Gli astri di Virgilio

Vaporosi nuvoli velano i giardini d’autunno: trascolorano dai rosa ai cilestri, si sfrangiano nel bianco e nel porpora, nel violetto o nell’indaco, fin quasi ad esaurire tutte le sfumature del sereno, dall’alba al tramonto. Sono gli Astri Settembrini a dare alcune delle ultime pennellate di una tavolozza che tra poco tenderà ai bruni e ai grigi invernali. Nella gloriosa e innumere famiglia delle Compositae sono preziosi in questo scorcio d’anno quanto gli anemoni giapponesi, i crisantemi e le graminacee, con cui bene si accompagnano.

Si tratta qui non delle varietà annuali, come il pur amabile Callistephus chinensis (alias Aster sinensis) dal grande fiore solitario, ma delle erbacee perenni, rizomatose, dai fusti eretti e ramificati, con foglie alterne, lanceolate, e brevi capolini florali le cui stelle, a seconda delle varietà, s’aprono in apice con un giro semplice, semidoppio (ma negli ibridi anche doppio o stradoppio) di ligule e un centro di fiori tubolosi gialli o aranciati. 

 

 

Facili e di poche pretese, gli Aster sono una risorsa per chi non può occuparsi con costanza del verde di casa. Certo, prediligono la mezz’ombra, terreni freschi e leggeri, ma ben si adattano anche a esposizioni soleggiate e a suoli più magri. Se avrete l’accortezza di irrigarli durante i periodi siccitosi e di cimarli in giugno (non oltre) avrete cespi più compatti e fioriferi. Farete un favore pure alle api che in queste giornate brumose li saccheggiano.

Si propagano per seme – tramite acheni pelosetti con pappi per il volo – ma meglio procedere per divisione dei cespi, operazione con gli astri assai semplice e da fare subito dopo la fioritura. Ve ne sono poi di troppo estroversi, che allungano gli stoloni anche dove non si vorrebbe… a voi decidere se lasciarli espandere o intervenire con strategie di contenimento.  

 

 

Numerose le specie, per lo più asiatiche e americane, diverse quanto a diametro delle corolle, portamento e altezze dei fusti (si va dal metro e più ai pochi centimetri delle nane). Ricordiamo almeno le capostipiti di ibridi diffusi quali l’Aster novi-belgii, l’Aster novae-angliae, l’Aster ericoides e l’Aster cordifolius. Ve ne sono pure di indigene, benché si contino su due palmi, come il primaverile Aster alpinus e l’incantevole Aster amellus, anch’esso all’origine di varietà apprezzate: le sue grandi margherite (5-6 cm) color dell’indaco sfavillano nel verde a cavallo dell’equinozio d’autunno. Amello lo chiamavano infatti i latini, e Virgilio nel quarto libro delle Georgiche (vv. 271-280), forse più per ragioni di rime e ritmi, lo ritrae poeticamente sulle rive del fiume Mella. Di esso, tutto ci rivela in una manciata di esametri.

 

est etiam flos in pratis, cui nomen amello

fecere agricolae, facilis quaerentibus herba;

namque uno ingentem tollit de caespite silvam,

aureus ipse, sed in foliis, quae plurima circum

funduntur, violae sublucet purpura nigrae;

saepe deum nexis ornatae torquibus arae; 

asper in ore sapor; tonsis in vallibus illum

pastores et curva legunt prope flumina Mellae.

Huius odorato radices incoque Baccho

pabulaque in foribus plenis adpone canistris.

 

 

“C’è poi un fiore nei prati che i contadini hanno chiamano amello, erba facile a trovarsi: infatti da una sola radice leva una selva di steli. Dentro è dorato, ma nei petali, che si aprono numerosi tutt’intorno, luccica la porpora in mezzo al viola cupo; spesso se ne intrecciano collane per ornare gli altari degli dei; in bocca ha gusto asprigno; lo raccolgono i pastori nelle valli falciate e lungo il corso sinuoso del Mella. Cuoci le sue radici in vino odoroso e imbandiscilo davanti alle porte in canestri ben pieni.”

 

Un tempo fiori d’ortaglia, come le dalie e i gladioli, oggi gli astri mostrano tutta la loro versatilità: riscattati dal mixer border, chiamati a far macchia tra l’erba ben tosata o cuscino nell’angolo roccioso. 

Ci riporta alla dimensione di quando il verziere era giardino una poesia di Umberto Piersanti. Vi regalo la prima strofa; all’altra rimediate da voi, e che sia un incentivo a sfogliare l’erbario di questo nostro novello Pascoli (L’albero delle nebbie Einaudi, 2008).

 

I settembrini

 

madre, è rifiorito

il settembrino, quel cespo

così azzurro e lieve,

l’altro, il più vasto

che tenace ogni giorno

tu curi e accompagni,

quello dal rosso-viola

che rischiara l’aria

tutt’attorno, cerchiato

dalle api e da bisbigli,

no, non lo vedo,

da tempo già sradicato

o rinsecchito e risucchiato

dalla terra, fa vuoto

l’orto, almeno un poco,

che settembre accende

colmo e pacato

come nei tuoi giorni

 

 

Dissento con cordialità da Vita Sackville-West: dubitava che qualcuno potesse «sentirsi emotivamente attratto dai settembrini». Chiudo perciò con un lampo sbarbariano. È in una prosa dei primi Trucioli (1914-1918) e si intitola Strada di casa. «Conosco questa strada – scrive Sbarbaro – come la mia vita ed è deserta così»; il poeta la percorre quotidianamente con «l’andatura della rassegnazione». Ma nei fiori domestici di un giardino d’antan ritrova il senso e il gusto dello stare al mondo:

 

Ad un gomito, una casina sporge sulla strada un vaso rustico, incrostato di conchiglie marine. In ogni stagione la casa offre il suo fiore: d’estate, il fuoco d’artifizio d’un rosaio sanguigno; quasi tutto l’anno, una dalia zolfina; ai primi freschi, le stelle azzurre innumerevoli delle settembrine. Non posso rasentarla senza pensare che vi abiti la Felicità.

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