Lutz Seiler: che cosa è Stern 111
Ac-cadimento: Vorfall. Dunque caduta: Fall, cadere, fallen, perché gli eventi ci piombano addosso dall’alto, fino a un istante prima quella cosa non era successa e pareva impossibile che potesse succedere e invece ecco l’istante: dal mazzo delle probabilità esce una combinazione più forte o più furba delle altre, dipende; quella diventa reale, un fatto in piena regola che incrina o annienta la consuetudine del vivere, nostro o addirittura di tutti – dov’eri tu mentre crollavano le torri gemelle?
Il 9 novembre 1989. Il portavoce del governo della Repubblica Democratica Tedesca Günter Schabowski annuncia nel corso di una conferenza stampa con i corrispondenti occidentali che è stato siglato un accordo per permettere a ogni cittadino della Germania orientale di attraversare liberamente il confine. Da quando? Gli chiede il giornalista. Ab sofort, risponde Schabowski, da subito. Un attimo fa no, ora sì: la gente scende in strada con il cappotto sopra il pigiama, è proprio vero? Vogliono controllare di persona, esserci, forzare il blocco, la Storia precipita, il muro di Berlino cade, l’inconscio collettivo esplode.
Der Mauerfall: una nuova parola per un fatto ac-caduto.
Ma il giorno dopo, passata l’euforia, ci si trova nel mezzo, tra un mondo che muore e il nuovo che nasce e per un certo tempo è impossibile separare l’energia della festa dall’angoscia dell’incognito, la spinta creativa dalla nostalgia per ciò che è scomparso. In questo magma storico ed emotivo si sviluppa il romanzo Stella 111, con cui Lutz Seiler, vincitore nel 2023 del Georg-Büchner-Preis, propone una elaborazione insieme letteraria e politicamente significativa del passaggio dalla DDR alla Repubblica Federale Tedesca.
Il punto di partenza è il dato autobiografico: Seiler nasce a Gera in Turingia, allora Germania Est, nel 1963 e come il protagonista del libro è stato falegname e muratore, finché si autorizza a scrivere, lascia la città natale e si trasferisce a Berlino all’inizio degli anni Novanta nella Rykestraße. Ma nonostante il coinvolgimento della voce narrante, la libertà nella trasposizione dei ricordi allontana il libro dalla formula dell’autofinzione; piuttosto, un romanzo di formazione in senso ampio, individuale e sociale.
Oggi sappiamo che la profezia di Francis Fukuyama sulla fine della storia si è dimostrata falsa: l’ottimismo degli anni ’90 che dava i grandi conflitti ideologici per superati è svanito e a distanza di pochi decenni ritorni autoritari e nuove rivalità globali stanno mettendo in crisi le democrazie liberali, mostrando come la storia non solo non sia finita, ma sia tornata a muoversi in modo imprevedibile.
Dobbiamo dunque leggere Stella 111 come un racconto nostalgico di un’epoca che credeva alle proprie illusioni? In realtà, è molto più di questo, perché il libro compie un’operazione originale. Nel ritornare a quel momento-soglia con uno sguardo generazionale, è come se Seiler mettesse il tempo su una bilancia (Zeitwaage è, forse non a caso, il titolo di una sua raccolta di racconti) per valutare a posteriori se in noi prevalga l’immaginario prodotto dall’oralità o la storia.
A differenza di romanzi come La torre (2010) di Uwe Tellkamp o In tempi di luce declinante (2013) di Eugen Ruge, che leggono la fine della DDR in chiave storica e spesso retrospettiva, Seiler lavora sull’incertezza vissuta “da dentro”, sul disorientamento corporeo ed emotivo. E rispetto a testi come C'era una volta la DDR (2019) di Anna Funder, più legati alla memoria, alla testimonianza e al bilancio del dopo, Stella 111 rinuncia all’analisi: in questo caso Wende (la svolta) non è un tema, ma il sentimento esistenziale di fronte all’apertura vertiginosa di possibilità.
I “noi” di oggi, sarebbero partiti allora? Cosa si è guadagnato, cosa è perduto? Nel caso di Seiler l’uomo che guarda indietro se lo chiedeva con disincanto e tenerezza già in questi versi di La domenica pensavo a Dio:
als kinder wollten wir immer
in andere länder
marschieren, aber
am waldrand waren wir alt
& mußten zurück
(da bambini volevamo sempre / marciare in altri / paesi, ma / ai confini del bosco eravamo vecchi / & dovevamo tornare indietro, da La domenica pensavo a Dio, trad. di Milo De Angelis e Theresia Prammer, Del Vecchio Editore, Napoli 2012)
L’atmosfera speciale del libro è il risultato della sovrapposizione di fatti e luoghi reali con quanto di idealizzante la memoria vi aggiunge. Ciò che emerge si riassume nella parola tedesca Heimat, ovvero quel senso di appartenenza legato a impressioni di gioventù che poi diventano imparagonabili. Uno spazio-tempo fantastico. La sensazione, cioè, che tutto sia vero e allo stesso tempo sognato, ricreata da Seiler con una lingua elegante e a tratti lirica che però inevitabilmente si appiattisce in traduzione (ad esempio, una frase come “ihr Gesicht war schneeweiß” in cui l’immagine è resa dal composto bianco-neve, diventa la similitudine consunta “il suo viso era candido come la neve”).
All’indomani della caduta del muro, Carl Bischoff riceve un telegramma: i suoi genitori vogliono che torni al paese, a Gera, perché loro stanno per lasciare la Germania Est. Torna, gli scrivono, devi sorvegliare la casa e la memoria di famiglia, continuare la vita di prima “in rappresentanza”. Devono emigrare ora che si può, ormai è deciso e sarà meglio farlo in fretta: qualcosa nei discorsi in televisione fa presagire che l’apertura del confine durerà poco, più di centomila persone sono già in viaggio negli stessi giorni. Una vita da reclusi e ora la voglia di partire, finalmente è il loro turno di scelta; e poi l’idea del tempo sprecato o forse nemmeno quello il vero motivo, ci deve essere sotto qualcosa di diverso, “un qualcosa che ancora una volta poteva far esplodere tutto”. È la rivelazione per un ventiseienne di non conoscere affatto la madre e il padre, di vederli ora per la prima volta come persone in carne ed ossa.
Carl rimane a Est. Walter e Inge migrano a Ovest. “I genitori abbandonano la casa dei genitori: una frase molto insolita e triste in quel momento. Un tempo […] l’abbandono era un’esclusiva dei figli”. Traslato su un piano metaforico, lo scambio spaziale con inversione di ruoli raffigura la profonda perdita di riferimenti – chi sono davvero mio padre e mia madre? Cos’è la Germania, chi sono io? – tipica di quando viene sovvertito il naturale ordine delle cose.
“Il momento storico vi ha dato alla testa”, pensa Carl.
Da qui le strade si dividono e noi seguiamo su due tracce parallele le vicende dei genitori e del figlio; i primi intenti al recupero della vita che è stata loro negata, il secondo proiettato verso una vita ancora da immaginare. Proprio questo contrasto tra esperienze concrete e visione è uno degli aspetti chiave del romanzo.
Ubriacati dallo Zeitgeist, i personaggi si muovono in modo scomposto, senza sapere bene come dove quando; un generale senso di erranza, collettiva e privata. Anche Carl è preso dalla “nostalgia di futuro” e poco dopo abbandona “il suo posto di guardia nella retrovia” per andare a Berlino dove non conosce nessuno, dorme in macchina, mangia quando ci riesce. Sa solo una cosa: vuole, deve, scrivere. “Se non riusciva la poesia, allora non riusciva nemmeno alla vita”.
Utopia, malinconia, sovversione. “Era il presentimento (se esiste, pensò Carl) di una leggenda che si accingeva ad accoglierlo nel suo «c’era una volta» profondo, onnicomprensivo”. Alla fine degli anni Novanta Berlino significa “poter diventare”. Una povertà allegra, giovane, e un elenco di “prime cose”: la prima radio indipendente, la prima galleria d’arte libera a est. In città c’è un vuoto di potere. Intere vie sono abbandonate; è sufficiente sfondare le porte con un piede di porco ed entrare: li chiamano Hausbesetzer, occupatori di case; soprattutto a Friedrichshain e Prenzlauer Berg gli edifici vengono presi e riassegnati secondo il principio dell’autogesione, poi ristrutturati con il ricavato della vendita di pezzi di Muro a privati e aziende. La Mainzer Straße diventa il simbolo della lotta per il diritto all’abitare: qui nascono comunità e collettivi artistici, iniziative sociali, si fa musica in strada e si alza la mano ai dibattiti.
Carl viene accolto da un gruppo di anarchici che si arrangiano tra ambizioni estetiche e disperazione. È un’umanità sbandata, ma autentica: musicisti, pittori falliti, filosofi in cerca di idee, figure improbabili come la Ragna che cura dalla febbre o il Pastore che possiede una capra. Lo aiutano a trovare una stanza e una nuova famiglia; “aveva abbandonato la postazione, aveva disertato, ma d’ora in poi sarebbe stato un buon figlio, un buon figlio da lontano.” Per guadagnare due soldi fa il taxista tra i quartieri Kollwitz e Mitte, fa il manovale e il cameriere nell’Assel, un locale di Oranienburger Straße in cui poeti, soldati russi in crisi esistenziale e prostitute hanno un tavolo fisso. Intanto, cerca di scrivere poesie.
“Da quando il muro è caduto, abbiamo un urgente bisogno di muratori! Mai come adesso”. Per Carl, si tratta di costruire tre volte: un luogo, uno sguardo nuovo e una propria poetica. Costruire e scrivere diventano gesti paralleli, entrambi lenti, pratici, resistenti alla volatilità del presente. È un modo per “stare” nel mondo quando le grandi narrazioni sono crollate. In questa figura del poeta-muratore si inscrive una tradizione che apparenta la scrittura al lavoro manuale come forma di conoscenza del reale, viene in mente Digging di Seamus Heaney e la penna che scava quanto una vanga il terreno, e poi una più ampia etica del fare che attraversa la letteratura del Novecento.
Tra tentativi di radicamento e legami provvisori, Carl comprende che quel tempo sospeso non potrà durare. All’interno del gruppo si formano visioni diverse, gli amori si complicano, nascono diverbi. E così Seiler mostra anche un processo di formazione, costruzione e declino strutturale di un’utopia. Nel novembre del ’90 le autorità decidono di passare alla linea dura, cominciano gli sgomberi e si arriva allo scontro, con gli occupanti pronti alla resistenza negli edifici e la polizia che supera le barricate, bombe molotov e guerriglia urbana; le case sulla Mainzer Straße vengono espropriate con decine di arresti; il quartiere resta militarizzato per molti giorni.
Ancora una volta, le vicende del romanzo hanno una valenza metaforica: per Carl, come per tutti, il posto nel mondo non è dato, ma va cercato attraverso relazioni fragili, tentativi, errori; la ricerca di una casa diventa la ricerca di un’identità possibile in un tempo in cui nessuna appartenenza appare definitiva. Ci si aggrappa a qualche poesia, i pochi oggetti dell’infanzia, la radio a transistor Stern 111 e le lettere di sua madre, mentre tra ciò che resta saldo e ciò che sfugge, emerge la dimensione imprevedibile della vita.
Il caso: Zufall. Alla fine, quello che ci accade non sono altro che istanti vertiginosi in cui ci scopriamo di colpo vivi. Di fronte a un cambio d’epoca, il vero salto non è nel fuori, ma nel dentro: nel modo in cui, cadendo, scegliamo di restare sospesi tra ciò che eravamo e ciò che ancora possiamo diventare. Il futuro, tra nostalgia e rivoluzione, resta aperto.
In copertina, Occupazione di una casa in Mainzer Straße nel 1990.© ADN-Bildarchiv / ullstein bild.