AUTORI
Francesca Monti
18.01.2015

Tavoli | Marina Spada

Ci si sente un po’ colpevoli a osservare il tavolo di Marina Spada in sua assenza. Sembra quasi di tradire la trasparenza di uno spirito creativo cristallino, dotato di una rara schiettezza di sguardo e di voce. Proprio come quello di Piero Chiara, che dalla copertina di “Confini” veglia su questo spazio di lavoro. Eppure non si rinuncia facilmente al piacere visivo dei tocchi di inaspettata civetteria – le fantasie a pois di una trousse, gli alberelli o il rosa dei post-it – che emergono dall’essenziale tavolo ferrigno. E che di certo contrastano con le voci critiche approssimative di chi talvolta ha la pretesa di sintetizzare il cinema di Marina Spada, e la Milano che questa mette in scena, con l’aggettivo “grigio”. Un dé...