Viburni d’inverno

Buona la neve, perfetta la neve. Così la canta Zanzotto nella Beltà (La perfezione della neve). Ma. 

Persino il poeta si chiedeva «che sarà del giardino»? E, ancora, se stessero bene i pini «tutti uscenti dalla neve»: «i pini come stanno, stanno bene?» (Sì, ancora la neve).

Qui in collina, la gran nevicata di metà dicembre, più che per i miei pini neri sostegno delle rose Banksia, mi ha impensierito per come stessero gli arbusti che tendo a non potare un po’ per poetica giardinieresca, un po’ per negligenza.

Danni, la neve, ne ha fatti, per lo più rimediabili. Eccetto che per il Loropetalo (Loropetalum chinense): me l’ha scalcagnato per bene e dovrò tagliarlo pressoché al piede: la prossima estate, niente rosa acceso tra le foglie brune. Temevo anche per il Viburno Tino (Viburnum tinus) che avevo lasciato libero di innalzarsi oltre i quattro metri e che la coltre bianca aveva reclinato fino a terra. Invece, il ragazzaccio s’è scrollato di dosso il pesante manto senza fare un plissé, ed erge di nuovo la sua densa chioma a celare l’angolo del compost. Una messa alla prova perfetta dell’etimo: pare derivi dal latino “viēre”, che vale “intrecciare”. D’altronde anche il nome popolare “lentaggine” rimanda alla flessibilità dei suoi rami.

I francesi lo chiamano Laurier Thym per le somiglianze con le foglie dell’alloro e, nel calendario rivoluzionario, ad esso era dedicato il sesto giorno del mese “piovoso” (20 gennaio-18 febbraio). Laurotino lo chiamano anche molti compaesani.

 

 

Numerose sono le specie e varietà di queste piante delle Caprifogliaceae – oltre duecento, in gran parte originarie della Cina – ma nessun’altra meglio di questo compatto arbusto sempreverde, folto fin dal pedale, è più adatta a far siepe o cortina. 

Il Tino è uno dei tre viburni spontanei presenti sul nostro territorio. Diffuso nella macchia mediterranea delle regioni centro-meridionali fino ai 700 metri d’altitudine, al nord è coltivato per le sue qualità ornamentali, che ne fanno essenza da eleggere in giardino anche come isolata protagonista. Di facile coltivazione, è generoso di foglie e ricco di fiori che s’aprono di continuo per quasi tutto il giro dell’anno: le semplici lamine di 7-8 centimetri si alternano sui fitti rametti, con forma ovata dall’apice appuntito, un poco coriacee, lucide e magnifiche nel verde foresta della pagina superiore, più chiare e tomentose nell’inferiore. Raccolti in deliziosi corimbi, i piccoli fiori ermafroditi mostrano un calice con cinque sepali triangolari e una corolla di altrettanti petali soffusi di rosa quando chiusi in boccio, poi candidi. Ma i pregi di questo viburno non finiscono qui. Per molti mesi e in simultanea con le cime fiorite porta quelle dei frutticini: drupe tinte di un blu dai bagliori metallici. Insomma, una gran risorsa di bellezza anche nei mesi freddi.

 

 

Tra i numerosi viburni del giardino il Tino è il più rustico e simpatico. L’abbondante nevicata me lo ha reso ancor più caro. Non ha il profumo squisito e intenso del Viburnum carlesii, non la scenografia delle leggiadre infiorescenze del Viburnum “Mariesii”, che si dispongono in fila, quali bianche colombelle, sui palchi orizzontali, o gli spettacolari globi del Viburnum opulus della varietà sterile, più noto come “palla di neve”. Tutti arbusti rinomati che merlettano di bianche trine la primavera, ma si spogliano d’autunno. Il Tino, al contrario, è sempre lì, servizievole anche d’inverno, quando ci conforta con il vigore del suo verde lustreggiante, con i bei fiori a mazzetti – pur più modesti – e i frutti davvero pregevoli. Basta collocarlo a mezz’ombra, persino in ombra piena, e in un terreno fertile e drenato, e ci darà molte soddisfazioni. 

Per queste settimane, le più povere di ornamenti vegetali, un altro rappresentante di tal genere è prezioso: il Viburnum farreri (o Viburnum fragrans). Tra novembre e febbraio regala l’effluvio soave di fiorellini tubolari bianco-rosati, raccolti in fitti mazzetti globosi all’apice dei rami rigidi e nudi. 

Insomma, vista l’innumere famiglia, dire viburno è quanto mai vago. Giusto per essere più pascolista del Pascoli: quale aveva in mente il (quasi sempre) determinatissimo poeta quando nella prima quartina di novenari del Gelsomino notturno scrive:

 

E s’aprono i fiori notturni 

nell’ora che penso ai miei cari.

Sono apparse in mezzo ai viburni

le farfalle crepuscolari.

 

 

Sarà stato il Viburnum opulus, come annotano i commentatori? Quello autoctono o il “palla di neve” esito degli incroci dei vivaisti? Oppure il Tino? O ancora quell’altro da noi spontaneo, il Viburnum Lantana dai bei corimbi profumati che riescono in lustre drupe dapprima rosse poi nere? Chissà.

Posso però supporre con sufficiente sicurezza che sia un opulus selvatico il viburno di Sergej A. Esenin di questa gioiosa poesia: 

 

 

Eccola, la stupida felicità
con le finestre bianche sul giardino!
Sullo stagno come un rosso cigno
nuota il quieto tramonto.

Salute, dorato silenzio,
con l’ombra di betulle sull’acqua!
Uno stormo di cornacchie sul tetto
officia il vespro alla stella.

Timidamente oltre il giardino,
là, dove fiorisce il viburno,
una tenera fanciulla di bianco vestita
canta una dolce canzone.

Come una coltre azzurra si stende
dal campo la frescura della notte…
Stupida, cara felicità,
fresco rosato delle guance!

E magari l’amabile fanciulla avrà intonato proprio Kalinka (Bacca di viburno), il più popolare canto russo. Eccovi il testo:

O piccola bacca di viburno 

kalinka, kalinka, kalinka mia

lampone, mio piccolo lampone del giardino!

 

Ah sotto i pini, sotto il verde

lasciatemi dormire!

ah, ljuli, ljuli, ah liuli, ljuli

lasciatemi dormire!

 

O piccola bacca di viburno 

kalinka, kalinka, kalinka mia

lampone, mio piccolo lampone del giardino!

 

Ah, il piccolo pino verde,

non stormire sopra di me!

Ah, ljuli, ljuli, ah, ljuli, ljuli

non stormire sopra di me!

 

O piccola bacca di viburno 

kalinka, kalinka, kalinka mia

lampone, mio piccolo lampone del giardino!

 

Ah, bella ragazza di cuore,

Amami invece!

Ah, ljuli, ljuli, ah, ljuli, ljuli

Amami, invece!

 

 

Ascoltatelo non nell’enfatica versione del coro dell’Armata Rossa, bensì in quella ben più divertente di questo flash mob.

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