Il desiderio di Francesco Piccolo

Il titolo dell’ultimo libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, rivela non tanto un’ambizione politica più o meno discutibile, ma più precisamente un sentimento privato. Il racconto è infatti incentrato attorno al bisogno di un desiderio (come per altro nel romanzo che lo precede, La separazione del maschio) e non di una volontà, sentimento più fortemente politico. E non è un caso che l’educazione politica e sentimentale dell’autore spesso s’intrecci davanti a quel totem che è la televisione, tanto più in Italia.

Piccolo, chiuso in casa, seduto in camera dei genitori o nel salotto, non partecipa, ma guarda e gli avvenimenti storici diventano eventi televisivi. Così è per gli eventi sportivi che formano in maniera traslata la sua identità politica e così è per i funerali di Berlinguer. Io ho visto e non Io c’ero, quasi un riassunto del sintomatico atteggiamento della sinistra italiana degli ultimi trent’anni, osservatrice incapace d’incidere nella realtà italiana e nel suo conseguente tracollo, se non forse nella costituzione di un senso di colpa ormai anch’esso distintivo del suo spazio politico.

 



In questa perversa idea della politica vista da lontano si rivela una vera e propria separazione dell’autore che al sentimento di comunanza con i più deboli oppone la propria necessaria definizione di autonomia fino a far slittare il testo in un capovolgimento che finisce a volte per prediligere chi invece si avrebbe intenzione di combattere.

Francesco Piccolo non è uno sprovveduto e le banalizzazioni storiche che in certi casi affiorano nel libro (dall’idea vetusta di un primo Craxi modernizzatore al racconto di una militanza comunista spesso molto parodistica) sembrano più che altro tese a una poetica che racconti l’Italia provinciale e adolescenziale lontana e aggrovigliata che sempre ha fatto fatica a comprendere cosa avviene al centro. Una difficoltà che ha sviluppato quello sguardo attento e curioso, ma anche tendenzialmente autarchico e individualista che plasma sempre più il carattere degli italiani di cui non a caso la televisione è il principale portatore.

 



Un limite del testo di Piccolo è proprio l’estrema fiducia che la distanza aiuti a comprendere meglio le cose anche quando è una distanza dettata da sfiducia, incomprensione e più in generale da mancanza di volontà, di partecipazione. Stare due passi indietro, togliersi dal contendere non sempre aiuta a mettere a fuoco, soprattutto in un paese tanto complicato e ricco di sovrapposizioni come è l’Italia.

Non è detto che mettendosi sulle spalle dei giganti si possa vedere più lontano, soprattutto se si confondono i giganti con chi non lo è. Piccolo critica fortemente la politica di Enrico Berlinguer, ma lo fa comunque oggetto di una vera e propria agiografia. Fraintendendo storicamente così un uomo che come aveva ben intuito Roberto Benigni aveva la leggerezza di una piuma e proprio per questo andava preso in braccio, invece di appesantirgli le spalle come dalla sua scomparsa si continua a fare.

Difficile è trovare le lenti giuste, ma rifugiarsi nell’esperienza individuale, nell’intima e comoda certezza dei propri limiti, nella separazione tra ciò che fa per sé e ciò che sarà per gli altri non è forse la soluzione migliore. Piccolo sembra quasi difendersi nell’ultima parte del libro dal disagio di una felicità conquistata non a scapito, ma semplicemente senza gli altri. Una felicità che si pretende garantita grazie a un elogio, non si sa quanto strategico, della superficialità che si svela nel rapporto che va costruendosi con la compagna. Un desiderio di superficialità che tradisce la paura che tutto, anche questa rara felicità, possa sfumare come è sfumata l’identità politica.

 



Il desiderio di essere come tutti è un libro che non racconta molto di più della storia di questo paese, e in modo non sempre perspicuo (o chiaro), tuttavia la capacità che ha di attrarre fraintendimenti non è data solo dalla forma, che vede il libro all’interno di una collana solitamente riservata alla letteratura tout court, ma risiede in qualcosa di più profondo che appartiene alla lingua autoriale di Francesco Piccolo, a uno stile che fa del racconto a cerchi concentrici un modo non per raccontare il punto finale al centro, ma piuttosto il confine che si viene a tracciare.

Un movimento evidente in tutti i libri di Piccolo che ha i limiti di uno sguardo che ambisce alla precisione, ma la cui indolenza mostra in alcuni frangenti contraddizioni tanto poetiche quanto reali, tra cui la sensazione che se si è stati comunisti in Italia lo si è stati principalmente perché il comunismo in Italia non esisteva. Il che, certo, dice bene dello stato di sogno dentro cui si sperava di far cambiare in meglio il paese, ma rivela anche che in una storia che non ha visto né vinti né battuti, ma solo dispersi, ognuno ha dovuto ricostruire, prima per sé che per gli altri, quello che è stato, senza mai riuscirci in modo soddisfacente. Il tempo di una nuova appartenenza ormai è perduto, almeno allo sguardo di chi troppo presto e troppo spesso si è tenuto alla larga.

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