Jacques Henri Lartigue, Opio, 1984

A Opio, in Costa azzurra, il giorno del suo novantesimo compleanno. Ho amato nel grande Jacques quello che non potrò mai avere: la leggerezza. Forse preclusa a un siciliano. È stato l’unico enfant prodige della storia della fotografia. La fotografia era bambina e Lartigue, bambino anche lui, l’ha usata con una grazia e una felicità imperdonabili nel secolo dei massacri. Come fotografo è stato scoperto ben oltre i sessanta anni.

 

 Lui stesso, peraltro, non sapeva di essere un grande fotografo e non gli importava. Le fotografie le aveva fatte per se stesso, come, mi spiegò, in estate si fanno marmellate di albicocche quando sono al colmo del sapore e del profumo. Per conservare, di quel regalo della natura e della vita, una traccia. Ma a me, ribadiva, piacciono le albicocche fresche, molto meno la marmellata. Il palpito di vita, fulmineo, irripetibile, prezioso.

 

Lo andai a trovare il giorno del suo compleanno. Eravamo amici.

 

Gli chiesi di fargli dei ritratti. Lucette lo fermò prima di andare in giardino: aspetta Jacques, ti pettino. Ecco la magia dell’irripetibile, così lartiguiana. Il novantenne Jacques, rimasto bambino, mentre si fa pettinare; e dietro, per aggiunta di necessaria casualità, un irraggiamento solare. Lartigue faceva seguire la sua firma da un piccolo disegno di sole.

 

È per questo che faccio fotografie: per approfittare di questi meravigliosi regali del caso.

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