Speciale

Tavoli | Marina Spada

18 Gennaio 2015

Ci si sente un po’ colpevoli a osservare il tavolo di Marina Spada in sua assenza. Sembra quasi di tradire la trasparenza di uno spirito creativo cristallino, dotato di una rara schiettezza di sguardo e di voce. Proprio come quello di Piero Chiara, che dalla copertina di “Confini” veglia su questo spazio di lavoro. Eppure non si rinuncia facilmente al piacere visivo dei tocchi di inaspettata civetteria – le fantasie a pois di una trousse, gli alberelli o il rosa dei post-it – che emergono dall’essenziale tavolo ferrigno. E che di certo contrastano con le voci critiche approssimative di chi talvolta ha la pretesa di sintetizzare il cinema di Marina Spada, e la Milano che questa mette in scena, con l’aggettivo “grigio”. Un dépliant sui musei meneghini e un romanzo – Splendido splendente di Ivan Guerrerio, sullo sfavillante proscenio della Milano da bere – riflettono al contrario l’interesse per le mille note cromatiche di una città natale scelta anche come luogo di lavoro e di insegnamento.

 

La mappa concettuale della regista non si configura come una rete di link virtuali (non a caso, forse, il pc portatile è chiuso), ma come un ipertesto materiale e tangibile. Libri, documenti cartacei, matite, dvd sono disseminati lungo tutta la superficie senza che sia ricercato un ordine tra temi e discipline. A testimonianza di un lavoro dislocato simultaneamente su più versanti, che peraltro sembrano convivere senza alcuna contraddizione. Il cinema come arte da praticare e diffondere (l’ormai imprescindibile manuale audiovisivo The Story of Film di Mark Cousins, ma anche il documentario Being You, Being Me dell’esordiente Alexandra Kaufmann), la letteratura (si scorgono le coste di due Meridiani), la politica (L’Italia post-populista di Ilvo Diamanti, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky), le preoccupazioni della vita di tutti i giorni (le impegnative mediche). Il tutto a parlarci di una poesia del quotidiano che, parafrasando l’amata Antonia Pozzi, ci (ri)guarda.

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