La guerra di Bradley Manning

Nell’occasione dell’incriminazione di Bradley Manning e della nuova release da parte di Wikileaks di documenti che rendono evidente chi viola la legge e chi la difende negli Stati Uniti, ripubblico questo post del luglio scorso. Anche perché non mi pare che nel frattempo sia stato pubblicato molto altro su Bradley Manning e la sua vicenda. 

 

Oggi è finalmente possibile avere un quadro chiaro della vicenda che ha visto coinvolti il soldato americano Bradley Manning e Wikileaks nella divulgazione di un filmato che prova un massacro americano in Iraq, spacciato invece per uno scontro tra bande locali, e soprattutto degli ormai famosi cable, le centinaia di migliaia di messaggi che le sedi diplomatiche americane hanno diramato nel corso di diversi anni. Il documento principale sul quale ci si può fare un’idea della vicenda e dei suoi protagonisti è rappresentato dalla copia di colloqui su una chat IRC tra Manning e Adrian Lamo, incautamente scelto da Manning come confidente in momenti di grande difficoltà emotiva.

 

 

Il documento costituisce la principale prova a carico di Manning, ormai noto da tempo in alcune sue parti e ora pubblicato integralmente. Non è dato sapere se i suoi accusatori abbiano qualcosa di più, anche se un documento del genere, qualora ne sia accertata la genuinità è sicuramente già molto compromettente, quello che sappiamo è che Bradley Manning è da mesi sottoposto a un regime carcerario durissimo senza che ancora siano state formalizzate imputazioni e senza che i suoi avvocati abbiano potuto far nulla, nemmeno per alleviare le condizioni di detenzione di una persona che appare ormai del tutto innocua e schiacciata da grossi problemi psicologici, che è trattata come il più feroce degli ospiti di Guantanamo pur essendo cittadino statunitense.

 

Per gli Stati Uniti Manning è un traditore e su questo molti non vogliono nemmeno discutere, ma la violenza con la quale il governo l’ha investito ha più il sapore della vendetta e della punizione esemplare che della giustizia. Identica conclusione si può trarre sull’accanimento ai danni di Julian Assange, che proprio dalle parti fino ad ora sconosciute di questo dialogo emerge invece come non imputabile dalla giustizia americana e innocente anche per l’accusa di essere il responsabile della cattura di Manning. Una calunnia smentita esplicitamente da quanto scritto nelle sue confidenze dallo stesso Manning, che però ha potuto circolare e diffondersi incontrastata proprio grazie alla pubblicazione a puntate di queste sessioni di chat. Per questo si può agevolmente individuare una bella responsabilità in capo alla rivista Wired, che non solo ha pubblicato le confidenze di Manning, ottenute da Lamo sotto il vincolo del segreto come quello “di un giornalista o di un prete” e che lo stesso Lamo ha promesso che non avrebbe mai pubblicato, ma ha anche seguito un timing per la pubblicazione evidentemente gradito alle autorità americane.

 

Lo dimostra il fatto che quando Assange è stato oggetto di accuse che a Wired sapevano essere infondate, nessuno si è scomodato a smentirle. Il che fa stracci anche della giustificazione di Wired, che dice di averle pubblicate a puntate per rispetto alla privacy di Manning, solo ora ormai compromessa. Non per niente Wired ha omesso di pubblicare fino a ieri le promesse di non-pubblicazione e ha lasciato che Lamo si esibisse come fonte autorevole e onesta sul caso.

 

 

Non c’era niente che potesse ledere la privacy di Manning nelle promesse da marinaio di Lamo, ma c’erano frasi che potevano ledere l’immagine di Wired, segnalando la rivista per un’azienda con pochi scrupoli che si serve di reporter che ingannano e denunciano le fonti. Il quadro d’insieme che ne risulta è quello di un giovane animato da questioni di coscienza, che reagisce all’ipocrisia del sistema mettendone in piazza i segreti, tutto qui anche se non è poco di questi tempi. Segreti trovati incustoditi su una piattaforma informatica alla quale hanno accesso quasi un milione di militari e contractor americani delle varie agenzie. Un’infrastruttura alla quale la truppa accedeva liberamente senza alcun controllo, usando il sistema militare come se fosse il computer di casa. Manning non ha avuto bisogno di espedienti da hacker per sottrarre i dati che poi ha passato a Wikileaks, gli è bastato sovrascriverli su CD musicale, come facevano i tanti che attraverso quella rete scambiavano materiali multimediali personali e non in grande quantità.

 

I militari non hanno potuto fare a meno di notare che, come Manning, molti altri militari e non potrebbero aver attinto inosservati al tesoro e averne venduto pezzi di valore a nemici o concorrenti Ma non se ne discute in pubblico per non amplificare il fallimento, che già così è terrificante.

 

Partendo da questa realtà e dai dettagli confidati da Manning si possono fare moltissime considerazioni accessorie, molte delle quali sviluppate da lui stesso con evidente padronanza delle questioni sulle quali s’esprime, a cominciare dall’inesistente sicurezza dell’infrastruttura informatica militare. C’è da stupirsi che finora sia spuntato un solo Bradley Manning fino a oggi e questo il governo americano lo sa, così come sa che non può mettere una pezza in tempi brevi a un sistema costruito per essere aperto alla comunità americana che opera in proiezione all’estero, sia sui campi di battaglia che sui divani delle ambasciate o delle camere di commercio. Probabilmente il trattamento disumano di Manning altro non è che la punizione esemplare a cercare di terrorizzare eventuali emuli.

 

 

Non è moderno, è noto che non offre garanzie d’efficace deterrenza, ma altre opzioni per limitare i danni non ci sono e il degrado della civiltà giuridica statunitense permette questo ed altro, Guantanamo è ancora lì e ne hanno aperte altre. C’è poi il ruolo e la figura di Lamo da notare. Manning arriva a Lamo grazie a un articolo di Wired, nel quale Lamo veniva presentato come personalità tormentata, un hacker che vive un’omosessualità ancora immatura e tumultuosa. Tra le referenze Lamo poteva anche vantare agli occhi di Manning quella di essere stato oggetto di accuse governative, poi ritirate in merito a introduzioni illegali nei sistemi informatici, in quelli del New York Times. Lamo manipola Mannning, ne ottiene la fiducia e si rivolge subito alle autorità americane, che tramite lui sottopongono Manning a un vero e proprio interrogatorio nel quale svela cos’ha fatto e come lo ha fatto, oltre a scagionare implicitamente Assange e Wikileaks, che possono continuare ad affermare che nessuna delle loro fonti è mai stata compromessa da comportamenti di Wikileaks senza tema di smentita.

 

Gran parte della curiosità di Lamo e del governo è rivolta proprio ad Assange, con domande su come si può contattare, sulle procedure e i server di cui si serve per tenere i contatti con le fonti di Wikileaks, su come si sia comportato e su quali scopi abbia vantato. Se per molti americani Lamo è un patriota, per buona parte dell’opinione pubblica mondiale, che in Manning riconoscerà un eroe positivo, Lamo vestirà invece i panni del traditore, dello spergiuro e di chi ha approfittato della tumultuosa crisi esistenziale che ha travolto Manning. E infatti sul suo profilo di Facebook glielo dicono in parecchi.

 

Manning cerca conforto e ascolto, schiacciato tra la paura per le conseguenze del suo gesto di ribellione e la depressione scatenata dalla sua sostanziale solitudine, per non parlare delle difficoltà poste dalla decisione di avviarsi verso un cambiamento di sesso. Un altro peso è il fallimento della sua carriera militare, che comunque teneva in gran conto come zattera di salvataggio da una vita grama e da un’infanzia tribolata. Cerca ascolto e confronto in Lamo, che conosce per un coetaneo omosessuale e coinvolto in attività simili alle sue, è lui a cercare d’accreditarsi presso Lamo, ad affidargli i suoi segreti, malamente. Un errore di valutazione sicuramente frutto di un rovescio emotivo, Manning è lucido, meticoloso e accorto, ma con Lamo sbaglia clamorosamente persona e rinuncia a ogni cautela, consegnandosi così nelle mani del governo americano.

 

 

Il bisogno di confidarsi lo spinge a tradirsi affidandosi a un traditore, che lo seduce dicendogli che è carino mentre lo vende al governo e a Wired. Qualcuno potrebbe dire che è il bisogno del criminale di veder riconosciuta la propria opera a spingere Manning, ma dal tenore della conversazione è chiaro che il centro dei problemi di Manning sta nella sua difficoltà nelle relazioni personali e nel suo riflettere sulla decisione di cambiare sesso. Non è per esibizionismo che si confida con Lamo, al quale anzi affida il dilemma etico vissuto assistendo a un gran numero d’inganni e alla successiva decisione di diffondere i cable. Sono le sue esperienze sul campo a segnarlo e a spingerlo al “tradimento”, quando il suo lavoro lo porta a scagionare un gruppo d’iracheni arrestati per aver criticato il governo, i suoi superiori gli dicono di lasciar perdere ché il numero degli arresti in quel periodo rischia di non raggiungere gli obbiettivi fissati dal comando americano. O quando vede dai monitor due elicotteri americani che massacrano per sbaglio un gruppo d’iracheni, tra i quali due giornalisti e poi ritrova sul New York Times il racconto della vicenda trasformata in uno scontro a fuoco tra bande, nel quale hanno trovato la morte accidentalmente i due reporter. 

 

Manning si definisce un umanista, viene da un paese nel quale la sua vivace intelligenza lo aveva reso l’unico non adepto al Dio locale, l’unico ateo. Vive a lungo una condizione di sostanziale solitudine, con genitori che hanno problemi d’alcolismo e che infine si separano. Come molti suoi coetanei sublima questa solitudine attraverso lo studio dell’informatica e della comunicazione Internet, si dota di un’etica robusta e dignitosa. Basso, timido, con auto-dichiarate difficoltà di relazione, Manning entra nell’esercito americano a nemmeno 20 anni. A 22 è in Iraq, dove grazie alle sue competenze informatiche serve in un battaglione che si occupa d’intelligence e di tracciare e spiare le comunicazioni. Riceve un encomio per la cattura di un importante ribelle iracheno, ma qualcosa in lui si rompe.

 

Turni di quattordici ore in uno spazio angusto spalla a spalla con colleghi e ufficiali, per sette giorni alla settimana, per otto mesi, troppo. Non è la sua omosessualità a procurargli problemi con l’esercito, secondo Manning almeno la metà dei suoi colleghi erano omosessuali, quanto il progressivo degradarsi del suo equilibrio emotivo. Coinvolto in una guerra che non approva, scopre l’enorme ipocrisia della retorica patriottica attingendo direttamente ai documenti del governo, assistendo con occhi e orecchie potenziate dalla tecnica ai crimini dell’esercito americano in Iraq, alle ruberie, alle operazioni brutali e all’applicazione di strategie insensate, e non regge.

 

Non gli può essere di nessun aiuto nemmeno l’esercito, lo mandano da un prete di battaglione quando comincia a farsi irrequieto Il suo umanesimo lo fornisce di un codice morale che gli rende intollerabile quello che vede, capisce come può provare a cambiare qualcosa e decide di farlo, ben cosciente dei rischi. Ma poi non regge, prova gioia per lo scandalo suscitato dal video del massacro dagli elicotteri, spera che la pubblicazione dei cable apra la strada a una nuova postura statunitense e che apra un dibattito degno di questo nome sulle questioni rilevantissime che metteranno in luce. Ma allo stesso tempo comincia a provare disagio per il proprio corpo di maschio e cumula lo stress dei lunghi periodi di battaglia elettronica in un ambiente malsano. La speranza di Manning in un cambiamento per ora è andata delusa, l’America che non si è rimessa in discussione dopo il crack finanziario non ci ha pensato proprio ad aprire un dibattito pubblico su una gestione della politica estera improntata all’arrogante ingerenza e al disprezzo delle leggi nazionali come di quelle internazionali o degli altri paesi.

 

 

Il paese che doveva vestire il ruolo di “poliziotto del mondo” nelle discussioni post-1989, sembra trovarsi benissimo ad agire come una cosca mafiosa, corteggiando, blandendo o minacciando i governi degli altri paesi pur di attuare piani che non sono per niente intitolati alla “esportazione della democrazia” o alla “liberazione” di altri popoli dai tiranni (ah, la liberté…), ma che dai cable appaiono tutti unicamente rivolti al mantenimento di un’egemonia a mano armata, che per di più ben poco sembra avere a che fare con qualsiasi genere di “interesse nazionale”, nemmeno con i più prosaici.  L’invasione dell’Iraq ne è l’esempio più lampante, ma i cable hanno già dimostrato che la musica non cambia con le frontiere. Ovunque gli Stati Uniti fanno pressione sui governi, ovunque sono attivamente coinvolti nell’imporre gli uomini che appoggiano a dispetto della volontà delle popolazioni locali, ovunque sono pronti a infrangere le leggi per conseguire i proprio scopi, ovunque vendono o procurano armi ai peggiori criminali del pianeta e ovunque fanno affari con i peggiori dittatori, che spesso contribuiscono attivamente a mantenere al potere, almeno fino a che conviene.

 

Con altrettanta facilità sono pronti a sovvertire le elezioni democratiche degli altri paesi anche con la violenza o a imporre con la minaccia o la corruzione l’approvazione di leggi favorevoli agli interessi americani o meglio: agli interessi delle corporation americane che hanno accesso all’amministrazione. La storia ha già certificato che per favorire questo genere d’interessi economici Washington è sempre stata pronta a far saltare i governi dei paesi vassalli o a organizzare utili ribellioni o ancora ad imporre la dittatura a quei paesi che attraverso il voto hanno mandato al governo personaggi con le idee divergenti da quelle americane. Manning ha visto tutto questo con i suoi occhi, scritto su documenti del governo, provato sulla sua pelle ricevendo ordini che sapeva essere criminali. Non è un mistero nella sostanza, ma probabilmente ai ragazzi americani raccontano un’altra storia e per Manning è stato uno shock.

 

Dopo aver consegnato il materiale a Wikileaks Manning si è ritrovato con il peso di questa responsabilità, con il pensiero di voler affrontare un cambio di sesso e con lo stress che si accumulava con il protrarsi della sua partecipazione a una guerra che non condivideva. È stato allora, quando ha cominciato a sentirsi sull’orlo del fallimento che ha cercato una voce amica con la quale confidarsi, quella che poi l’ha tradito. Manning non ha fatto nulla a cuor leggero, racconta di lunghe riflessioni, di aver letto Sagan, Feynman e altri autori per cercare senso e logica in una situazione che ne perdeva come un colabrodo. Solo dopo un lungo travaglio personale è passato all’azione e ha contattato Wikileaks, ma nemmeno quando ha perso di lucidità l’esercito si è accorto di lui. Le sue perdite di controllo non sono certo strane nel contesto iracheno, dal quale gran parte delle forze ritorna in patria riportando gravi ferite piscologiche, così l’esercito si limita a degradarlo e a rimpatriarlo in attesa di un rapido congedo.

 

 

Non aveva lasciato tracce il buon Bradley e solo la sua confessione alla persona sbagliata ne ha permesso l’individuazione e l’arresto. Quello che per gli Stati Uniti è indubbiamente un criminale, solo di recente ammesso a condizioni di detenzione più umane, per il resto del mondo è invece un eroe o quantomeno una persona da ringraziare. Dall’ultimo degli esseri umani ai numerosi esponenti politici in giro per il mondo, tutti hanno oggi l’opportunità di leggere con i propri occhi come agisce la potenza americana e niente sarà più come prima, l’ipocrisia dell’esportazione della libertà e della democrazia è stata uccisa dall’azione di Manning insieme a quel che restava della reputazione “democratica” degli Stati Uniti, dati che nessuno storico potrà ignorare da oggi in poi e che tutti saranno chiamati a considerare prima di dire sciocchezze o spargere lo stesso genere di propaganda che ha ammorbato le opinioni pubbliche occidentali dal dopoguerra a oggi.

 

Non a caso l’unico segno esteriore dato dall’Amministrazione americana, a parte la girandola del personale diplomatico compromesso, è proprio l’evidente abbandono di questo genere di retorica. Nessuno parla più della liberazione delle donne afgane o della democrazia in Iraq, oggi si bombarda Gheddafi che fino a ieri era un caro alleato, procurandosi una risoluzione ONU che poi si rispetta come se fosse carta straccia e la guerra non arriva nemmeno al voto del Congresso. Allo stesso modo si bombarda in Yemen, Somalia e Pakistan senza spiegare queste guerre più di tanto al parlamento o all’opinione pubblica e va anche meglio di prima. Perché ormai le guerre americane hanno smesso del tutto di far notizia, non importa a nessuno se bombardano lo Yemen, la Somalia o qualsiasi altro paese, almeno fino a che qualcuno non reagisce con qualche attentato sanguinoso, che sarà comunque sfruttato per giustificare altre violenze e altri soprusi contro i cattivi che non vogliono la democrazia come quella che hanno gli americani, liberi di votare per Bush che bombarda o per Obama che bombarda.

 

Allo stesso modo non importano a nessuno dei paesi “democratici” l’impiego della tortura, i crimini di guerra e nemmeno l’effetto globalmente destabilizzante delle azioni statunitensi, che negli anni di Bush hanno demolito anche la credibilità delle leggi e delle organizzazioni internazionali, abusandone senza ritegno. O forse importano, ma per complicità o convenienze si preferisce il silenzio.

 

Considerazioni che nulla tolgono a quanto fatta da Bradley Manning, che probabilmente è destinato a passare il resto dei suoi giorni nelle prigioni statunitensi e che nessuno potrà aiutare più di tanto. Quello che si può fare è assecondare e sostenere le pressioni delle organizzazioni che si battono per i diritti umani perché Manning riceva un trattamento umano, sia detenuto in condizioni dignitose e non illegittimamente afflittive, che non debba più essere privato degli occhiali (e quindi della vista), che non debba rimanere nudo sull’attenti a richiesta dei suoi carcerieri e che in generale non sia sottoposto ad angherie inutilmente crudeli e degradanti durante la sua (sicuramente) lunghissima permanenza in carcere. Bradley Manning non ha ucciso nessuno e neppure ha messo in pericolo i suoi commilitoni o altri americani, ha semplicemente sfruttato l’occasione offerta dalla disponibilità d’informazioni riservatissime, custodite malissimo, per assecondare la sua coscienza e ribellarsi a quelli che riteneva crimini contro il popolo americano e l’umanità.

 

Non è strano Bradley Manning, siamo tutti Bradley Manning quando ci ribelliamo ai torti e alle ingiustizie, quando proviamo vergogna per le ipocrisie di un mondo dominato da valori prosaici, ma in nome d’ideali altissimi. Siamo tutti esseri umani e siamo tutti un po’ in debito con lui, il minimo che possiamo fare è impegnarci perché anche sia trattato da essere umano e non da feticcio sul quale sfogare la frustrazione della prima potenza del pianeta e dei suoi sgherri.

 

Questo articolo è apparso in precedenza sul blog  http://mazzetta.wordpress.com/2012/02/27/la-storia-di-bradley-manning-che-ha-fatto-la-storia/

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