere l’Architetto Mariano Boggia, che da allora è il mio insostituibile assistente).
Quando Germano, che conobbi nella seconda metà degli anni Sessanta, mi invitò a partecipare alle mostre dell’Arte povera, non ero un esordiente, ma avevo già la mia piccola anzianità di servizio. Non ho il minimo pentimento di aver aderito a quella tendenza, con cui peraltro non mi sono mai completamente identificato. Voglio dire che da sempre il mio lavoro ha conosciuto un’inclinazione diversa, cosiddetta “concettuale”: non tanto orientata sul gusto dei materiali, ma piuttosto fedele alle radici della storia dell’arte.
Tra le pareti del mio studio di Via Po posso contare sugli strumenti di lavoro più fedeli (matite, squadre, compassi...). Lì riesco a fingere di esistere, a mettere ordine tra le mie carte: in verità, mettere in scena un finto e calcolato disordine per farmi credere di essere all’opera.
Non so perché ma ho sempre provato un certo imbarazzo nel considerarmi – come invece tutto o quasi sembra ormai confermare – un artista. Un curriculum invidiabile, titoli e risultati conseguiti non mi autorizzano ad avere alcun dubbio. Sono, o comunque sono ritenuto, un artista.
Sarà per la mancata formazione specialistica, la propensione a osservare più che a produrre o una pura questione di carattere... il fatto è che, al di là di tutto, mi sento più spettatore che autore.
Non so dire quante opere siano venute alla luce nei diversi studi dove ho trascorso la mia vita (su questo, la parola a Maddalena Disch che, da oltre trent’anni, studia e archivia mirabilmente le mie opere). Certo, fu nello studio di Via Cernaia, nel 1975, che vide la luce la prima delle “Mimesi”, qui lo scambio di sguardi tra le due figure identiche interroga le ragioni dell’esistenza stessa dell’opera e del suo farsi attraverso il nostro sguardo. Quando metto uno di fronte all’altro due esemplari identici di una stessa scultura antica non voglio essere l’artefice o il riscopritore di quelle sculture, ma l’osservatore che coglie la distanza che le divide, quindi tutte le possibilità di rapporto o di assenza di rapporto che si determinano tra loro, tra quell’immagine e noi.
Il ciclo di opere, intitolate “Delfo”, mi accompagnano da (quasi) sempre. Si tratta di cinque diversi lavori fotografici realizzati tra il 1965 e il 2022. L’artista (io stesso) propone il suo ritratto, ma si sottrae alla propria identità: al tempo stesso c’è e non c’è. Seminascosto, quasi eclissato, abdica al ruolo attivo di demiurgo che compete all’artefice e assume la posizione contemplativa dello spettatore.
Chi interroga questo enigmatico “oracolo” – il titolo evoca il santuario della Grecia classica in cui aveva sede il famoso oracolo delfico di Apollo – non riceve alcun responso. Di fronte alle aspettative dello osservatore, l’autore incrocia le braccia: non ha nessuna verità da dichiarare. Anzi: sembra assumere egli stesso la parte di chi attende una risposta. Invece di esercitare l’“arte della divinazione”, l’autore-oracolo formula una domanda sul rapporto stesso che intercorre tra lo spettatore e il quadro, o tra il quadro e l’autore. Non mette in gioco il passato né il futuro, né il mondo né tanto meno il proprio io: all’espressione e alla comunicazione, preferisce il silenzio dei quesiti senza risposta, la riflessione sull’esserci e non esserci rispetto a se stesso, alla sua opera e allo spettatore. Riflettendoci ora, mi accorgo come debba dichiararmi qui debitore di queste riflessioni all’amico filosofo Gianni Vattimo, mio prezioso interlocutore per tante stagioni passate.
Vorrei ora nominare un’opera esposta in una recente personale al Castello di Rivoli, nel 2021, che, oserei dire, chiude il cerchio della mia produzione, “Le Chef-d’œuvre inconnu”, essa traspone in scala ambientale la squadratura realizzata in “Disegno geometrico” nel 1960. Con questa nuova interpretazione della mia “opera prima”, amplifico non solo l’immagine del mio primo quadro – trasformandola in uno spazio percorribile – ma anche la potenzialità e gli assunti. I cavalletti e il tracciato al suolo, come pure i disegni a parete che moltiplicano il modulo originario, ribadiscono il concetto di fondo di “Disegno geometrico”: la squadratura (di)segna lo spazio della rappresentazione destinato ad accogliere qualsivoglia figura o immagine. Analogamente, l’inquadratura dei passe-partout pone in risalto la finestra entro la quale può inscriversi qualsiasi rappresentazione, evocata attraverso i frammenti d’immagine. Di fronte allo spazio scenico, designato a ospitare un accadimento visivo, restiamo in condizione di attesa: il punto focale è qui l’elemento sospeso in alto, che tiene letteralmente in sospeso l’eventualità che qualcosa possa o meno depositarsi in una visione compiuta.
Come nel mio quadro d’esordio, del 1960, mi limitavo a proporre la falsariga di una rappresentazione potenziale, così anche “Le Chef-d’œuvre inconnu” presenta, nel suo insieme, l’impalcatura di un’opera presunta – il palcoscenico di uno spettacolo a venire limitandosi cioè ad annunciare un “capolavoro sconosciuto”. Esso si frantuma nel momento in cui crediamo di riconoscerlo, come ricorda il titolo che ho voluto attribuirle, una citazione del racconto di Honoré de Balzac.
Per finire, non posso ignorare il mio debito verso i Musei della città, mi riferisco alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e al Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea. In particolare, permettetemi un pensiero di affetto e gratitudine verso l’amica di sempre, la qui presente Ida Gianelli, direttrice a Rivoli dal 1990 al 2008.
Il biglietto d’ingresso al museo è un lasciapassare per la “folgorazione dell’anima”, non per l’apprendimento... Appena superata la soglia, allo sguardo capita abitualmente di cogliere una visione di insieme dove la quantità si impone a tutta prima sulla qualità dei quadri alle pareti. Devo confessare che è proprio questa la visione che più mi attrae e mi convince, prima ancora di accedere all’osservazione dei singoli elementi che la compongono. L’esistenza (qui o altrove) di quei quadri (quelli o altri ancora) è la conferma desiderata, l’effettiva constatazione di un mondo parallelo, senza ingombro e senza peso – appunto sospeso – un ordine misurato e silenzioso contrapposto al germinare organico e casuale di ogni accadimento naturale. Non importa se non arriviamo a percepire una ad una ogni singola immagine. Anzi, è proprio questo il privilegio, l’incanto, la visione da cogliere, visione mentale, certo, ma quale visione non lo è?
Se l’opera non risuona, non “parla”: inutile il rumore della collezione, meglio allora il silenzio.
Dunque, in conclusione, cos’altro aggiungere: col tempo ho preso distanza da me stesso, tanto da potermi osservare da fuori.
Nessun traguardo è mai sembrato così lontano, irraggiungibile o addirittura capovolto come ora ci appare. Non ci resta che disegnare la vita (in tempo reale) o dipingere la morte (in proiezione ideale). Eccomi allora colto nell’ultima trasferta.
Dall’esilio al ritiro, il passo è breve: niente, nessuno può cogliermi dal vero e neanch’io riesco a dare consistenza, verità alle cose che vedo.
“Giulio Paolini è nato a Genova il 5 novembre del 1940. Risiede a Torino”. Tutto qui, dicevo in apertura e ora concludo: vivo a Torino da sempre, un “sempre” più simbolico che anagrafico: vi trascorro i miei giorni tra i sobri ed eleganti edifici della città e un tracciato urbanistico di una certa discrezione e ortogonalità che invita a una silenziosa moderazione, a una dimensione “metafisica”, vorrei dire, che credo di avere in certo modo ereditato.
Grazie a tutti voi.
In copertina, Le Chef-d’œuvre inconnu 2020, Foto Agostino Osio.