Romantic Italia

Lucio Dalla una volta ha detto: “Le canzoni poi sono una cosa minima ma quando ti agguantano …”. Lo disse durante il concerto Work in progress raccontando la commozione e l’invidia che provò ascoltando per la prima volta Santa Lucia di De Gregori. Dalla parla per un paio di minuti – se dovesse venirvi voglia di cercare il video su youtube non lo trovereste più, purtroppo, ed è un peccato, perché Dalla sapeva anche raccontarla oltreché cantarla – e riesce a portarci dentro quel pezzo in una maniera unica. Lucio, ascoltatore in quel momento, come tutti noi, dovette accostare la macchina e fermarsi perché la canzone lo aveva agguantato. “Se fossi uno stronzo vi direi che ho pianto, ma siccome sono uno stronzo ve lo dico”. Questo frammento mi è tornato in mente appena ho cominciato a leggere l’introduzione a Romantic Italia (minimum fax, 2018) che la stessa Giulia Cavaliere scrive. Ho capito che l’autrice ha ben presente l’importanza di quella cosa minima e di come ci accompagni, ci aiuti, ci rappresenti, ci dica qualcosa di noi, ci sconvolga e chissà che altro ancora nel corso della nostra vita. Siamo fatti della stessa melodia delle canzoni che abbiamo ascoltato, arrangiati più o meno bene a seconda delle nostre ragioni e stagioni.

«[…] nella mia cameretta io salvavo le canzoni dall’invisibile e incombente macero del tempo e loro salvavano me dalla fatica dolorosa di descrivere e dire, da sola, l’indescrivibile e l’indicibile.»

Già.

 

Cavaliere mette in guardia i lettori e li rassicura; la scelta dei brani è ovviamente molto personale e non potrebbe essere altrimenti, io stesso avrei sostituito alcune canzoni con altre, ma veramente poche. Le canzoni romantiche appartengono a chi le ha ascoltate e a chi se le è portate appresso. È la musica leggera, bellezza, come Cavaliere stessa scrive. Quello che il sottoscritto e i lettori non sarebbero in grado di fare è costruire un libro come questo che si regge su un perfetto rapporto analisi critica / sentimento; un libro che ci porta per mano in più di cinquant’anni di canzoni italiane d’amore, che ci spiega qualcosa intanto che ci ricorda di noi. Lo fa attraverso una prosa bella, armoniosa, che non indugia in retorica o svenevolezze, ma che induce invece a un ritorno sentimentale, che sa di jukebox e di divani dai quali abbiamo guardato le finali di Sanremo con gli amici, innamorandoci cantando in coro “La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare te …”.

È evidente che per invogliarvi a comprare il libro mi basterebbe fare un copia e incolla dell’indice, ma non siamo venditori, siamo cani romantici, siamo malinconici ascoltatori di canzoni alla radio, siamo quelli che hanno ricopiato parti di testi sul diario per poi mostrarli alla compagna di banco nel vano tentativo di fare colpo con il ritornello giusto. 

 

 

Nel libro troverete Lucio Battisti e Nilla Pizzi, De Gregori e De André, Tenco e Conte, Umberto Bindi e Rita Pavone, Gino Paoli e Mia Martini, Guccini e Carboni, i Baustelle e Nada, Anna Oxa e Fossati e Venditti, e i Pooh, e Modugno, e Ciampi, e Vasco Rossi, e i Decibel, e Califano, e Gaetano, e Rettore e Bertè, e Umberto Tozzi, e Morgan, e Battiato. E così via.

Li troverete con una canzone o con più canzoni, con la vostra canzone preferita e con una che non avrete mai ascoltato, con una che detestate (a me è successo), con una che avreste voluto ascoltare meglio, con un’altra che vi sarebbe servita in un momento diverso della vita. Con i capolavori che ci risolvono le giornate da molti anni, e in Romantic Italia di capolavori ce ne sono diversi.

 

Giulia Cavaliere sceglie quasi tutti brani che hanno significato un cambiamento nella percezione della canzone d’amore, uno scatto in avanti, e per ognuno di questi brani contestualizza il periodo storico, svela un aneddoto, ci racconta un dettaglio del testo che ci era sfuggito (pur conoscendolo, noi altri fissati, a memoria), ci spiega la particolare innovazione di un arrangiamento o di un uso nuovo di una parola. 

Si comincia con la sottovalutazione totale di Un’avventura di Battisti, brano, secondo i critici del tempo, destinato a essere dimenticato in un lampo, brano che invece fu un punto d’unione tra la classica canzone d’amore e l’innovazione musicale e testuale. Tutto racchiuso in quel “perché io sono innamorato / e sempre di più”, di una semplicità straordinaria eppure sconvolgente, come sempre è stato Battisti. 

Non poteva mancare Rimmel di De Gregori che arrivò a insegnare un nuovo modo di scrivere la canzone d’amore. Dopo Rimmel tutto è cambiato. Il brano (come succede con altri nel libro) parla con un altro capolavoro del cantautore romano, Cardiologia, scritta trentuno anni dopo, “si gioca per vincere e non si gioca per partecipare”. Cavaliere scrive che De Gregori risponde al se stesso lontano. L’innovazione di Luigi Tenco, il capolavoro senza inciso di Gino Paoli: Il cielo in una stanza, il prepotente arrivo sulle scene di La voce del padrone di Battiato, il preciso istante in cui in un testo di musica pop precipitarono i gesuiti e gli euclidei. Brani che tutti sapevano a memoria e cantavano e ballavano, senza sapere cosa fosse il senso del possesso prealessandrino, ma a chi gliene importava. E mi ricordo una festa data da amici dei miei genitori in cui tutti, dai trentenni ai sessantenni ballarono per tutta la sera l’intero album, cantandolo a memoria, tra lo stupore di due bambini che eravamo io e mia sorella. 

 

Cavaliere ci ricorda la gratitudine che dobbiamo a Franco Battiato e agli altri. Ci fa provare malinconia ripensando al talento di Morgan e a quel disco stupendo che è Le canzoni dell’appartamento. Ci spiega la capacità dei Baustelle di reinventare il colto nel pop, di far struggere e ballare, e far cantare per mesi interi al sottoscritto (e non solo) le loro canzoni, il caso più recente è Baby. La commozione che ci prende a ripensare a Mia Martini e alla sua versione di La costruzione di un amore, scritta e cantata poi da Ivano Fossati, e al tormento della loro storia d’amore. Fossati poi presente, in altri capitoli, con alcune delle canzoni assolutamente indimenticabili degli ultimi quarant’anni, come Pensiero Stupendo o Un’emozione da poco; interpretate dalle stupefacenti Patty Pravo e Anna Oxa. La delicatezza di Sergio Endrigo, quanto siamo stati fortunati. E Jannacci – unico – che ci manca tanto. Il Baglioni di Strada facendo che mi rimanda a un altro Baglioni, quello che faceva ballare mia mamma con me in braccio passi di felicità. Potrei andare avanti a lungo, ma voi sareste già altrove con il libro in mano e i dischi che suonano.

 

Tra le tante, lascio per ultima Cara di Lucio Dalla, che è a mio avviso la più bella canzone italiana di sempre. Un brano struggente e misterioso, come ribadisce Cavaliere, magico e inafferrabile. Mi pare che introducendola a un concerto a Piacenza, Dalla disse, più o meno: “Dovete chiudere un po’ gli occhi e immaginare quello che volete, tanto quello che volevo io l’ho già immaginato quando l’ho scritta”. 

«Le immagini si susseguono e non dipendono mai una dall’altra ma riescono a comporre un quadro sentimentale struggente, a suo modo devastante, capace di farci percepire i sensi mossi da questo incontro, dalla sua inevitabilità attraverso i tempi, dalla sua fatalità.»

Già, di nuovo.

Cavaliere ha scritto un bellissimo libro, importante per la storia della nostra canzone e per noi, che siamo ritornati nelle nostre camerette e nelle nostre cucine, durante i pranzi del sabato e la radio appoggiata sul frigorifero che trasmetteva la Hit-Parade.

“Io qui che sto morendo e tu che mangi il gelato”. La forza minima e inarrivabile.

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