Venice AtWork Lab: ricordo come archivio nomade

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Una delle più recenti declinazioni di AtWork, l'iniziativa di lettera27 che nasce da una collezione di taccuini d'artista e si sviluppa in workshop in diverse zone del mondo, è stato il Venice AtWork Lab - Parlare di migrazione con i linguaggi dell'arte, dal 31 Ottobre al 20 Novembre 2015, presso il S.a.L.E. Docks Magazzini del Sale di Venezia.

 

Dal 26 al 28 ottobre l'organizzazione indipendente Nation25 ha infatti adottato il format di AtWork e realizzato un Lab dedicato al tema dei confini, della migrazione, del nomadismo all’interno del progetto the Nationless Pavilion Laboratory. Circa 25 persone, tra le quali rifugiati e richiedenti asilo provenienti dallo Sprar-GUS di Castrì (LE), dal progetto Fontego Sprar di Venezia, dall’organizzazione Civico Zero di Roma, sono state guidate insieme a studenti, artisti e ricercatori nazionali dall'artista Emilio Fantin nel rielaborare la dimensione del nomadismo in due direzioni: nomadismo dei pensieri  (immaginazione), nomadismo del corpo (migrazione). I taccuini realizzati sono allestiti in un’istallazione collettiva, insieme ai materiali provenienti dagli altri due workshop, che visualizza la Nazione 25, l’immaginaria nazione dei richiedenti asilo, e sono entrati a far parte del Nationless Pavilion, visitabile presso S.a.L.E. Docks: Magazzini del Sale di Venezia, fino al 20 novembre.

 

Il Venice AtWork Lab è nato grazie alla collaborazione tra AMM - Archivio delle memorie migranti, lettera27, Open Society Foundation e Nation25, una piattaforma artistica a cura di Elena Abbiatici, Sara Alberani, Caterina Pecchioli con sede tra Roma e Bruxelles, nata nel 2014 per volontà di un gruppo di curatori, artisti, e professionisti in campo umanitario.

 

Pubblichiamo un diario a posteriori del workshop scritto da uno dei partecipanti, Melania Fusco. Un racconto che parte in soggettiva con le aspettative, i dubbi e le impressioni che man mano si trasformano e ci introduce progressivamente in una dimensione in cui la collettività prende forma. Si legge il passaggio dalla definizione dell'esperienza come esperienza individuale alla percezione di un'identità comune, condivisa e costruita nel corso del workshop tramite il confronto, l'incontro e il riconoscersi. Nei territori del sogno.

 

lettera27

 

 

Melania Fusco e Sayed Hamkar, ph. Mohamed Keita

 

Il gruppo, costituitosi sotto la delicata guida dell'artista Emilio Fantin, è stato uno dei più eterogenei ai quali avessi mai preso parte. Ragazzi di differenti nazionalità, attivi artisticamente o coinvolti perché residenti in territorio italiano come rifugiati, hanno permesso un'interessante circolazione di idee e riflessioni su un tema ampiamente indagato ma sempre in grado di risvegliare curiosità e mistero: il sogno. Mossa dalla curiosità di conoscere Emilio Fantin e affascinata dall'idea del Nationless Pavilion, la scelta di prender parte a questo laboratorio è stata per me del tutto istintiva. Come essere umano – e di più come artista - ritengo una disfunzione non provare a relazionarsi alle differenti condizioni che costringono all'abbandono delle proprie radici. Forse sono arrivata al workshop convinta di prender parte a qualcosa di cui, in un certo senso, già gustavo il sapore amaro: il disagio di trovarmi di fronte ragazzi come me, con una storia non proprio simile ma che goffamente avrei cercato di capire. Idea dimostratasi molto lontana dall'esperienza che di lì a poco avrei vissuto.

 

Quando un gruppo si costituisce le prime ore credo siano le più delicate. Spesso si è convinti di non trovarsi nel posto giusto. Oppure, non si conoscono esattamente i motivi per cui si è deciso di prenderne parte. Catturare l'attenzione di tutti e cogliere le diverse sfumature tra tante sensibilità è un'impresa non da poco. Qualcuno si sarà perso per strada, altri, come me, ancora oggi dedicano a questa esperienza un pensiero attento e più consapevole.

 

Merito anche delle prime ore trascorse insieme: a ogni partecipante è stato richiesto di portare un contributo che presentasse e spiegasse la propria partecipazione al workshop. Questa possibilità ha fatto sì che ognuno di noi cambiasse sguardo verso l'altro in poco tempo: ogni oggetto, parola o immagine mostrata ha raccontato in pochi attimi qualcosa che sarebbe rimasto privato senza questa opportunità.

 

Dreamers AtWork, ph. Mohamed Keita

 

Il video condiviso da Beki racconta il suo amore per la moda e i costumi del suo paese; Olivier mostra le sue sculture totem per spiegare i rapporti tra oriente e occidente; Giacomo fa circolare per tutta la durata del workshop la sua rivista del tutto vuota, sulla quale ci invita a lasciare qualsiasi forma di espressione personale. Ognuno regala una piccola parte di sé presentandosi a un gruppo di sconosciuti.

 

Aiutati e guidati da Emilio a prestare una concentrazione maggiore, non solo alla fase onirica, ma anche ai momenti che ne precedono e seguono la manifestazione, ci siamo raccolti su una struttura sopraelevata nello spazio dei Magazzini del Sale. Sospesi sopra il livello del mare, come in un nido che un uccello meticolosamente costruisce per tenersi al riparo, in maniera timida e confusa, e spesso in una lingua di cui non si è completamente padroni, il racconto dei nostri sogni ha innescato ancora una volta in me la curiosità di percepire le persone che avevo di fronte e le loro mutevoli sfumature. Prendeva forma un processo di condivisione in cui la parola si fa strumento per un'immagine che non si perde nell'immanenza della visione ma attiva quella tensione necessaria a tenere viva l'immagine interiore, non figurata. Un'immagine che funzioni come guida, da non restituire per forza alla dimensione fisica della visualità.

 

Immersa in una situazione circoscritta alla sua temporalità, anche una volta uscita dal laboratorio, ho continuato – come spesso capita nella mia ricerca artistica – a mettere in forma quello che durante il giorno coinvolge la mia attenzione. Si tratta di un segno molto spesso astratto, in continuo dialogo con un taccuino, riposto in una delle tante tasche che mi porto dietro. Questa volta, anche grazie ad AtWork, lasciare una traccia del tempo speso insieme è stata un'esperienza quasi immediata. Nel mio lavoro cerco di non arrivare ad una sintesi precisa che si presenti come risultato di un processo. M'interessa piuttosto aprire o lasciare in sospeso uno spazio di interpretazione e di immaginazione in cui ci si possa sentire liberi di muoversi, secondo i proprio tempi e predisposizioni d'animo. In questa occasione, indagare il tempo del sogno e la sua capacità di produrre immagini di variabile definizione o complesse da decifrare, ha nutrito in maniera significativa l'evolversi del mio processo artistico.

 

Molto spesso la quotidianità ci assorbe al punto da ritagliare, in attimi sempre più difficili da cogliere, un sentimento al quale sono legata intimamente. Spesso, impegni e distrazioni ci tengono lontano da una spontaneità più prossima al sentire umano di quanto si possa pensare. La meraviglia è un “sentimento vivo e improvviso di ammirazione, di sorpresa, che si prova nel vedere, udire, conoscere cosa che sia o appaia nuova, straordinaria, strana o comunque inaspettata”; è per me il senso dell' incontro, in ogni sua declinazione e spettro di colore. Ognuno di noi ha sentito, colto e reinterpretato gli stimoli ricevuti. Legati alla propria storia, ad un vissuto che ci presenta diversi, per un'idea fin troppo didascalica di confine personale e geografico, ma che ci rende meravigliosamente vicini nell'intimità del sogno.

 

Di fronte a ogni mancanza, ad ogni silenzio che può isolare, l'essere umano e il suo linguaggio hanno la capacità di produrre e scambiarsi un segno magico che non può abbandonarli quando è così puro, organico: quando è il vero senso dell'essere insieme. I taccuini Moleskine hanno avuto il privilegio di accogliere e raccogliere questa magia, di rivelarla a chi non poteva essere con noi, di raccontarla a chi avrà occasione di sfogliarli. È grazie a Nation25, ad AtWork, e a tutte le persone coinvolte che sono certa questo progetto continuerà a creare occasioni di connessione attiva e condivisione creativa. 

 

 

Con il sostegno di  

Melania Fusco, Non so se te lo voglio dire, taccuino donato alla collezione di lettera27. Foto dell'artista

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