L’invocazione di Ingeborg Bachmann

17 Ottobre 2023

“Chi era Ingeborg Bachmann?” si chiedeva nel libro omonimo (pubblicato da Fischer) la giornalista Ina Hartwig, lasciando aperta l’interrogazione dopo 320 pagine soprattutto di interviste. Nelle sue conversazioni, assai pettegole, emerge che la scrittrice austriaca ha molto amato, ha avuto una liaison perfino con Henry Kissinger nell’estate del 1955, durante un seminario internazionale di studi alla Harvard University (finanziato, assai discretamente, dalla CIA).  Lei, nata il 25 giugno del 1926 a Klagenfurt, nel ‘profondo’ sud, in Carinzia, era morta, tragicamente, a Roma, a Palazzo Sacchetti, in via Giulia, il 17 ottobre del 1973, giusto 50 anni fa.

La sua vita è stata ripercorsa da un memoir, – uscito questo settembre per l’editore Piper –, del fratello Heinz (nato nel 1939) in pagine semplici (forse troppo) e commosse, che parte proprio dal mistero della morte, provocata per ustioni a causa di una sigaretta. Era in bagno e aveva preso fuoco una vestaglia di materiale sintetico. Ebbe appena la forza per telefonare alla sua governante, Maria Teofili. È stata Maria a chiamare l’ambulanza per il ricovero nella divisione ‘grandi ustionati’ del Sant’Eugenio di Roma la notte tra il 25 e il 26 settembre del 1973. Tre settimane di agonia. I medici avevano intuito che la scrittrice assumeva un potente psicofarmaco di cui non c’era traccia nell’abitazione. Qualcuno l’aveva fatto sparire. Ora sappiamo di cosa si trattava e anche chi la riforniva. Ma tutto ciò non ha più importanza.

Bernhard, che molto la onorava – si pensi alla sua trasfigurazione in Maria nell’ultimo romanzo dello scrittore austriaco Estinzione – così scriveva: «A Roma. In una clinica romana, in seguito alle scottature e alle ustioni che deve essersi procurata, come hanno accertato le autorità, mentre era nella sua vasca da bagno, è morta la scrittrice più intelligente e più significativa che il nostro paese abbia prodotto in questo secolo. […] La gente cerca di indovinare se la sua morte sia stata solo una disgrazia o effettivamente un suicidio. […] In realtà a distruggerla è stato logicamente solo il mondo che la circondava e, in sostanza, la volgarità del suo paese d’origine, dalla quale era stata perseguitata passo dopo passo anche all’estero, come è accaduto a tanti altri». Lo scrittore pensava anche a sé e – potremmo aggiungere – all’esilio volontario e silenzioso di Handke.

Eppure almeno all’inizio la via pareva non impervia dopo gli anni tremendi dell’annessione dell’Austria al Terzo Reich con la militarizzazione del paese alpino, sofferta dalla giovane Ingeborg, che aveva evitato, con costanti espedienti, di partecipare all’attività dell’“Unione delle Giovani tedesche” (corrispondente tedesco delle “Giovani Italiane” del Ventennio), nonché si era sottratta ai corsi di formazione paramilitare, la cui frequenza era indispensabile per iscriversi all’università. Ma nel frattempo il Reich millenario era crollato e la giovane poté scriversi all’università di Innsbruck, la prima aperta dopo la sconfitta con l’occupazione dell’Austria. Ma in quei mesi era finalmente la pace: «Anche se vivrò fino a cento anni, questa resterà la più bella estate. Di pace se ne vede poca, dicono tutti, ma per me è pace, pace». E Ingeborg frequentò un soldato inglese, Jack Hamesh, in realtà un ebreo viennese sfuggito nel 1938. Insieme leggevano di tutto, soprattutto Shakespeare, ma anche Hofmannsthal, Thomas Mann, Stefan Zweig. Erano entrambi stupiti di quei colloqui letterari tra le Alpi della Carinzia. Lei era sfollata con la famiglia in una baita del padre, disperso in guerra.

Tornò dopo mesi e a lungo dovette scontare la sua adesione già nel 1932 al partito nazionalsocialista austriaco: gli fu vietato insegnare per un paio d’anni. Intanto Jack se ne era andato a combattere in Palestina e lei a studiare a Vienna filosofia, germanistica e psicologia. Doveva fare i conti con la cultura tedesca e scelse il principale esponente che a suoi occhi rappresentava l’ideologia nazionalsocialista: Martin Heidegger e scrisse una tesi «contro Heidegger». È il coraggio dei vent’anni. Ma del filosofo condivise per sempre l’analisi spietata della “chiacchiera”. Solo così poteva sorgere la poesia: «Parola, sii tra noi, / libera, chiara e bella […] Vieni e non ti negare, / poiché noi siamo in lotta con tanto male. / Prima che sangue di drago protegga il nemico /cadrà questa mano nel fuoco. / Mia parola, salvami!». Drago nibelungico e fuoco sempre ricorrente nella sua opera, a mo’ di anticipazione. Siamo alla soglia della maturità poetica, quella consegnata dapprima alla raccolta Il tempo dilazionato con cui nel 1953 vince il premio del “Gruppo 47”, quello della nuova generazione di scrittori – tra cui Böll, Grass, Enzensberger –, che fece rinascere la letteratura tedesca.

Il trionfo arrivò nel 1956 con il grande canzoniere della sua vita e della letteratura tedesca del secondo Novecento: Invocazione all’Orsa Maggiore che ora ritorna nella traduzione di Luigi Reitani (precoce vittima del Covid), in una sontuosa edizione di Adelphi. Ma prima di giungere a riveder le stelle ci fu un lungo entusiasmante, disorientante apprendistato nella Vienna esplosiva della liberazione. Lei studentessa ai corsi di Viktor Frankl, il fondatore della logoterapia, pratica e meditazione straordinariamente efficace per la poetessa. E poi l’iniziazione alla Kaffeekultur viennese e il suo fu lo storico Café Raimund a Museumstrasse 6, intorno allo scrittore Hans Weigel, tornato dall’emigrazione.

 

Nel 2016 è stato pubblicato il carteggio con Ingeborg quale conferma dell’intensa relazione, che si era andata oscurando con la pubblicazione di un indiscreto romanzo a chiave del critico che doveva aver offeso la giovane scrittrice. A maggio 1948 è l’incontro con Celan: sorge quello che fu uno dei rapporti più intensi e più sofferti della storia della letteratura, quello che legò Ingeborg a Paul Celan. Fu subito un grande amore. Amore e sofferenza. Lei lo racconta ai genitori: «La mia stanza al momento è un campo di papaveri, perché lui ha amato inondarla con questi fiori». Fiori assai cari a Celan, come conferma la sua raccolta Papaveri e memoria: «Ci diciamo l’oscuro / ci amiamo l’un l’altra / come papavero e memoria».

Un grande amore di poche settimane, rari mesi, brevi incontri a Vienna, a Parigi. Struggenti appuntamenti, tutto presente, senza futuro: era il loro destino. Amore e dolore per trasmutare tutto in poesia. Il 20 aprile 1970 Celan si lascia andare dal Pont Mirabeau nella Senna, sommerso da quell’indicibile senso di colpa dei sopravvissuti, come Primo Levi, Peter Szondi (suo amico e interprete), Bruno Bettelheim. L’anno dopo leggiamo in Malina: «La mia vita finisce, perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita. L’ho amato più della mia vita». Nel ’73 la tragedia a via Giulia 66. Lui nell’acqua, lei nel fuoco, come aveva sempre predetto, presagito. Due «catastrofi parallele» è stato scritto. 

Eppure vi fu un evento che a lei parve rappresentare la svolta. Nel maggio 1958 Max Frisch ascolta alla radio Il buon Dio di Manhattan, un radiodramma di Ingeborg, che da anni lavorava per la radio. Le scrisse subito per segnalarle la sua ammirazione. Frisch era all’apice della carriera: nel 1957 aveva pubblicato Homo faber, mentre il 29 marzo 1958 a Zurigo era avvenuta la première del suo dramma più fortunato: Omobono e gli incendiari. Ai primi di giugno lei gli risponde. E nasce un amore che ora possiamo ripercorrere in uno dei carteggi più corposi, più inquietanti: “Wir haben es nicht gut gemacht”. Der Briefwechsel (“Non ce l’abbiamo fatta. L’epistolario), a cura di Barbara Wiedemann, sorto dalla cooperazione delle case editrici Piper e Suhrkampp (che pubblicano insieme le opere della scrittrice). Sono 1040 pagine di lettere, di note, di foto, insomma una delle più importanti documentazioni della vita di entrambi, un’autentica miniera dell’attività culturale di quegli anni, una meravigliosa cronaca della scena letteraria tedesca (e un po’ anche italiana).

Il primo incontro è il tre luglio a Parigi e ci fu immediatamente un’intesa. Ma fino a certo punto perché Frisch era ancora legato a Madeleine Seigner. Ai primi di ottobre la decisione di vivere insieme.  Dapprima a Zurigo, poi a Uetikon sul lago. Lui divorzia e le invia una proposta scritta di matrimonio (gradita, ma non accettata: si convive, caso mai in due appartamenti). A fine novembre 1959 Bachmann inizia il suo ciclo di lezioni a Francoforte, Letteratura come utopia, pubblicate da Adelphi. Ma dalle lettere si comprende che questo incontro è sbilanciato – per così dire – a favore di Max Frisch. Tra i due si stipula il “patto di Venezia” che concedeva brevi flirt di «una notte», ma senza coinvolgimento sentimentale. Singolare contratto. Nella tarda primavera del 1962 lei comincia una relazione con un noto germanista romano. Frisch arde di gelosia e vuole assolutamente incontrare a Roma il ‘rivale’, che in una lettera assicura che in nome dell’amore della moglie e figlie non intende più rivedere Frau Bachmann. Ma ormai il guaio era fatto. Frisch ha conosciuto Marianne Oellers (di 28 anni più giovane) che diverrà sua moglie (per qualche anno). Bachmann tenta il possibile e l’impossibile per salvare il rapporto, accettando perfino il nuovo rapporto di Frisch. La storia precipita. Bachmann va a Berlino, comincia a consumare dosi sempre più ingenti di sonniferi e di psicofarmaci, cadendo in una seria depressione con vari ricoveri. Qui sorge anche un enigma su una misteriosa operazione ginecologica. Poco cambia sulla sua vita che sprofonda, assumendo anche aspetti drammatici e dolorosi come la scoperta da parte di lei di un diario segreto di Frisch che lei, addolorata e offesa, avrebbe distrutto, mentre lui scrive il romanzo Il mio nome sia Gantenbein, pubblicato nell’autunno 1964, a ridosso della separazione, la cui moglie del protagonista Lila, la moglie infedele, sarebbe ispirata alla Bachmann, che, assai dignitosamente, tace, soffre e scrive il suo unico romanzo Malina, completato solo nel 1971.

La giornalista Ina Hartwig ricostruisce con morbosità i vari incontri disperati di quegli anni, come la relazione con Alfred Opel con i loro viaggi a Praga, in Grecia, in Egitto e in Sudan, elaborati in Il caso Franza (con l’inquietante scena di incontri simultanei con uomini). Il fallimento con Frisch, il suicidio di Paul Celan è un mondo che si chiude, mentre lei è sempre più famosa. Famosa per le due raccolte di poesie e per la decisione di dedicarsi alla prosa con la stupenda raccolta Tre sentieri per il lago e soprattutto con il progetto di un ciclo monumentale Todesarten – Cause di morte oppure Generi di morte – di cui Malina è il primo romanzo mentre Il caso Franza resta un immenso torso. 

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Dal 1953 Ischia, Napoli, Roma rappresentano il rifugio da quella patria ingenerosa. L’Italia viene cantata con languida asprezza, nell’Invocazione all’Orsa Maggiore come «il paese primigenio», per cui «al sud / mi portai e trovai, impoverite e nude, e sino alla cintola in mare, / città e castello. // Schiacciata dalla polvere nel sonno / giacevo nella luce». La poetessa intuisce l’arcaica terrestrità del meridione e infatti la sua Italia è quella del sud: «Innocente e prigioniera / nella sottomessa Napoli». Quella telluricità è empaticamente al centro del soffice saggio di Camilla Miglio: La terra del morso. L’Italia ctonia di Ingeborg Bachmann (Quodlibet). E quella luce meridiana offre la possibilità del risveglio, anche attraverso la musica, attraverso il canto mediterraneo, quello che lei ammirava in Maria Callas, come finalmente sappiamo dal saggio Ecco un’artista. Maria Callas, Ingeborg Bachmann e l’Italia di Alessandro Petroni, appena uscito da Castelvecchi. 

Il lascito, quando verrà completamente reso accessibile, indicherà ulteriori progetti, illustrerà ferite profonde. Ma ciò che abbiamo è già sufficiente per comprendere questo immenso universo poetico con la sua poesia, la sua prosa, i suoi saggi critici, con le lezioni di Francoforte, come pure con i suoi interventi radiofonici su Musil, Wittgenstein, Simone Weil e Proust. Lei ci viene incontro negli epistolari con Celan, con Frisch, con Hans Werner Henze, l’amico musicista, che l’ha sempre sostenuta, nonché nelle interviste. Tutti questi scritti costituiscono un corpus straordinario, tra i più intensi della letteratura del nostro tempo a conferma che dopo Auschwitz si può scrivere poesia se si è compreso Auschwitz. Lei seppe farlo: aveva capito.

Così la sua ultima poesia: «Voi parole, su, seguitemi! / e anche se siamo andati avanti, / troppo avanti, ancora una volta / si va oltre, si va senza fine» (tr. Anna Maria Curci)

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