Uwe Johnson sulle tracce di Ingeborg Bachmann
Le circostanze non sono mai state chiarite del tutto. Forse una sigaretta e la vestaglia di nylon; ma c’era la vasca da bagno, non si può dire con certezza, magari i troppi farmaci, nulla è sicuro, forse quella notte non era sola. Poteva essere salvata? Alcuni lo pensano, gli amici insistono, i medici non dicono niente, pare in reparto mancassero le bende, non si riesce a sapere chi c’era con lei, dall’ospedale non rispondono… Muore il 17 ottobre 1973 dopo ventidue giorni di agonia causati dalle gravi ustioni, da successive complicazioni renali e da un’intossicazione del sangue.
La morte di Ingeborg Bachmann è un evento impossibile. Crudele e assurda, non può essere accaduta veramente. I conoscenti, gli amici intellettuali, ma più in generale l’intero mondo culturale e l’opinione pubblica ne restano scossi. Il dolore per la persona ammirata si unisce alla rabbia per il talento perduto e all’impotenza di fronte al destino che non concede proroghe: ecco, “il tempo non dilazionato”, scrive il 18 ottobre sul “Frankfurter Neue Presse” l’amico Gustav René Hocke capovolgendo il titolo della prima raccolta poetica di Bachmann, Die gestundete Zeit. In parallelo, tra i necrologi firmati, Heinrich Böll mette in guardia contro la morbosità dei media e la tentazione di confondere ancora una volta la persona con il personaggio letterario.
Tra quanti rendono omaggio a Bachmann, il contributo forse più significativo e coinvolto è quello di Uwe Johnson. Li legano affetto e stima reciproca oltre che la comune sorte di Grenzgänger (pendolari di confine), definizione del critico Jürgen Grambow per riferirsi all’origine sulla frontiera di Stato (Pomerania lui, Carinzia lei), ma anche metaforicamente a chi si muove tra diversi sistemi ideologici, politici, esistenziali. I due si incontrano nel 1959 durante una riunione del celebre circolo letterario Gruppo 47, e tempo dopo a Roma, mentre Johnson è borsista a Villa Massimo. Negli anni seguenti il legame si fa via via più stretto: si rivedono a Berlino nel '63, e nell'estate del 1970, dovendo assentarsi per un viaggio in Austria e Germania, Bachmann presta a Johnson il proprio appartamento romano di Via Bocca di Leone 60: da lì, lui le scriverà una serie di lettere poi raccolte col titolo Good Morning, Mrs. Bachmann. Uwe Johnson schreibt Ingeborg Bachmann aus ihrer Wohnung in Rom.
Il 29 ottobre 1973 Johnson parte per Klagenfurt e si reca al cimitero di Annabichl, dove Ingeborg era stata sepolta quattro giorni prima. Un gesto di rispetto e insieme un attraversamento del lutto, una ricerca sul campo, quasi giornalistica, condotta nell'arco di pochi giorni. Il libro che ne risulta, Eine Reise nach Klagenfurt, uscito per Suhrkamp nel 1974 è da poco ripubblicato dai tipi di L’Orma con il titolo Viaggio a Klagenfurt. Sulle tracce di Ingeborg Bachmann. L’operazione editoriale si inserisce tra le iniziative per i 100 anni dalla nascita della poetessa e ripropone l’edizione curata alla fine degli anni Ottanta dal grande germanista Luigi Reitani, impreziosita da una nota critica di Heinrich Böll.
Si tratta di un testo singolare, composito, multiforme, costruito su più piani e diversi registri e strutturato attorno alla polarità geografica Klagenfurt/Roma, a cui corrisponde la struttura infanzia/vita adulta. Johnson assembla con sapiente montaggio descrizioni, pezzi di reportage, estratti da manuali turistici, stralci saggistici, dati storici, liste e articoli di giornale. In mezzo a questo materiale incastona una Totenklage (lamento funebre) per Ingeborg: cita suoi versi, brani da interviste e lettere, frasi prese dai suoi libri. Il libro restituisce così una “voce dilazionata”, perché in effetti noi la sentiamo parlare attraverso la sua scrittura, è lei a dirci che “si dovrebbe essere soltanto e unicamente uno straniero per riuscire a sopportare un luogo come Klagenfurt più a lungo di un’ora […]” e che “Roma è stata, in fin dei conti, la scelta giusta”.
Il diarista conosce la smania del trattenere tutto. Annota e abbozza e trascrive stralci di conversazione sentite al bar; incolla i biglietti del treno, e cartoline, strappa le tovagliette di carta per pinzarle al quaderno. L’effetto che ottiene Johnson è altrettanto vivido, ottenuto per accumulazione in presa diretta. Questo approccio al materiale grezzo – esplosione e successiva ricomposizione in un quadro unitario – è un metodo di ricerca, oltre che una cifra stilistica. Lo troviamo anche nel ciclo dei Jahrestage. Aus dem Leben von Gesine Cresspahl, l’opera monumentale in quattro volumi che Johnson costruisce, tra il 1970 e il 1983, sullo stesso principio: un anno intero, giorno per giorno, dal 21 agosto 1967 al 20 agosto 1968, in cui la protagonista Gesine racconta alla figlia la storia della propria famiglia mentre ritaglia e commenta le notizie del “New York Times” che ha appena letto. Anche in questo caso le fonti vengono giustapposte alle vicende familiari che risalgono agli anni Trenta nel Meclemburgo. Non stupisce che Johnson abbia scritto il libro su Bachmann proprio negli anni in cui la tecnica dei Jahrestage era già matura: la verità di una vita – quella di Gesine come quella di Ingeborg – non viene raccontata ma montata, lasciando al lettore il compito di ricomporre il disegno e di più, stabilire la relazione tra l’individuo e la grande Storia.
Cercare “un tumulo di terra scavato di fresco” in un cimitero a righe e file uguali, magari con l’epigrafe sbiadita e la piccola foto invisibile, in alto, nascosta dai fiori finti – “la tomba 16 potrete trovarla o non trovarla” –, a tutti gli effetti, cercare una tomba è cercare la persona. E la verità sull’amica. Se Bachmann nella sua opera e in particolare nel progetto Todesarten, il ciclo narrativo incompiuto a cui dedicò l'ultimo decennio di vita, ha tentato di rispondere alla questione perché il male?, cercando le forme subdole, private, quasi perverse con cui la violenza si insinua nei rapporti tra esseri umani, Johnson qui sembra concentrare il peso della domanda a un singolo destino: perché è morta Ingeborg?
“Saprete che siete giunti a Annabichl non soltanto perché è il capolinea, ma anche perché, dopo essere scesi vi imbatterete in un ricco assortimento di prodotti floreali. A nord del Wendeplatz, sulla destra della strada per Vienna, potrete notare un locale che offre Flohaxn di Dürnstein, insieme a camere per gli ospiti”. La città continua a correre, produrre, modificarsi e non tiene conto che Ingeborg Bachmann, la poetessa più importante che l’Austria abbia prodotto nel XX secolo, è morta. “Ho cercato di rintracciare le condizioni oggettive della storia di una persona”, dice Johnson descrivendo il suo progetto. Vero: nel libro non c’è una sola concessione al lirismo o all’emozione. Ma proprio da questa scrittura fredda, tutta precisione e distacco, emerge al massimo grado il dolore della perdita. Johnson supera le abituali categorie e ricompone la memoria attraverso lo spazio anziché attraverso il tempo. La forma delle piazze, la Casa dell’Arte, l’istituto delle Orsoline, i parchi e il caffè Moser dicono qualcosa della persona (di Ingeborg), che lì è esistita, ha camminato, ha alzato gli occhi sulle facciate dei palazzi.
“C’è stato un momento determinato che ha distrutto la mia infanzia: l’ingresso delle truppe di Hitler a Klagenfurt”, racconta Ingeborg in un’intervista con Gerda Bödefeld (la citazione è nel libro); “Fu qualcosa di così orribile che i miei ricordi iniziarono con questo giorno: con un dolore troppo precoce, e con un’intensità che forse in seguito non ho mai più provato”. Da quel momento, scrive Johnson, le strade cambiano nome e “i bambini dovettero anche imparare una Klagenfurt che non conoscevano: Arnold Riese-Straße divenne Arnoldstraße, Via dell’Esposizione / Via dei Gelsi, Piazza dei Benedettini / Piazza delle SA”, la lista continua per due pagine; ancora una volta, gli eventi determinati dalle forze storiche precipitano nella geografia.
La Carinzia dei laghi, delle cartoline, del riposo estivo ha "una propria immagine di regione balneare, a cui è necessario dedicarsi con cura". Ironia tagliente, perché la stessa regione che si presenta come luogo ospitale e di villeggiatura non era stata affatto gentile con la sua figlia più illustre, che da lì se n’era andata per vivere in Italia: la fuga verso sud come gesto insieme politico e di ricerca estetica, una spedizione dolorosa intrapresa per capire cosa fosse rimasto di umano nel mondo e nella lingua tedesca dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale. Ma la morte vanifica questa distanza conquistata: nascita e sepoltura, i due estremi mai scelti di una vita vissuta altrove, tornano a toccarsi.
“Pensai che la morte per acqua doveva essere la più dolce, e quella col fuoco la peggiore” (Sylvia Plath, The Bell Jar). La morte peggiore. Quasi una profezia, il fuoco attraversa l'intera opera lirica di Bachmann come motivo ricorrente e ambivalente. A volte è simbolo di un'energia primordiale che cova sotto la superficie del mondo e minaccia di dilagare in catastrofe (“Verrà un gran fuoco, verrà un fiume sulla terra. / Testimoni saremo”). In un altro caso, la salamandra sfida il fuoco grazie alla sua leggendaria capacità di non bruciarsi e diventa emblema di un'esistenza utopica, contrapposta al mondo sofferente in cui l'io è invece costretto a vivere (“Tu dici: un altro spirito conta su di noi... / Non mi spiegare. La salamandra vedo / guizzare in ogni fuoco. / Brivido non prova e nulla le fa male”). Altrove, il fuoco è visto come luogo stesso della perdizione – “cadrà questa mano nel fuoco. Mia parola, salvami!” – da cui solo la poesia invocata come ultima salvezza può scongiurare la totale rovina.
In una sorta di dialogo letterario a distanza, la prosa gelida e documentaria di Viaggio a Klagenfurt riproduce – consapevolmente o no – l’amarezza davanti a ciò che resta a fiamme spente. Di ritorno, Johnson attraversa il duty-free dell'aeroporto, arrivano anche lì notizie di politica. È entrato in vigore l'orario invernale della Austrian Airlines, e poi i dati sull'afflusso turistico, le previsioni del tempo. E sul giornale, “in onore del giorno di Ognissanti [...] un servizio sul ventesimo anniversario della costruzione del crematorio di Villach”. Lui stesso, una volta a casa, si toglierà il cappotto, cenerà, farà ciò che va fatto. Il mondo continuerà indifferente il suo spettacolo, senza curarsi del fatto che Ingeborg Bachmann, la più grande scrittrice del Novecento, è morta.