Matthew Spender

Matthew Spender ha una sega elettrica in mano e affronta in un crescente pulviscolo bianco una forma di polistirolo. “Proprio una cosa facile”, commenta soddisfatto, intanto che si toglie frammenti da dosso e che di fronte a sé vede la forma che cercava. Accende poi una sigaretta, aspira profondamente. Deve fare un albero sacro, per la foresta di Irminsul: starà al centro di una versione di Norma alle Terme di Caracalla.

 

Però nel frattempo ha da finire una filastrocca per i quattro nipoti, in cui il lemma Parma Ham rima con qualche altro cibo anglo-italiano. La casa è quella a Gaiole in Chianti, che ha ispirato il film di Bernardo Bertolucci, Stealing Beauty. La bellezza è quella delle colline chiantigiane, amate da molti (ma non mancano i detrattori acerrimi), in cui è approdato insieme alla moglie Maro Gorky negli anni ‘60.

 

Scultore di fama, negli ultimi anni ha affrontato la scrittura in una serie di volumi, editi in Italia da Barbès, che hanno come filo le complicate e fascinose vicende familiari. Quelle, quindi, di Arshile Gorky e di Stephen Spender. Suo padre è una delle voci del Diario di Sintra, memoria collettiva, redatta insieme a Christopher Isherwood, di un tentato soggiorno in Portogallo di un gruppo di giovani scrittori inglesi, gay e antiimperiali, che cercavano con fatica di trovarsi sulla costa Atlantica.

 

Al piano di sopra, nello studio foderato di libri, scrigno di memorie del Novecento, ci sono bozze da correggere, ma ricomincia il suono assordante della motosega: “parola di Matteo: quella non ti taglia le mani, te le mangia!”.

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