I. L'America che soffre ma resiste
“Se il governo inizia a deportare i tuoi vicini di casa solo perché non sono bianchi, a tirarli fuori dal letto di notte, a uccidere innocenti, a rapire minori, tu che cosa fai?”. Sarah vive a Chicago e ha la voce ferma di chi sa da che parte stare. Insieme a lei, sono migliaia i cittadini statunitensi che hanno scelto di ostacolare in prima linea gli agenti dell’Ice, l’agenzia federale anti-immigrazione che sta terrorizzando intere città. È ormai chiaro che sotto attacco non è “il peggio del peggio” degli immigrati irregolari, ma lo stesso stato di diritto della più grande e vacillante democrazia del mondo. Miliziani mascherati e armati fino ai denti arrestano persone sulla base del colore della pelle, perquisiscono case senza mandato giudiziario, attaccano manifestanti pacifici, separano bambini dalle famiglie, detengono i carcerati in condizioni disumane.
La resistenza a questi soprusi si era formata già la scorsa estate a Los Angeles nelle prime grosse retate volute da Donald Trump, ma è diventata capillare nell’autunno caldo di Chicago prima di esplodere a Minneapolis con l’assassinio di due cittadini statunitensi disarmati. Eppure, nelle città sotto assedio lo sgomento non cveede all’impotenza e la rabbia alimenta forme creative di solidarietà.
Simbolo ormai celebre di questo conflitto civile sono i fischietti usati dai cittadini per segnalare le retate e invitare gli immigrati irregolari a non uscire di casa e a non aprire la porta. Ogni azione dell’Ice è accompagnata da un concerto di fischi molesti e persistenti, insieme ai clacson suonati a intermittenza: fischi brevi per gli avvistamenti e lunghi per le retate. Il principio è semplice: “Form a crowd. Stay loud”. Se tutti gli abitanti di un quartiere ne hanno sempre uno appeso al collo, ora la vigilanza – a giochi ribaltati e senza porto d’armi – spetta al popolo e non alle autorità. La richiesta è così massiccia che se ne producono direttamente a casa con una stampante 3D. Quando il raid finisce, si levano canti contro “la migra” modulati su “Whose streets? Our streets!”, lo slogan del movimento Black Lives Matter, poi ripreso anche nelle affollatissime proteste anti-trumpiane “Hands Off” e “No Kings day”.
Un’altra protagonista delle città in lotta è la pratica del “copwatching”, così decisiva nel chiarire la dinamica dei raid. Filmare con lo smartphone gli abusi commessi dai miliziani è la risposta dal basso all’impunità e alla licenza di uccidere garantita loro dal mondo Maga al potere.
Quando i miliziani vengono spediti nelle cosiddette “città santuario”, governate dai democratici che non collaborano con le politiche federali sugli immigrati, si mette in moto l’organizzazione degli osservatori legali. A dispetto del nome, si tratta spesso di semplici vicini di casa, che grazie a chat protette o app create ad hoc segnalano gli avvistamenti dell’Ice e insieme ne seguono le operazioni. Monitorare gli interventi della polizia è una pratica protetta dal primo emendamento, eppure il braccio armato di Trump risponde con arresti, percosse, spray al peperoncino e agenti chimici urticanti. Interventi necessari per arginare quella che Kristi Noem – la ministra per la Sicurezza interna nota per i selfie nei centri di detenzione – chiama doxxing, diffamazione pubblica, tanto temibile quanto un’arma da fuoco, come si è visto nella sventata mistificazione degli omicidi di Minneapolis.
Gli osservatori legali sono soprattutto cittadini statunitensi che, almeno fino alla brutale esecuzione di Renée Good e Alex Pretti, si sentivano protetti dal loro status. Anche chi è privo di cittadinanza si mobilita, preferendo le retrovie per non esporsi troppo: organizza raccolte fondi, identifica i centri di detenzione o monitora i “deportation flights”, i voli di rimpatrio effettuati all’insaputa dei familiari e spesso contro gli stessi provvedimenti dei tribunali.
I gruppi di risposta rapida, i “rapid responders”, scortano i bambini a scuola per evitare che vengano sequestrati o utilizzati come esca per stanare i genitori senza documenti. Altri portano bevande calde nei presidi o beni di prima necessità a chi si trincera in casa per paura. Le reti di mutuo-aiuto offrono anche visite mediche a domicilio, assistenza psicologica e legale, pronto soccorso per alleviare gli effetti degli spray urticanti gettati in pieno volto sui manifestanti. Con cadenza regolare vengono organizzati corsi di disobbedienza civile che farebbero sussultare di gioia H.D. Thoreau.
E poi, immancabili in ogni movimento di resistenza, ci sono i sabotatori. C’è chi copre di vernice i suv senza targa dell’Ice o li spruzza d’acqua che, nel gelo polare del Midwest, ghiaccia e rallenta le operazioni. Alcuni si spingono a tagliare i pneumatici e a ficcarci dentro un fiore, altri mandano avanti mascotte giganti per ridicolizzarli, rispondendo così alla spettacolarizzazione dei sequestri che è la cifra dell’operato di Gregory Bovino, il comandante del Border Patrol dall’estetica nazistoide. In piena notte si improvvisano concerti con pentole e batacchi sotto gli hotel in cui alloggiano gli agenti federali.
In molti punti di ritrovo o vicino alle casse dei negozi, vengono regalati speciali kit contenenti un fischietto e il manifesto “Know your rights” in inglese e in spagnolo con indicazioni su come comportarsi in caso di arresto. Le serate in cui questo materiale viene assemblato, in un clima fra tensione, cos
pirazione e festa, registrano sempre il tutto esaurito.
Questa protezione diffusa della comunità fa parte di una coreografia straordinariamente compatta della resistenza all’autoritarismo: trasversale, interetnica, intergenerazionale, che coinvolge sia i quartieri dormitorio che quelli chic residenziali.
Nelle città assediate ogni angolo delle strade è coperto da cartelli e scritte contro l’Ice. Molti esercenti espongono avvisi che intimano agli agenti di non entrare, alcuni ristoratori si rifiutano di dare loro da mangiare. In uno di questi diner messicani, a Little Village di Chicago, incontriamo Sarah, 32 anni, osservatrice legale. Da settembre partecipa ai turni di vedetta nei quartieri più colpiti, la Migra Watch. Quella mattina è uscita di casa prima dell’alba, anche se i -15° invitavano a restare a letto. Ha raggiunto i punti dove tipicamente fanno le retate: nelle catene dai prezzi popolari, davanti alle chiese o alle scuole. Lì ha seguito due convogli e filmato un rastrellamento, ha fischiato, urlato, postato sui canali. Quando gli agenti sono andati via, si è unita al coro degli abitanti accorsi in strada. “Cantare è liberatorio, incanala la rabbia”, spiega. Quel giorno le è andata bene, non ha rischiato troppo. “Continuerò i miei turni finché questa situazione finisce. Perché deve finire. Tutti noi – qui, ora, insieme – stiamo dimostrando che può finire”.